giovedì 2 giugno 2016

L'ONDA EMOTIVA DELL'INDIGNAZIONE

Sara Di Pietroantonio aveva 22 anni. Troppo pochi per morire e sopratutto per farlo così: percossa, strangolata e poi data alle fiamme dal suo ex fidanzato; tutto questo a Roma, Italia, non in qualche paese islamico, dove il maltrattamento delle donne viene contiuamente sottolineato dai mass media producendo discussioni infinite nell'occidente che si considera culturamente più evoluto.
Non riesco a togliermela dalla testa questa storia, mi si è radicata dentro assieme al viso di Sara, una ragazza che muoveva i suoi passi giovanili in quella che avrebbe dovuto essere la sua vita, anni che dovrebbero essere spensierati, elettrizzanti, frenetici, colmi di speranza e aspettative e che, invece, sono terminati in una squallida periferia di una grande città che annega nell'indifferenza, nell'egoismo, nell'ignavia.
E' assurdo morire così, per le mani di una persona cui aveva dato fiducia e forse amore, che era stato accolto con benevolenza dalla sua famiglia, che avrebbe dovuto proteggerla sempre e comunque, anche se la loro storia aveva avuto termine; invece no, in una notte inoltrata di primavera il suo corpo è stato brutalizzato e la sua vita spezzata, negandogli il suo diritto a vivere.
Sono indignato, siamo tutti indignati per questo; i social e i giornali sono pieni di parole per lei, tutte sacrosante, tutte giuste, tutte vere, tutte, purtroppo, solo parole.
L'onda emotiva si spegnerà presto, altre fatti e altre parole occuperanno lo spazio a lei dedicato in questi giorni, e quando le luci si spegneranno il dolore resterà tutto a carico della sua famiglia, stuprata nel suo punto vitale, che si ritroverà a vivere un qualcosa che nessuno sano di mente può lontanamente ipotizzare.
Le violenze sulle donne temo continueranno nonostante che tanto sia stato fatto in proposito, e tanta gente sia attiva su questo tema brutale e inaccettabile nella società di oggi; è' insito nella nostra cultura, ne è parte integrante, manifesto o sotto inteso, è così talmente radicato, come purtroppo vediamo, che la sua estirpazione sembra ancora lunga da venire.
E' radicato anche nel profondo degli uomini intesi come maschi, per una qualche ragione che io non riesco a comprendere; cosa possa condurre un uomo ad uccidere una donna per motivi passionali sinceramente sfugge alla mia razionalità.
Sarebbe auspicabile che questa fosse l'ultima onda, e che dopo il suo passaggio le acque tornino tranquille e placide sotto un sole splendente; dobbiamo lottare per questo, ogni giorno, senza arrendersi mai.
Ognuno nel suo piccolo può contribuire a far si che ciò non accada mai più, può sembrare un utopia ma è l'unica strada che possa condurre al risultato auspicato; gli altri siamo noi e con gli altri condividiamo la nostra vita e per crescere socialmente occorre crescere individualmente.
Mi chiedo continuamente cosa faccio io per fa si che questi accadimenti non si ripetano, ma le risposte che mi do mi deludono; da oggi dovrò iniziare a far si che mi piacciano ...




domenica 29 maggio 2016

LEARNING TIME

Non si smette mai di apprendere, se ne ha voglia; mai.
Vivere ci mette ogni giorno di fronte a situazioni che comportano un apprendimento, in quanto queste esigono reazioni da parte nostra che, a loro volta, determinano altre situazioni in un domino infinito.
Quello che cambia, con il tempo, è il nostro modo di affrontare quello che non conosciamo o che non prevediamo sia possibile, ovvero tendiamo ad accettare alcune cose, altre a non dargli più alcuna importanza e, sopratutto, tendiamo a scegliere con molta oculatezza quello che crediamo sia necessario apprendere affinché la nostra vita migliori.
Ho sempre vissuto reagendo d'istinto a quello che mi si è proposto dinanzi nel corso del tempo, sopratutto ho preso di petto ogni qualsiasi variazione modificante l'equazione che avevo impostato nel periodo che vivevo come credevo fosse giusto farlo.
Nella maggior parte dei casi l'istinto produceva reazioni rabbiose, moti d'ira, in quanto la variabile che interveniva nella mia equazione determinava in me instabilità o demoliva status quo che ritenevo inalienabili; la velocità della reazione generava, a sua volta, una cascata di eventi che difficilmente sono riuscito a controllare in quanto derivanti da fattori esterni che non potevo assoggettare alla mia volontà.
Poi ho iniziato a comprendere che l'attesa nella reazione non poteva che essere  benefica, in quanto mi avrebbe permesso di metabolizzare il fatto intervenuto e valutare la mia mossa successiva per reindirizzare l'equazione ad una nuova stabilità arricchita dalla nuova variabile appresa che, proprio per questo, assumeva un valore definito uscendo dall'ombra dell'imprevedibilità; continuavo, però, a reagire ad ogni evento sconosciuto che mi proponeva dinnanzi.
Il passo successivo fu determinato, quindi, dalla pre valutazione dell'accadimento in se, ovvero se questo fosse veramente una variabile instabile sconosciuta da far assurgere a valore definito oppure no; questo passo è stato piuttosto lungo, accompagnandomi, di fatto, sino alla mia storia recente.
Questa lunga analisi mi ha permesso di apprendere che avrei dovuto costruire una nuova equazione che mi permettesse non solo di scegliere quali fatti avrei dovuto affrontare e quali ignorare, ma anche il come procedere in tal senso.
Questo arricchimento, seppur faticoso, mi permette ora di avere una maggiore serenità nell'affrontare il fato e di averne un certo controllo, seppur limitato; ho compreso che alcuni valori sociali della vita non sono tali e che è possibile farli assorbire dalle "cose che così devono andare" in quanto non è possibile né avere aspettative inalienabili né, tantomeno, avere certezza di come le persone con cui ti relazioni reagiranno a loro volta a ciò che il destino gli proporrà dinanzi.
Aggiungerò, poi, altro a quanto appreso finora nel tempo che mi sarà ancora concesso di vivere come essere biologico, in un continuo "learning time" senza fine e forse senza scopo; potrebbe, questo, rappresentare una condanna o forse uno stato evolutivo prederminato in ragione di quello che non comprendiamo appieno.
Non ho risposte in tal senso e non le sto cercando. Vivo e cerco di farlo in armonia con quello che mi circonda anche se mi comporta fatica, dettata dall'apprendimento continuo cui sono sottoposto, come quell'asino che insegue la carota attaccata a se stesso che non potrà mai raggiungere. Non me ne dolgo; l'ho compreso solo adesso e non mi dolgo neanche di questo. Ho anche compreso, infine, che non tutti avvertono tale necessità e che per una qualche ragione, forse anche giusta, quello che conoscono lo ritengono esaustivo per avere una buona vita. Non me dolgo.
A ciascuno il suo learning time ...

venerdì 27 maggio 2016

Spiritualità e trascendenza – Gli occhi di mio nonno - di Maurizio Centi

Ho ricevuto sul tema anche il contributo di Maurizio Centi, ottimo scrittore e caro amico ...

Sono nato in una famiglia nella quale il senso della religiosità era un concetto quasi sconosciuto, come lo era in generale tutto l’universo della sfera umana più profonda e intima alla quale, in nome di un pudore tutto borghese, si evitava accuratamente di fare il seppur minimo accenno.

Vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia…
(Claudio Lolli, Borghesia).

Mia madre era una cattolica non praticante cresciuta in un ambiente iperprotettivo, per non dire opprimente; mio padre invece un laico di tenue ispirazione socialista, e tuttavia tenacemente ostile a tutto ciò che avesse una qualsiasi attinenza col mondo cattolico. Era una famiglia la cui scarna quotidianità trascorreva per lo più in un susseguirsi di silenzi asfissianti, e sorvolando goffamente sugli argomenti considerati più spinosi.
L’unico personaggio fuori dal coro era il mio nonno materno, un siciliano doc trapiantato a Roma in seguito a una serie di incresciose circostanze personali, ricostruite dalla figlia incredula nel corso del tempo e non senza imbarazzo. Nonno Corrado, probabilmente per bilanciare quegli errori giovanili che avevano così pesantemente condizionato la sua vita, aveva sviluppato in età adulta una progressiva e morbosa attrazione per la sfera religiosa, finita poi per trasformarsi in una vera e propria ossessione mistica fatta di un continuo peregrinare tra parrocchie, conventi di clausura, gruppi di preghiera e caritatevoli assistenze ai malati terminali. Qualunque cosa pur di non restare troppo a lungo in casa con la moglie.
Ciò nonostante, ai miei occhi di bambino e dopo di ragazzo, era una sorta di caparbio e trasognato Don Chisciotte, sempre pronto a raddrizzare torti ed ingiustizie e alla ricerca continua di una propria peculiare affermazione. Ma era comunque l’unica persona della mia famiglia, tanto più se contrapposta ai silenzi che avevo avuto in sorte di subire, che proprio a causa di queste sue caratteristiche, la devozione a un dio di cui non afferravo il senso e l’attenzione agli esseri umani nella sua versione più pietistica e bigotta, attirava la mia curiosità. Nonno Corrado, insomma, si faceva voler bene suo malgrado.
Poi, col tempo, il nonno ha preso il largo e io ho dovuto diventare grande. Da lì in poi, dopo l’adolescenza, a partire dal precoce impatto col mondo del lavoro a 21 anni appena ho cominciato a fare i conti con l’assetto razionale del mondo degli adulti, fatto di doppiezze e false ideologie, come pure di principi, leggi e regole stringenti. Come a sottintendere che a non averle stabilite a tempo debito l’essere umano sarebbe andato di sicuro alla deriva.
Il contatto con quella realtà disarmante necessitava di una vitalità fuori dal comune che, ahimè, non mi apparteneva, e perciò poteva spingere persino a omologarsi al tipo medio, prezzo salato da pagare per non sentirsi fuori da un contesto che toglieva spazio ai sogni e non lasciava scampo. Si doveva indossare subito una maschera, atto di legittima difesa di fonte al rischio che trasparisse la propria realtà umana, rischiando che a qualcuno venisse in mente di sfregiarla. Eppure, sebbene gradualmente anche il resto delle mie antiche aspirazioni virasse ormai in direzione di una desolante normalità, normalità al ribasso per capirci, lasciandomi depresso e frastornato, mi erano rimasti dentro gli occhi di mio nonno, quel suo sguardo appassionato che così bene si intonava alle sue stravaganze e di cui in certi momenti provavo nostalgia.
È stato necessario aver fortuna: l’incontro con un uomo straordinario la cui mente fervida, combinata con una fantasia debordante, ha fornito un saldo timone alla mia esistenza senza bisogno di alcuna religione a cui aggrapparsi.
La spiritualità e la trascendenza sono quindi per me concetti astratti ed insidiosi. Sono quel poco che si vuol far credere rimanga delle suggestioni dei nostri primi anni, quando si è assorbita la speranza con il latte: funamboli, fantocci, moralisti, manichini, vuoti involucri dalle vesti luccicanti che emergono nel buio della notte quando lo sguardo sugli esseri umani, troppo spesso indifferente alle loro dimensioni più profonde e affascinanti, resta appannaggio della sola religione. Quella canonica, ridondante e ipocrita, e quella popolare, zeppa di ottuse tradizioni e di bizzarri sincretismi.
Se poi neppure sua maestà Ragione è riuscita a fare meglio, vuol dire che bisognerà per forza trovare un’altra strada.



martedì 24 maggio 2016

SPIRITUALITA' E TRASCENDENZA - di Andrea Vona

Pubblico, con grande piacere, il contributo ricevuto da Andrea Vona sull'argomento, cui spero ne seguiranno altri ...

Spiritualità e trascendenza sono concetti archetipici, che si radicano in un passato così remoto da non poter essere forse nemmeno immaginato. In ognuno di noi sembra albergare il desiderio che tutto quello che vediamo e sperimentiamo sia solo una infinitesima parte di quello che in realtà esiste. E che il nostro corpo non sia niente altro che una macchina diretta e governata dalla nostra parte spirituale, alla quale abbiamo dato l’appellativo di anima e concesso tutto il nostro interesse. 

Dall’inizio, il quando non è importante, ci siamo sorpresi alla ricerca di “Dei” atti a spiegare il senso di una esistenza che evidentemente non siamo mai riusciti a comprendere completamente. Fatto salvo, naturalmente, per quello che riusciamo a percepire coi nostri sensi. 

Essere persone spirituali, secondo il mio modesto e personale parere, esula dal bisogno di sentirsi protetti e governati da un Dio. Non importa se tale entità, che va mutando da antropomorfa ad astratta per via delle scoperte scientifiche che decennio dopo decennio progrediscono, sia reale o inventata per disperazione o perfino convenienza. Per quello che si evince dalla storia conosciuta, la figura di Dio si incarna laddove hanno luogo eventi che non si riescono a spiegare. Il Sole, non a caso, è stato una delle prime divinizzazioni a cui gli uomini si sono dovuti assoggettare. 

Se è vero che l’ignoto ci affascina, è altrettanto vero che ci spaventa. Per questo motivo alle divinità sono sempre associati i loro antagonisti. Satana, nel nostro caso, ha una doppia funzione. Infonde una giusta quantità di paura e rende alla visione religiosa una coerenza narrativa, permettendo il perpetuarsi dell’eterna lotta tra il bene e il male secondo la nostra visione dualistica dell’universo. 

Tuttavia la spiritualità e il concetto di trascendenza, come dicevo, non c’entrano col bisogno di sentirsi protetti e, ahimè, deresponsabilizzati dalla figura di un Dio che ci tiene al sicuro dai suoi antagonisti. La spiritualità è sicuramente personale e si sviluppa o atrofizza in funzione del livello culturale di una persona o dell’ambiente in cui è cresciuta. 

Una religione organizzata nasce quando una corrente di pensiero fideistica si aggrega per mezzo di un carismatico leader religioso, spontaneamente o a tavolino, e si rende manifesta tramite precisi rituali simbolici. Purtroppo Il filo conduttore ed effetto collaterale di molte di queste organizzazioni è usare il concetto di spiritualità per fini che paiono esulare totalmente dal bisogno sincero di trovare un senso all’esistenza. 

Così, col passare degli anni, si sono divise nella mia testa due figure che abbracciano ognuna vari modi di approcciarsi alla faccenda. Il libero pensatore e il religioso. (L’ateismo, pure se ammorbidito dal suo aspetto agnostico non m’interessa. Si fonda, allo stesso modo della religione, su concetti opposti ma pur sempre fideistici). 

Il libero pensatore si pone domande in continuazione, senza l’assillo di una risposta. Esplora il pensiero umano in tutte le sfumature che può cogliere e ne cerca i significati nascosti. Individua in ogni alternativa una possibile strada verso una verità che, tuttavia, gli appare più come un’astrazione che come una realtà tangibile. Il religioso, da parte sua, convive con un disperato bisogno di risposte ai misteri dell’esistenza. Il pilastro delle sue convinzioni è la fede. E’ di conseguenza più portato al rispetto di un dogma che a un’apertura verso gli innumerevoli modi di porsi alla vita. 

Ognuno abbraccia la corrente di pensiero che più gli si addice secondo le proprie esperienze di vita vissuta. 

Penso che spiegare la realtà tutta con un Dio che si è messo a edificare l’universo in poco tempo sia troppo comodo. Per questo considero Ia visione religiosa semplicistica. A essa si contrappone il modello scientifico. Ma anche la scienza, strano a dirsi, manifesta comportamenti fideistici. Per ironia della sorte, col passare dei secoli e per contrapporsi alla visione religiosa, è andata ad assomigliare sempre di più a una religione che a un insieme di discipline olistiche e possibiliste. Difatti, credere e quindi dare per scontato a priori che la materia si organizzi in forme sempre più complesse per una proprietà insita della materia stessa, non è forse come credere in un Dio? 

La storia, inoltre, ha dimostrato e dimostra ancora oggi, che affidare ciecamente la propria esistenza addosso a un credo può essere molto pericoloso. La fede, infatti, per sua natura genera conflitto. Chi l’abbraccia è convinto di essere nel giusto, e non ammette alternative o possibilità alle sue credenze di base. Così non c’è bisogno che io stia qui a elencare tutto quello che è successo nel corso dei millenni e che continua ad accadere oggi a causa di convinzioni religiose estreme, soggette peraltro a raggiri e manipolazioni con secondi, terzi e quarti fini, ma sempre di lucro.

A volte mi metto a fantasticare, perché per ora sembra non si possa fare molto altro, sul fatto che tutto ci risulta così difficile e frustrante perché siamo capitati in uno spazio di universo disabitato. Così, sentirsi soli e abbandonati al cospetto degli immensi spazi siderali, non è certo una bella sensazione. E’ per questo, forse, che tendiamo a divinizzare ogni cosa che non riusciamo a capire o decifrare. Una grande sensazione di solitudine.

Parole sante quelle di chi ha sostenuto che una fede può servire anche a migliorare la vita di qualcuno. Va coltivata nel tempo e rafforzata, a patto che non venga spacciata per la verità. 



sabato 21 maggio 2016

PROVARE A DIRGLIELO

Col trascorrere degli anni decade quel senso di impunità e sfrontatezza che caratterizza gli anni giovanili, quando l'istinto prevale sulla ragione facendoti credere che si, si può anche se apparentemente sembra vero il contrario.
E ragionare conduce ad un certo assillo, una catarsi asmatica, una sincopata alternanza di si, lo faccio, e no, non se ne parla neanche, che ti lascia nel limbo candido e torbido del potrebbe essere bello ma potrebbe essere anche dannatamente difficile digerire un rifiuto, seppur cortese.
Così annaspi nel girone degli accidiosi, incollato dalla noia del pensiero neutro al morbido materasso che usi per dormire, serrato nell'impermeabile della certezza del non fare nulla, ammorbato dalla nenia della falsa indifferenza a come il domani potrebbe essere diverso.
A volte sogni, a volte piangi; a volte resti a guardare la linea dell'orizzonte che sembra invalicabile e lontana come lei, divenuta eterea vivendo solo nella proiezione delle tue cellule celebrali coese nell'elevarla a dea come altrettanto a trasfigurarla nel tuo personale demonio.
Nell'ibrido dell'istante che si perpetua divenendo quotidiano maledici gli anni che passano, pescando negli angoli remoti della parte del cervello magazzino dei tuoi ricordi istantanee di successi imprevedibili, di atti per così dire coraggiosi, di frasi ad effetto tirate fuori al momento opportuno, di quella sconosciuta seduta a piangere sul motorino fuori dalla discoteca che hai riportato alla vita con una carezza e alla gioia di vivere con un bacio che non ne hai più dati di così.
Ma appunto, nel tornare presente al te stesso attuale piombi di nuovo nella metastasi della domanda infinita che ti divora l'anima e ti rende ancora più solo, se mai questo fosse concepibile dalla mente umana.
Cerchi, allora, un approdo che ti ripari dalla tempesta, nella quale pur navigando senza timore apparente non riesci a sentirti completamente al sicuro, perché troppo scosso e troppo eccitato dalla voglia di fare quello che senti, che devi, che vuoi; ma sai bene non esiste in natura un porto che possa questo.
E' vero, le acque si cheteranno al tramonto lasciando infine in pace nel sonno della stanchezza, ma domani il sole leverà di nuovo e si staglierà là, sulla line dell'orizzonte dove lei vive e dove puoi vederla in ogni nuvola che attraversa l'azzurro infinito.
Provare a dirglielo, non esiste un'altra via. Provare a dirglielo, accettandone le conseguenze. Provare a dirglielo, lasciando fuori quello che credi razionale.
Provare a dirglielo ...




domenica 15 maggio 2016

SOGNARE

 Abbattere un muro eretto per dividere e divenuto con il tempo un monumentale monolite dell'umana stupidità è stato per  la mia generazione l'evento più incredibile a cui abbia assistito, al di là ogni meraviglia tecnologica che ha cambiato, e sta cambiando, il mondo.
Un atto fisico distruttivo che ha condotto l'umanità fuori dal  medio evo nella quale era  di nuovo precipitata, dopo aver assaporato l'era dei lumi francese, la rivoluzione industriale inglese e la prospettiva liberale del "nuovo mondo" americano.
Due guerre mondiali combattute in gran parte sul suolo europeo non erano state sufficienti a saziare l'animale che si annida nell'uomo e dal quale è diretta emanazione; occorreva anche una "guerra fredda" combattuta sotto l'egida della minaccia nucleare per completare le portate del pasto assurdo iniziato nel 1915, che contribuiva a dividere il pianeta in due blocchi contrapposti da filosofie e politiche sociali inconciliabili.
L'unica certezza sembrava la fine; un fungo atomico avrebbe dato l'innesco per l'auto cancellazione dell'umanità, supremo atto autodistruttivo da perpetrarsi in nome di un qualcosa che ancora oggi sfugge al pensiero razionale.
Poi, un uomo proveniente da uno sperduto villaggio agricolo dell'ex Unione Sovietica innescò invece la più grande rivoluzione dei tempi moderni, teorizzando e portando a compimento il processo di democratizzazione di quell'immenso Paese, passato alla storia come "Perestroika", che segnò la fine della guerra fredda e che fu celebrato, appunto, dall'abbattimento del muro di Berlino nelle due date consegnate alla storia:  9 novembre 1989 inizio - 3 ottobre 1990 riunificazione della Germania.
IL 15 marzo del 1990 l'umanità celebrò anche lui, Mikhail Gorbaciov, assegnandoli il Premio Nobel per la Pace, in quanto riformatore e leader politico mondiale che ha contribuito al cambiamento in meglio della natura stessa del processo mondiale di sviluppo.
Un sognatore nato in una remota località del pianeta prendeva per mano uomini stolti e li rimetteva sulla giusta rotta, indicando loro la via per un futuro migliore, da discutere, è vero, ma senza l'ausilio di armi e barriere non solo metaforiche.
Un sognatore che non si è limitato a produrre parole seppur belle ad uso e consumo del pensiero positivo in quanto tale, ma che si è battuto attivamente per il suo sogno, che non riguardava lui in quanto essere vivente ma tutti noi come appartenenti alla stessa specie.
La storia dell'umanità ha visto apparire molteplici sognatori positivi che ci hanno condotto a dove siamo oggi, con visioni future a volte ridicolizzate dallo status quo dominante nel momento storico nel quale sono apparsi; l'hanno combattuto e l'hanno vinto, dimostrando che si può.
Si può cambiare in meglio rendendo la società mondiale potabile per se stessa, coadiuvandosi nel nome della continuità, eliminando barriere che sembrano ineludibili, manifestando idee scomode, illustrando visioni future di organizzazioni societarie improntate sul bene comune, scevre dei confini geografici, politici e religiosi che le stesse organizzazioni hanno creato e sui quali hanno proliferato.
Sognare un mondo diverso si può e si deve ma, sopratutto, occorre che si voglia: aspettare il Messia potrebbe rivelarsi cosa buona e giusta, ma se nel frattempo la strada per il suo passaggio inizia a lastricarsi con il nostro contributo, questo non potrà che rendergli il cammino più agevole ...






mercoledì 11 maggio 2016

ITALIAN FICTION: BANDA DELLA MAGLIANA & GOMORRA

Faccio subito una premessa, non ho mai visto alcuna puntata di entrambe le fiction (ho solo visto il deludente film di Michele Placido sulla banda), ma ho seguito tutta la serie su History Channel della "Vera storia della banda della Magliana", ben fatta e veritiera come ha avuto modo di confermare Massimo Carminati ultimo boss vivente assieme ad Antonio Mancini, tra l'altro considerato "infame" perché pentito.
Ma non voglio discutere della qualità delle proposte in sé, che sembrano ottime a leggere i commenti della critica in proposito, ma del successo che queste hanno ottenuto, ovvero della celebrazione che il pubblico ha riservato, e riserva, alle storie basate su bande criminali organizzate.
Mi riesce difficile comprendere come possano assurgere a miti personaggi che rubano, uccidono, depredano, spacciano, impongono pizzi e praticano l'usura, e mi riesce ancora più difficile comprendere come i presunti codici morali che questi criminali usano all'interno delle loro organizzazioni possano essere considerati regole su cui tutti dovrebbero basarsi.
I gadget riversati sul mercato dai produttori manifestanti soprannomi e frasi ad effetto hanno trovato incredibilmente mercato e sui social appaiono di continuo le facce degli attori con sovra impresse, appunto, queste, ultime, come se fossero verità ineludibili che la società dovrebbe prendere ad esempio; in maniera particolare mi riferisco alle frasi sull'infamità ed il rispetto nelle forme presunte che queste persone avrebbero adottato,usano, nei loro rapporti.
L'altra cosa stupefacente che risalta è l'esaltazione dell'omicidio come soluzione dei problemi che queste persone si troverebbero davanti, come se uccidere fosse la cosa più naturale del mondo e non comportasse effetti collaterali.
In una puntata della serie di History Channel, il Carminati racconta dell'omicidio di un usuraio che aveva eletto l'ippodromo di Tor di Valle come base operativa e che era anche il boss di riferimento per le scommesse clandestine; volendosi appropriare del giro la banda della Magliana decise, per l'appunto, di eliminarlo; fu uno dei primi atti che diedero poi la stura all'epopea di questa gente ora celebrata.
Il boss racconta i momenti che precedettero l'omicidio: l'ansia, la paura, il non potere più tirarsi indietro, il calcolo degli eventi successivi, la necessità di doversi da quel momento in poi di guardarsi alle spalle per il resto della vita; nulla nel suo racconto fa presumere l'enfasi con la quale questi fatti sono stati poi raccontati dal cinema e dalla televisione.
Forse sono io che fraintendo, forse è solo un momento cavalcato, magari giustamente, dai produttori di queste serie, ma se è vero come è vero che sono seguite da così tante persone deve esserci per forza un sentimento di approvazione, magari latente, per quello che viene rappresentato.
Forse inconsciamente qualcuno avrebbe voluto intraprendere una carriera criminale, o forse è solo la voglia di vedere cosa succede in queste organizzazioni, forse vengono guardate e basta; io continuo a non capire e preferisco non guardarle; non mi interessa la vita di questi signori ed hanno tutta la mia disapprovazione.
Vorrei concludere con il pensiero di Massimo Carminati nell'ultima puntata della serie; le parole esatte non le ricordo ma quello che ha detto è stato questo:
"Non capisco tutta questa enfasi per quello che abbiamo fatto. E' vero, a diciotto anni giravo per il Trullo con una Ferrari e tutti mi portavano rispetto. Ho avuto alcuni anni di ebbrezza e di potere, ma ad un certo punto ho dovuto guardarmi non solo dalle guardie ma anche da quelli con cui condividevo quelle imprese criminali e tutto sommato non è stata una gran vita. Ora sono circa trenta anni che sono in carcere e sinceramente, dopo tutto, non c'è nulla di cui andare fieri ..."



martedì 10 maggio 2016

LUIZ INACIO LULA da SILVA & DILMA ROUSSEFF

Il liberale, democratico e integerrimo governo del Brasile promesso da i due presidenti fuoriusciti dalla classe operaia andata in paradiso è nella polvere; il primo è nascosto da qualche parte con i suoi avvocati perché teme di essere arrestato, la seconda si trova sotto impceachment (istituto giuridico con il quale si prevede il rinvio a giudizio di titolari di cariche pubbliche che abbiano commesso reati nell'esercizio delle loro funzioni) ed è stata sfiduciata dalla camera dei deputati e, nonostante il soccorso del presidente della stessa camera che ha emanato un provvedimento sospensivo, dovrà fare le valige a furor di popolo.
Non mi interessa quello che succede in quello sterminato Paese, quello che mi interessa e che vorrei ricordare ora è che queste due persone hanno impedito l'estradizione in Italia di Cesare Battisti; l'argomento l'ho già trattato in tre post: LULA POP - LULA POP REMIX e LULA POP TRE, scrivendo dell'assurdità delle motivazioni espresse dall'allora presidente Lula, confermate poi dal suo successore Dilma, per impedire l'estradizione di un condannato dal nostro Stato Sovrano per omicidio, e che ancora svolazza libero sulle spiagge assolate del loro paese, attinenti il nostro sistema giuridico e il nostro sistema carcerario, entrambi definiti di "terzo mondo".
Questi due paladini dell'onestà depositari della conoscenza di cosa sia "giusto" hanno violato le leggi del loro paese e l'hanno fatto ricoprendo la massima carica istituzionale, tanto da doversi oggi difendere dal loro sistema giudiziario, massima espressione del diritto penale, come è noto a tutti.
Mi sono ribellato allora alla morale che prorompeva dalle cariche istituzionali brasiliane a difesa di un indifendibile, passato dalla protezione francese messa in opera dalla dottrina Mitterand (allora primo ministro della Francia) a favore dei brigatisti rossi, che trovarono un rifugio dorato nella patria della democrazia celebrata nei libri di storia come la "Rivoluzione francese" a quella, appunto, brasiliana nel nome impronunciabile di una presunta guerra combattuta sul suolo italiano negli anni 70; e voglio ribellarmi ancora adesso, proprio in virtù di quello che sta accadendo in questo momento in Brasile e chiedo a gran voce che allo Stato Italiano venga restituito Cesare Battisti con tanto di scuse.
L'ignobile pantomima della fuga nel paese sudamericano di un condannato dal nostro sistema iper garantista conclusa con l'ancora più ignobile disponibilità di asilo politico concessa da Lula e confermata da Dilma deve essere mondata, e il condannato restituito alla patrie galere, ne va dell'onore di questo Paese.
Quanto alle lezioni mi moralità fatte pervenire allora da oltre oceano, beh, non c'è molto da dire, ognuno tragga le conclusioni che ritiene opportune.
E' ora di riappropriarsi della Sovranità di Stato che abbiamo smarrito da tempo, o quello che resta nella nostra disponibilità continuerà a subire soprusi inaccettabili a questo livello, rilegandoci nella sfera di chi è costretto a subire imposizioni che conduce al dissolvimento di una Stato di diritto per avere il quale molto sangue è stato versato.

lunedì 9 maggio 2016

PERPETUUS

Arriva un momento nella vita in cui si prende coscienza di se nella transumanza che si percorre dal non essere all'essere, comprendendo cosa si è e cosa si vuole; è un tragitto che l'uomo deve necessariamente compiere.
Può essere breve o molto lungo, ma è insito nell'Adam perché è la ragione stessa della sua esistenza, è ciò per cui è stato creato; è ineludibile.
Se non arriva si resta nell'incoscienza perenne, che non vuol dire che la vita non venga percepita come reale, ma che, di certo, la stessa resta incompleta.
L'acquisizione della coscienza procede con l'apprendimento spirituale interiore che ogni essere umano compie, ponendosi così nel contesto sociale in cui vive come esistente, affermandosi come entità non solo biologica ma anche, e sopratutto, senziente; ne permette la consacrazione e l'accettazione.
Nell'accesso all'essere l'uomo diviene produttivo, ovvero può trasmettere quello che ha appreso alla sua progenie, nelle forme e nelle modalità che ritiene opportune, creando così quella catena di continuità e progresso che ci ha condotto fino ad oggi e che condurrà le generazioni future a dove arriveranno; in questo perpetuus risiede la nobiltà e l'aristocrazia umana, consacrata dal Sommo Poeta nel verso "fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".
E' un dogma, un comandamento, una chiave di accesso al portale dell''infinito, senza la quale la caverna sarebbe ancora il luogo di riparo dal mondo sconosciuto.
Apprendere, trasmettere e insegnare a farlo; nulla di più e nulla di meno, nella serenità di aver compiuto il percorso per il quale si è stati designati.
Ognuno ne è parte e ognuno ha il suo contributo da dare che non è misurabile in forma quantitativa né qualitativa; è importante e necessario in quanto tale.
Perpetuus, la conditio sine qua non dell'evoluzione ...



domenica 8 maggio 2016

KING SOLDATINO E D'ARTAGNAN

Oggi su FB mi sono trovato a leggere questo post di Andrea Caovini, sempre attento allo sviluppo delle cose che succedono attorno a lui e come sempre sarcastico, nonché puntuale ed essenziale, nei suoi commenti: 
"A me quando sentite che è giunto il momento di fare qualcosa per questo paese allo sbando e concedete tutta la vostra onestà al servizio degli italiani e vi buttate in politica me fate una paura ...".

La locuzione cui voglio porre attenzione è " e vi buttate in politica", che se pur apparentemente brutale, è così efficace che non abbisogna di ulteriori accorgimenti dialettici per esternare un pensiero che racchiude in se una profonda filosofia nonché aspetto culturale del popolo italiano: la supponenza.
Credere di possedere la chiave per superare i problemi atavici che corrodono il bel paese, nonché le sue eterne contraddizioni, è forse il problema maggiore che occorrerebbe affrontare una volta per tutte al fine di eliminarlo, o comunque renderlo statisticamente irrilevante.
Essere colti dall'illuminazione come San Paolo sulla via di Damasco potrebbe essere veramente risolutivo per un "paese allo sbando", sarebbe un bene e ci si potrebbe fondare una nuova religione, visto che di partiti politici ce se sono fin troppi; ritrovarsi con un nuovo profeta illuminato che indichi la strada poterebbe essere veramente l'uovo di Colombo che tutti stanno dannatamente cercando e non trovando come la biblica Arca dell'Alleanza (tenderei ad escludere che  Indiana Jones l'abbia fatto).
Pur cercando continuamente di aggiornarmi vivo nella perenne ignoranza; più studio cose più cose trovo e più ignorante mi accorgo di essere, senza soluzione di continuità. Mi sono laureato in Scienze Politiche in quanto appassionato della materia ed ho anche approfondito alcune questioni legate alla gestione del potere sia come autodidatta sia in lezioni universitarie non propedeutiche al mio corso, sostenendo anche alcuni esami nel mio precedente corso di Sociologia.
Ho avuto la fortuna, nonché l'onore ed il piacere, di incontrare eccellenze nel corso della mia vita che hanno da un lato ridimensionato il mio ego e dall'altro accresciuto la mia autostima, facendomi comprendere quanto sia lungo, tortuoso e ispido  il percorso formativo di una persona che cerchi di affermare se stesso nella dimensione societaria nella quale vive, e anche quanto sia doloroso ed impegnativo il formarsi un pensiero stabile su come affrontare e risolvere determinate situazioni legate allo sviluppo della mia persona.
Ampliando questo discorso semplicemente ad un gruppo di persone, ovvero farsi carico di risolvere problemi legati anche ad una piccola collettività, il percorso diviene, gioca forza, ancora più duro e irto di difficoltà.
Alla necessità di conoscenza ad ampio raggio che occorre per affrontare con razionalità situazioni collettive bisogna anche aggiungere delle qualità intrinseche che l'individuo che si propone per tali compiti dovrebbe possedere come minimo; capacità di analisi, essenzialità, saper ascoltare, prendere decisioni anche scomode, freddezza, lucidità scevra dall'emotività, eloquio significativo e trainante, onestà, lungimiranza.
In assenza di una delle due delle componenti, o le stesse pur possedute insieme non solide, non si può che non aggiungere altro a quello che già è, ovvero allo status quo dominante.
Proporsi è sempre un bene, questo non è in discussione. Quello che occorre è farlo dopo una attenta analisi di se stessi e di quello che si sente sia possibile riversare nella collettività come valore aggiunto e non come aggiunta e basta.
Io non ho qualità, me ne rendo conto quando analizzo problematiche sociali e non riesco ad individuare soluzioni che possano ribaltare lo status quo dominante, appunto; leggo, ascolto, cerco di comprendere l'orientamento sociale, studio se vi siano state in epoche precedenti problematiche affini e se si cerco di capire come sono state risolte o dove il superamento delle stesse si sia arenato o non sia stato completato, ma infine mi trovo punto e a capo.
Ragione per cui non credo che sia la persona che possa risolvere da solo i problemi di questo "paese allo sbando"; però se qualcuno ritiene di poterlo fare, senza supponenza, io sono pronto a dare il mio piccolo contributo di conoscenza ed esperienza.
Poi può accadere l'imponderabile: che King Soldatino e D'Artagnan, tre cavalli di scarsa qualità, vincano una tris e chi ha puntato su di loro, i non esperti del settore, vincano una discreta somma, così come celebrato in un film divenuto cult come "Febbre da cavallo", che nella sua estrema semplicità racchiudeva e esplicitava il profondo concetto filosofico e matematico della casualità.
Quello che credo non sia possibile, però, è affidare il futuro della nostra socialità a chi ha scarsa qualità, che si statisticamente può anche raggiungere il suo obiettivo una volta, ma fallirebbe in tutti gli altri causando, come succede, guasti inenarrabili.
Poi ognuno faccia la sua puntata, su questo libero arbitrio ...




sabato 7 maggio 2016

REPERIMENTO CASH: TANGENTI

In matematica, in particolare in trigonometria, la tangente è una funzione trigonometrica definita come il rapporto tra il seno ed il coseno ... ah, no scusate ...

Somma di denaro richiesta illegalmente, generalmente rispetto ad una certa percentuale, che garantisce a colui che paga la garanzia di non subire danneggiamenti dei propri beni da parte di chi la impone; 

oppure


Somma di denaro offerta o richiesta, in un rapporto con amministratori pubblici, al fine di conseguire favori per un guadagno illecito ...

Cosa accomuna le associazioni mafiose e le associazioni politiche? La necessità di reperire denaro, possibilmente cash, e, sopratutto la modalità di reperimento dello stesso: la tangente. La prima differenza sostanziale fra le due associazioni risiede nell'eleganza dell'approccio al reperimento di denaro: intimidatorio per le quelle mafiose, con sorrisi e pacche sulle spalle per quelle politiche. La seconda differenza sostanziale risiede nello scopo: privato per quelle mafiose, pubblico per quelle politiche. La terza, ed ultima, differenza sostanziale risiede nella possibilità di giustificazione; inesistente per quelle mafiose, ad ampio raggio per quelle politiche. Entrambi le modalità hanno però in comune che sono indicate nel codice penale come reato, e che quindi deve essere perseguito a norma di legge. Ma mentre per quelle mafiose la condanna sociale è inevitabile, tranne, a volte, per chi pagando ottiene protezione, per quelle politiche il sistema protettivo che fa a loro corollario può determinare, sempre a volte, sintomi di compiacimento ovvero di riconoscenza.
La tangente, ne converrete, è una piaga sociale e politica che causa distorsioni sia al sistema produttivo del bel paese sia alla soddisfazione del bene pubblico, in quanto entrambi sono costretti a sopportare un imposizione di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Questa piaga sociale è parte della nostra cultura, in quanto è accettata come inevitabile, è considerata un strumento per ottenere qualcosa da entrambi i poteri, è valorizzata come mezzo si scambio di reciproci favori.
Il legislatore molto ha prodotto in ragione di pubblico servizio riguardo alla necessaria trasparenza sulle modalità di accesso a bandi pubblici tesi a realizzare beni collettivi, così come molto ha prodotto a tutela del taglieggiato dalle associazioni mafiose.
Sono stati quindi forniti ampi strumenti legislativi per affrancare il cittadino da questo crimine che vorrei ora definire efferato, seppur questa iperbole legata all'omicidio possa sembrare esagerata di fatto operando al di fuori dell'imperativo normativo si commette un delitto che può costare molto ai non destinatari del favore, ma la diffusa illegalità persiste; e vive in quanto, appunto, problema culturale.
Un popolo che cerca scorciatoie e chiede favori inevitabilmente accetta socialmente questo da un punto di vista egoista, ovvero di soddisfazione di necessità personali;  "andare a chiedere" al capo bastone mafioso o al politico di riferimento è un abitudine, che viene condannata non aprioristicamente ma solo se e quando non se ne ha interesse diretto o non si ha la possibilità di fare altrettanto.
Trasparenza, meritocrazia, efficacia ed efficienza dell'azione amministrativa, legittimo affidamento, benessere sociale diffuso, pari opportunità e via discorrendo restano belle, bellissime e lodevoli stelle polari, ma occorre che non vengano adite solo nel momento dell'indignazione, dovrebbero essere dogmi essenziali di ogni cittadino di questa falsa repubblica nonché, ovviamente, comandamenti divini per chi è chiamato a esercitare con la cosa pubblica.
E' giusta l'indignazione, è un dovere morale e sociale protestare e chiedere a gran voce rispetto, ma è anche giusto e saggio riflettere sui nostri comportamenti quotidiani  e su quello che intendiamo per bene sociale.
Tutte le rivoluzioni sono iniziate con un singolo passo, è vero, ma è anche vero che quel passo, seppur piccolo, occorre farlo.



venerdì 6 maggio 2016

NEI SUOI OCCHI

Esiste quell'attimo. Esiste, pur se ad un certo punto ho smesso di crederci. Cosa volete, sono si un sognatore incallito, ma ho anche appreso che occorre fare comunque sempre i conti con la dura realtà; e la realtà mi ha indotto a credere che quell'attimo ha vita solo nei film.
Poi, un giorno, mentre mi trovavo a discutere di noiose cose di lavoro quell'attimo si è palesato, in un frammento onirico di rara potenza; come una folgorazione, un incendio, un cataclisma, un'iperbole, un'attesa che termina, un sorriso che si accende, il sole che esce dalla nube nera, un'apparizione.
E ho preso coscienza che quell'attimo può; può cambiare il tuo futuro trascendendo direttamente dall'irrazionalità.
Ma  quell'attimo pur percependolo  non l'ho compreso all'istante, ne sono restato allibito, immobile, frastornato, vinto.
Poi quell'attimo si è insinuato in me nei giorni seguenti ed è rimasto impresso nella mia testa come un'istantanea che via via è divenuta immortale; e mi ha corroso in quei giorni che lo hanno celebrato, si, ma anche maledetto, nell'effluvio di domande che hanno squassato quelle che credevo certezze mentre l'icona memorizzata ha assunto sempre più splendore, assurgendo a dea.
Nella paralisi emotiva e sensitiva successiva che crea vuoto quell'attimo si è espanso, divenendo sempre più chiaro, significante, significativo.
L'assopito sentimento custodito gelosamente nella mia anima ha accennato al risveglio, chiedendo spazio e aria per completarlo.
Esiste quell'attimo, ora ne ho la prova. Ha avuto vita breve e intensa, come una farfalla. Quello che produrrà sarà solo una conseguenza.
E' esistito quell'attimo. Lo posso giurare. L'ho visto vivere nei suoi occhi ...




martedì 3 maggio 2016

SPIRITUALITA' E TRASCENDENZA - di LUIGIA STEFANUCCI

Conclusione di una dissertazione avuta con Luigia sulla necessità o meno per l'uomo di avere sempre e comunque un riferimento trascendente e spirituale ...

L'approccio scientifico (o quasi scientifico - una disciplina ad esempio come l'antropologia può essere definita "scienza"?) alla religione ha prodotto così tante letture che c'è l'imbarazzo della scelta... in molte di queste c'è una lettura simile a quella che proponi tu. 
Agli appassionati del dibattito in questione o a quelli che semplicemente si pongono delle domande e ipotizzano risposte, la tua lettura è nota e condivisa. Ma a prescindere dalle letture possibili, anche in una società secolarizzata e laicizzata come la nostra (occidentale) sopravvive l'esigenza del sacro, magari in una forma eterodossa: pensa alla new age, che tenta da sempre di fornire una chiave di accesso al trascendente non convenzionale, appoggiandosi ai risultati stupefacenti della fisica quantistica, alle filosofie orientali, ecc. 
Questa dilagante "nuova spiritualità" dimostra che anche là dove il progresso, la cultura, l'approfondimento, e l'indipendenza da un'eredità religiosa convenzionale ci sono e crescono persino, Dio lo si continua a cercare, magari su sentieri meno battuti, magari con modalità "altre" ma il bisogno rimane integro. 
Quindi, la risposta è: sì e no. Perché di fatto è quello che succede: una parte dell'umanità spinge verso una demistificazione l'altra verso un nuovo misticismo.
Se invece mi domandi, andando ancora più in profondità, se il genere umano saprebbe sostenere il peso di una risposta definitiva e incontrovertibile capace di fare fuori Dio... io ti dico di NO. Non siamo pronti e chissà se lo saremo mai. 
Io, anche tra gli atei (e tutte le varie declinazioni dell'ateismo) per lo più riconosco esseri diversamente religiosi. Si è religiosi anche da atei. La religiosità sta tutta, secondo me, in un particolare tipo di "innocenza" (intellettuale, emotiva, psicologica, ideologica). 
E di persone che ne sono prive ne conosco 2 o 3 di contro a tutto il resto delle scibile umano (da me conosciuto). 
Che te devo da dì?

domenica 1 maggio 2016

FIRST MAGGIO

Così anche quest'anno il carnevale della festa del lavoratori è andato in scena nelle variopinte modalità istituzionali e non solo.
Frasi fatte sono state proferite dietro le maschere adatte all'occasione, sempre uguali nel rito nostalgico assurto a tradizione.
Promesse, minacce, coriandoli di speranza e ottimismo, bandiere, marce e cortei, musica a San Giovanni in Laterano.
Il tempo si ferma oggi, ovvero replica se stesso; estraendo un servizio di telegiornale dai famosi archivi Rai di una qualunque data trascorsa potremmo riproporlo oggi e nessuno si accorgerebbe della differenza; i più attenti, forse, potrebbero capire dagli abiti degli intervenuti, ma tutto il resto apparirebbe mestamente identico.
E mestamente identico, nelle forme e nella sostanza, risulterebbe il day after, di cui oggi potremmo facilmente scrivere un articolo spacciandolo come profezia.
Cambiano gli interpreti, ma non il modo di pensare. Il futuro corre più veloce del pensiero dell'italica elite, tesa all'autoconservazione che conduce allo stagnamento, nell'attesa di un giorno promesso che non vedrà mai la sua alba:  "Suvvia, però, sorridi lavoratore, ti stiamo festeggiando, no? E sorridi anche tu in attesa di un lavoro, quando l'avrai questa sarà anche la tua festa. Ci impegneremo per questo, i tavoli di lavoro per il confronto democratico e civile sono già stati preparati; la discussione sarà lunga, ma, statene certi, porteranno alla luce un risultato straordinario. Lavoriamo per voi, e come potete ben vedere, noi non festeggiamo in questa giornata; il compito istituzionale non permette soste ludiche; abbiate fiducia, domani sarà migliore".
Le luci infine si spegneranno, sul suono dell'ultima nota che vibrerà nell'attesa dell'applauso; le maschere verranno riposte accuratamente, trecentosessantaquattro giorni volano, e per preparare tutto questo saranno appena sufficienti ...

giovedì 28 aprile 2016

5 DOMANDE A: MR GARDENIO (ALBERTO VALERIO FERRINI)

Mr Gardenio, innanzitutto grazie per la tua disponibilità a soddisfare il mio appetito di curiosità ... poi vorrei iniziare con il chiederti: come nasce la tua idea di presentare i piatti che servi nel tuo ristorante "La Gardenia" come un food blogger?

L’idea parte grazie a facebook che ci permette di fare video in diretta. Vedevo tutti che facevano video di feste di compleanno, di pranzi al mare, di semplici momenti in casa. E li mi è scattata le genialata! Ma perché non sfruttare questa opportunità per fare un po’ di marketing? Avendo un attività mi è venuto subito in mente di presentare piatti mentre li mangio, in diretta dove spiego mie sensazioni e faccio a voce alta esami organolettici delle pietanze.

Come si concepisce un nuovo piatto da inserire in un menù già rodato?

Io direi più che "nel piatto" dobbiamo cercare nei sapori. Cos’è il sapore perfetto? Nasce da un abbinamento, un gusto, un insieme di consistenze, una ricetta. È difficile darne una definizione, è come se dopo l’assaggio di alcuni piatti la nostra mente in combutta con il nostro palato si rifiutasse di ricordare altro se non quell’esatto sapore. Non è solo l’esperienza alle prese con piatti di alta cucina, può essere il pane al pomodoro per esempio, come nel mio caso. La merenda perfetta di me bambino, che non riesco più a replicare esattamente. Eppure la ricetta è semplice, gli ingredienti essenziali. Riferito al mondo degli chef può essere un discorso ancora più complesso. Mi spiego meglio. Immaginate uno chef, il cui compito, oltre al lavoro quotidiano, è quello di creare nuovi piatti. Da dove comincia? Da un’ispirazione che ha avuto camminando per strada, da un piatto del passato rielaborato, da un ingrediente, da un disegno, un’opera d’arte, un viaggio all’estero, da un insieme di esperienze e assaggi. Come si va alla ricerca del piatto perfetto? Le strade della creatività in cucina sono le più disparate. C’è chi per scegliere un piatto da inserire in menù lo prova 100 volte, chi invece è folgorato da ispirazione immediata, chi ne crea 60 per metterne in carta 6, chi perfeziona, chi sceglie, chi crea in team, chi ne intuisce anticipatamente il successo.

Dalla tua esperienza acquisita dal tanto tempo che sei in questo settore, è cambiato il gusto di cosa "mangiare fuori" di noi italiani ed il "modo di farlo"? E se si, come?

Quanto mangiavamo? Un tempo però spendevano molto di più per mangiare, e se facciamo un ipotetico raffronto con l’euro, basta dire che dopo l’Unità d’Italia, nel 1861, quasi 2/3 del reddito medio italiano - circa 2.022 euro annui pro capite a potere di acquisto attuale - era destinato al cibo; cinquant’anni dopo era il 46% del reddito per abitante, cioè 3.067 euro annui. Già dai primi Anni ’70 del secolo scorso la spesa alimentare si è dimezzata e negli ultimi quarant’anni i consumi alimentari hanno “perso pezzi”, pur essendo aumentati di 1/3. C’è lo zampino della Dieta Mediterranea. Siamo diventati più ricchi ma la spesa per mangiare è cresciuta poco. Alimenti come il pesce, la frutta e la verdura,comprese le bevande, sono diventati più presenti e “importanti” sulle nostre tavole. Al contrario il pane, i cereali, il latte, i formaggi e le uova hanno subito un ridimensionamento nei consumi. Carne e salumi, dopo una forte espansione nei venti anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, si sono stabilizzati negli Anni ’70. A partire dalla metà di quegli stessi anni la spesa per i prodotti alimentari è scesa dal 30% al 15%, poi dal decennio successivo la cosiddetta Dieta Mediterranea ha dato un ulteriore colpo di grazia. 
Come mangiamo oggi. Siamo ormai lontani anni da luce dai modelli di alimentazione degli inizi del ’900, quando assumevamo poche calorie, si mangiavano sempre le stesse cose e la dieta mutava in modo lentissimo. Rispetto al secolo scorso siamo passati dal sostentamento ad una dieta di benessere, segno che abbiamo risolto il fabbisogno degli alimenti primari, si sono ridotte le differenze nutrizionali tra le classi sociali, i consumi sono aumentati, i gusti sono cambiati, abbiamo scoperto nuovi modi di cucinare grazie ai fenomeni migratori, i cibi preparati e surgelati ci hanno fatto risparmiare tempo.

La dicotomia costo/qualità come si concilia? Ovvero, offrire un servizio di elevata professionalità ad un prezzo che il cliente possa ritenere fruibile, cosa comporta?

È una domanda ambigua, nel senso che la bontà o la bellezza non hanno prezzo e quando si cerca di quantificarlo, tenendo conto della materia prima, del servizio, del pensiero e del gusto che si trovano dietro ogni piatto, ognuno la pensa a modo suo. Per semplificare, tra l’ essere caro o costoso, Gardenio è "gustoso". 

In ultimo, Mr Gardenio, cosa vedi nel futuro della ristorazione? 

Il futuro lo vedo male … vedo chef stellati che lavoreranno per grandi industrie food e beverage. Ci saranno sempre più piatti pronti anche nei ristoranti. Finalmente ci mangeremo anche gli insetti. Dopo di che spero che un grande masso distrugga la terra per ricominciare tutto daccapo!!


Per saperne di più: http://www.ristorantelagardenia.it


Lo confesso, sono di parte. Mangio molto spesso e da tanto tempo alla Gardenia e Alberto, così come Paolo, il papà, e Mattia, suo fratello, sono miei amici, ma proprio per questo e approfittando della novità introdotta proprio da Alberto di presentare i propri piatti in compagnia di Mr. Gardenio, ho proposto questa intervista.
Sono curioso per natura e volevo saperne di più in virtù della loro professionalità che si è affermata dal tanto tempo che operano nel settore, e grazie alla disponibilità concessami, per cui colgo l'occasione per ringraziare ancora una volta, questo è il risultato.
La cucina è cultura, è arte, è passione, è sacrificio e molto altro ancora; quando un piatto arriva in tavola ha percorso un cammino che abbiamo provato a sintetizzare in questo piccolo spazio di questa piccola rubrica, nella speranza di essere riusciti a soddisfare magari anche qualche curiosità dei lettori che quotidianamente sfogliano idealmente le pagine di questo blog nella rete. proponendo, nel contempo, un luogo dove trascorrere una buona serata in compagnia gustando le proposte di Mr Gardenio ai suoi avventori ...


martedì 26 aprile 2016

TRASHED: RIFIUTI ZERO

Trashed: rifiuti zero è un film/documentario prodotto da Jeremy Irons (nelle vesti in video anche di giornalista investigativo) che indaga sul problema planetario dei rifiuti; è enorme e non può più non essere considerato anche un problema di coscienza collettiva.
Sette miliardi di persone che affollano il pianeta producono giornalmente una quantità di rifiuti che è sempre più difficile da smaltire.
Il film parte col denunciare il problema delle discariche (c'è ne una in Libano che sta creando seri problemi al Mare Meditteraneo che interessa anche noi), passando poi a enunciare i seri problemi che comportano gli inceneritori, sia dal punto di vista dei costi di gestione che dalle diossine (classe di composti organici eterociclici delle quali quelle POLIAGENATE sono INQUINANTI ORGANICI PERSISTENTI) che rilasciano nell'aria.
Il film mostra come in vari posti nel mondo (tra cui l'Islanda che alla fine ha chiuso il proprio), gli inceneritori lavorino quasi sempre fuori dai valori massimi stabiliti come emissione delle diossine e di come queste pur disperdendosi nella'aria tornino poi in circolo ricadendo nel mare finendo per essere assorbite dalla flora acquatica che poi, rientrando nella catena alimentare, le riporta, di fatto, a contatto con gli esseri umani.
Viene altresì mostrato come la plastica, ed in particolare i sacchetti che usiamo per la spesa, finisca sempre negli oceani creando fanghiglie poltigliose nelle sei parti del pianeta in cui negli stessi oceani si creano dei vortici nei quali si ammassa e di come la frantumazione in miriadi di micro pezzi questa venga sempre assorbita dalla fauna ittica e, in ragione di quanto detto prima, riportata a contatto con gli esseri umani.
Viene spiegato anche come in natura tutto si trasforma e ritorna in circolazione; anche i terreni assorbono ciò che piove dal cielo e ciò che gli viene sotterrato sotto, che è molto difficile da contenere quando degrada in fluidi.
Da questo principio viene mostrato come la raccolta differenziata eseguita con criteri seri e scientificamente processati è possibile creare per i materiali organici "compost" da utilizzare come fertilizzante, nei posti in cui avviene su questi dettami ha comportato un incremento della produzione anche di 5 volta maggiore rispetto ai prodotti chimici usati oggi con contestuale incremento della qualità della stessa, mentre per quelli inorganici è possibile creare riutilizzi che non comportino incrementi di produzione ed ulteriore smaltimento.
Infine viene evidenziato come in alcuni posti (vedi la città di San Francisco), dove si è raggiunti l'80% di raccolta differenziata sia sensibilmente migliorata la situazione generale e di come questa stia producendo posti di lavoro senza soluzione di continuità (in Italia molto interessante è il caso di Capannori, città della Toscana dove, appunto, si è raggiunti l'80% di raccolta differenziata).
Vi consiglio di vederlo.
Siamo ad un punto di non ritorno. Il nostro contributo su questo argomento non è più procrastinabile. Le generazioni future avranno sicuramente grandi problemi se non riusciamo ad educare i popoli alla raccolta differenziata; l'imposizione per legge non è l'unica soluzione (ovviamente non tutti i Paese del pianeta hanno preso questa direzione, basti pensare alla Cina).
Occorre un grande sforzo da parte di tutti affinché questo problema diventi al più presto uno dei più grandi problemi e che non basta più dire solo NO agli inceneritori; occorre dire basta a tante altre cose, in primis all'utilizzo dei sacchetti di plastica per la spesa.
Non si tratta di fare morale e di lavarsene le mani, si tratta invece di diventare attivi nella sensibilizzazione di quello che sta avvenendo e che avverrà in futuro se resteremo inermi ad assistere all'annientamento del pianeta.
La mia generazione, io per primo, ha fatto molto poco, per non dire nulla, in fatto di battaglie sociali.
Forse, questa, è l'ultima occasione per riparare ...

Per saperne di più:
http://www.leggerifiutizero.it/
http://www.leggerifiutizero.it/capannori-citta-a-rifiuti-zero/
http://www.zerowasteitaly.org/

domenica 24 aprile 2016

IL PARADISO PUO' ATTENDERE

Era un giorno afoso, corroso dallo scirocco che imperversava libero su questa parte del pianeta proveniente chissà da dove, pregno di una umidità che non ti faceva respirare e che ti portava a maledire il fatto che in quel momento non ti trovassi in un paese nordico, in un comodo refrigerio.
Me ne stavo lì, assorto nei miei non pensieri guardando l'orizzonte dalla sommità delle colline a sud di Roma; sotto di me bagnanti nel lago dove si specchia la residenza estiva del Papa; sopra di me la Rocca che porta il suo stesso appellativo.
Rare macchine ogni tanto mi sfilavano dietro in un fruscio indefinito; la mia moto pur spenta emanava calore; alcune persone poco più avanti mangiavano un panino sotto l'ombra di dozzinali e usurati ombrelloni da strada.
Tutto scorreva restando apparentemente fermo, in un non senso spirituale e atavico, detergente e avvolgente, comodo e asfissiante, relativo e assoluto.
Poi si accostò una macchina proprio nel punto in cui ero seduto e si aprì un finestrino dal lato passeggero e una flebile voce mi chiese qualcosa; scesi dal muretto e mi avvicinai non avendo ben capito cosa mi avesse chiesto, e mi affacciai all'interno.
Una donna minuta mi accolse con un sorriso e mi chiese un indicazione per dove non ricordo. Un viso orientale incastonato in rossi capelli e illuminato da occhi perlati mi travolse come un uragano di rara potenza, trascinandomi di colpo in un posto irreale, senza tempo né confini in cui risuonava una dolce melodia da violino e sembrava che tutti i colori esistenti al mondo si fossero mescolati assieme per tirarne fuori uno mozzafiato mai visto da occhi umani.
Non una parola uscì dalla mia bocca, paralizzato e vinto da cotanta bellezza lontana da ogni mia più fervida immaginazione.
Lei disse ancora qualcosa. Io non udii nessuna parola. Di colpo il vento cessò e il caldo mutò in una fresca e invitante mattina di primavera. 
Sorrisi. Lei tolse la cintura. Aprì lo sportello. Scese. Girò attorno alla macchina e mi si materializzò dinnanzi, splendente come l' angelo dell'annunciazione dipinto da Leonardo da Vinci, dionisiaca come la primavera del Botticelli, eterea come la donna immortalata da Klimt nel suo bacio più famoso, accattivante come la young lady with gloves di Tamara de Lempicka.
Ci guardammo negli occhi rapiti dal persempre. Ci baciammo danzando. Poi ci voltammo verso l'orizzonte mano nella mano in cerca del futuro mentre il sole calava dietro le colline che proiettavano la loro ombra sull'acqua immota del lago tornato solitario e silenzioso ...
Infine mi svegliai, solo, in un grande letto irradiato dai primi raggi solari e il mio viso mosse un sorriso compiaciuto nell'odore del suo profumo che ancora vibrava nella semi oscurità della mia stanza da letto ...


sabato 23 aprile 2016

LA MIA AMICA M.

Qualche anno fa, non mi ricordo bene quando, ho avuto il piacere e l'onore di conoscere M. a causa del suo lavoro e con il passare del tempo si è sviluppata tra di noi una certa conoscenza e, sopratutto da parte sua, una certa empatia.
Non la incontro quasi mai, mi reco sul suo posto di lavoro due o tre volte l'anno, la sento a volte per telefono, la maggior parte delle nostre conversazioni avvengono tramite mail in ufficio e, di rado, su messanger; non abbiamo mai preso un caffè assieme o fatto semplicemente due passi in giro,forse un paio di volte l'ho incontrata in strada scambiandoci un rapido saluto ed un paio di battute; di lei, in sostanza, non conosco nulla.
Nonostante ciò la considero una mia grande amica, una persona cara a cui mi sento profondamente legato.
Io sono una persona problematica, difficile, chiuso, se pur apparentemente molto socializzante, aspro, a volte, determinato e fermamente convinto di quello che faccio e di come lo faccio, duro nei confronti e poco disposto al compromesso, teso al mio obiettivo e per questo pressante, seppur cercando sempre di mantenere il tutto nell'educazione di cui sono stato abbondantemente fornito.
Con lei ho avuto confronti a volte dai toni accesi, tesi, vibranti, sempre terminati comunque con un sorriso; nonostante ciò con il tempo è diventata la mia confidente, la mia fiduciaria, la mia razionalità direi: ha saputo domare un animale allo stato brado, selvaggio, immune ad ogni tipo di costrizione, irrazionale, refrattario alle regole, con una idiosincrasia cronica a fare quello che gli viene chiesto.
Proprio ieri, mentre scambiavamo mail senza soluzione di continuità in una di queste mi è capitato di vedere i suoi occhi nei miei che mi redarguivano con autorevolezza, seppur pregni di comprensione ed è lì che ho compreso quanto fosse divenuta importante per me al di là di quello che fa per guadagnarsi da vivere.
I miei rapporti con il genere femminile non sono mai stati facili, anzi, è vero il contrario; lei con il suo approccio al nostro confronto mi ha mostrato una nuova via che proprio ieri si è palesata.
Ha avuto pazienza quando l'ho tenuta magari per una mattinata sotto stress o quando l'ho cercata fuori dall'orario di lavoro, mi ha messo sempre e comunque di fronte alle evidenze, proponendo soluzioni, arrabbiandosi e magari anche tirandomi qualche parolaccia ma mai lasciandomi solo, arrendendosi sempre e  solo alla fine; tutto questo non era dovuto, poteva fare altrimenti.
Disconosco il motivo per cui ad un certo punto della mia vita lei ne è entrata a far parte seppur non fisicamente nel senso di frequentazione e, tutto sommato, non ho voglia di saperlo.
E' successo e basta.
Oggi rimuginando nei miei pensieri solitari questa considerazione ha preteso spazio e non ho potuto negarglielo, non mi era permesso.
Mi ha portato a riflettere su me stesso pensando a come lei ha interagito con la mia persona, facendomi comprendere cose che non riuscivo a vedere; per me questo vale molto.
Magari un giorno di questi così come si è manifestata nella mia vita evaporerà.
Oggi però voglio ringraziarla e questo, mi saprà perdonare, è l'unico modo in cui sono capace di farlo ...




mercoledì 20 aprile 2016

IL PIU' GRANDE CRIMINE


Quello che segue è l'incipit di un saggio che non ha trovato editori per la pubblicazione. Spiega come è stato concepito, strutturato e portato a compimento il più grande crimine dell'era moderna.
Se qualcuno fosse interessato a leggerlo posso inviarglielo via mail. Vale la pensa spendere parte del proprio tempo per dargli una letta ... (ps è stato convertito dal formato pdf e non sono riuscito a impaginarlo meglio di così...)


IL PIU’ GRANDE CRIMINE
Di Paolo Barnard
Ottobre
2011
AVVERTENZA

Questa è una inchiesta di rigore scientifico che si è avvalsa della consulenza di dodici economisti universitari internazionali.
I loro nomi, le note e la bibliografia che attestano della serietà di questo saggio sono elencati in calce.
Ma l’ho scritto in stile narrativo affinché chiunque possa leggerlo e divulgarlo.

Ecco Il Più Grande Crimine.
E’ semplice da capire. Ci fu un giorno di non molti anni fa in cui finalmente, e dopo secoli di sangue versato e di immane impegno intellettuale, gli Stati abbracciarono due cose: la democrazia e la propria moneta sovrana moderna. Un connubio unico nella Storia, veramente mai prima esistito. Significava questo: che per la prima volta da sempre noi, tutti noi, avremmo potuto acquisire il controllo della ricchezza comune e stare bene, in economie socialmente benefiche e prospere. Ma questo non piacque a qualcuno, e fu la fine di quel  sogno prima ancora che si avverasse.
Questo saggio vi parla del più grande crimine in Occidente dal secondo dopoguerra a oggi. Milioni di esseri umani e per generazioni furono fatti soffrire e ancora soffriranno per nulla. I dettagli e l’ampiezza della loro sofferenza sono impossibili da rendere in parole. Soffrirono e soffriranno per una decisione che fu presa a tavolino da pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici. Essi sono all’opera ora, mentre leggete, e la spoliazione delle nostre vite va intensificandosi giorno dopo giorno, anno dopo anno.
La loro operazione su scala globale è definita, per gli scopi di questo saggio, come Il Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista. Sulla loro identità mi dilungherò fra poco, ma per ora posso dire che sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati (1).
Ma prima di vederli nel dettaglio, assieme alle loro organizzazioni, ai loro sponsor e ai particolari del loro piano decennale, vorrei offrire al lettore un’idea più precisa del danno che essi hanno inflitto (e che stanno infliggendo) a milioni di esseri umani qui, nel mondo occidentale. Lasciatemi dire semplicemente che almeno negli ultimi 40 anni il loro piano è stato la causa dei seguenti fenomeni (per nominarne solo alcuni):
  • -   una gran parte della disoccupazione e sottoccupazione che abbiamo conosciuto – mantenute in vita senza che vi fosse un reale motivo, con le devastazioni sociali che ci hanno portato;
  • -     la perenne mancanza di fondi per lo Stato Sociale, cioè dall’assistenza sanitaria alle pensioni minime e molto altro – con l’enorme espansione delle sacche di povertà urbana e le migliaia di morti anzitempo che abbiamo sofferto;
  • -   la discriminazione nell’accesso all’istruzione migliore, dove solo i privilegiati hanno goduto di reali opportunità – con milioni di nostri giovani consegnati a un futuro minore e a una vita di frustrazioni;
  • -   l’erosione dei diritti dei lavoratori e della forza contrattuale sindacale fino a livelli che sono pochi anni fa sarebbero apparsi inimmaginabili – che ci ha portato all’attuale gara al ribasso degli stipendi a fronte di uno sfruttamento sempre maggiore sul posto di lavoro, il tutto peggiorato dalla delocalizzazione dell’occupazione verso Paesi esteri;
  • -   i drammi delle generazioni anziane, che sono state dipinte come i capri espiatori per l’Isteria da Deficit che ha travolto le nostre nazioni – facendo sì che milioni di nostri pensionati si sentano oggi responsabili per la carenza di mezzi finanziari disponibili per i giovani;
  • -   l’impotenza in cui sono stati trascinati gli Stati, ai quali è stata sottratta la sovranità monetaria e legislativa, cui si aggiunge la messa al margine della cittadinanza. Il tutto mirato ad impedire alla maggioranza dei cittadini di beneficiare dei legittimi poteri degli Stati di creare per loro ricchezza – le tragiche conseguenze di ciò e l’incredibile successo di questa parte del piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista vi saranno più chiari in seguito;
  • -   le privatizzazioni selvagge, divenute una religione economica inattaccabile, che ha consegnato agli investitori internazionali enormi fette di beni pubblici a prezzi stracciati – e che ha consegnato anche interi popoli nelle mani di fornitori di servizi essenziali a caccia di profitti, con conseguenze spesso disastrose per il tessuto sociale;
  • -   l’enorme espansione di un settore finanziario pericolosamente sotto regolamentato  che oggi ha il potere di creare devastazioni in qualsiasi Stato, frodando milioni di persone e speculando su crisi economiche create a tavolino;
  • -   l’attuale crisi finanziaria ed economica mondiale, che sta infliggendo immensi danni  alle piccole e medie imprese, e di conseguenza a intere economie nazionali con masse di lavoratori a rischio, quando non già rovinati del tutto.

  Quanto sopra descritto si è materializzato in un progetto di proporzioni storiche come pochi prima, architettato con un dispiegamento di mezzi impressionante, quasi impossibile da concepire per una mente comune, e con una finalità che toglie il respiro solo a considerarla:
 la distruzione degli Stati a spesa sovrana, delle leggi, delle classi lavoratrici, e di ogni virgulto   rimasto di democrazia partecipativa in tutto l’Occidente, per profitto.
Fu letteralmente deciso a tavolino, e ci sono riusciti. I sindacati non hanno mai saputo né capito nulla, poveracci loro, ancor più miseri i lavoratori.
A un livello personale, stiamo parlando di milioni di vite, sogni e speranze castrati o del tutto distrutti per sempre, qui, nel mondo occidentale. Ma vorremmo mettere subito in chiaro coi lettori che questa non è una teoria del complotto. Al contrario, i tratti più generici di questo crimine sono stati oggetto per decenni di libri, dibattiti e saggi, da parte di intellettuali, attivisti e movimenti assortiti. Ciò che invece non è mai stato reso noto, è questo:

 A)    CHE L’ATTUALE, APPARENTEMENTE INCONTRASTABILE POTERE DEI “GLOBOCRATI”, E L’IMMENSA SOFFERENZA CHE HA CAUSATO, SONO IL FRUTTO DI UNA STRATEGIA LUNGA 75 ANNI, COORDINATA, STRUTTURALE, E SOSTENUTA DA UN’IDEOLOGIA ECONOMICA PRECISA. E CHE NON SONO, COME SPESSO DICHIARATO, UNA ABERRAZIONE DEL CAPITALISMO.

  • B)    CHE ESISTE UNA DOTTRINA E FILOSOFIA ECONOMICA CHE AVREBBERO POTUTO EVITARE, E ANCORA OGGI POTREBBERO EVITARE, TUTTA QUELLA SOFFERENZA, CHE VIENE INVECE RAPPRESENTATA DALLA PROPAGANDA COME IL RISULTATO DI UNA SFORTUNATA NECESSITA’ DERIVANTE DALLE CRISI GLOBALI. NON LO E’ MAI STATA, ALMENO NEGLI SCORSI 40 ANNI. LA VERSIONE ODIERNA DI QUELLA DOTTRINA E FILOSOFIA ECONOMICA SI CHIAMA MODERN MONEY THEORY
  • C)    CHE FU PRECISAMENTE PER DISATTIVARE QUELLA DOTTRINA E FILOSOFIA ECONOMICA CHE LE ELITE NEOCLASSICHE, NEOMERCANTILI E NEOLIBERISTE HANNO LOTTATO PER DECENNI, INFILTRANDO LA POLITICA, LE UNIVERSITA’ E I MEDIA.
  • D)    CHE QUELLO CHE E’ STATO AGGREDITO, E FORSE COLPITO A MORTE, E’ L’ESSENZA STESSA DELLA DEMOCRAZIA, DEFINITA COME L’ESISTENZA DI STATI SOVRANI CHE USANO IL LORO POTERE DI CREARE RICCHEZZA PER IL BENEFICIO DEI CITTADINI
  • E)    CHE LE MENTI DI QUESTO PIANO CRIMINOSO STANNO PROPRIO ORA SPINGENDO LE NOSTRE SOCIETA’ ED ECONOMIE SULL’ORLO DEL BARATRO PER SOLI MOTIVI DI PROFITTO, CON CONSEGUENZE DRAMMATICHE. DEVONO ESSERE FERMATI CON  UNO SFORZO PER AVVERTIRE IL PUBBLICO, CHE DOVRA’ CHIEDERNE CONTO AI POLITICI.

domenica 10 aprile 2016

END RUN

Tutto ha una fine.
Volontariamente oppure no il nostro intercedere nel tempo produce rotture in ragione di quello che facciamo; si concludono rapporti, smettiamo di fare cose, cambiamo abitudini, variamo i gusti, cerchiamo nuovi scopi, scrutiamo l'orizzonte per scoprire le nostre nuove stelle polari.
Nella ricerca del nuovo abbandoniamo strade percorse, a volte, per lungo tempo, in un continuo aggiornamento del nostro essere che non ci soddisfa più per come è stato sino a quel momento.
Il modo umano di concepire il tempo come una linea retta produce distacchi fra ciò che è  e ciò che si vorrebbe che sia nel futuro prossimo, interrompendo il tragitto iniziandone un altro.
Il tentativo di cambiamento reca in se l'insoddisfazione latente che corrode le nostre vite, tese egoisticamente al costante appagamento spirituale del nostro io, mai domo nello scorrere della vita.
L'impatto della conclusione può essere dolce oppure violento, traumatico, devastante; le variabili che ci circondano e che non possiamo controllare producono reazioni al nostro interagire con loro che conducono, appunto, a modificare lo status quo nel quale ci muoviamo.
L'inerzia della stabilità cede, ciò che sembrava chiaro, acclarato, non lo è più, occorre un nuovo inizio per affermarsi in una nuova dimensione nella quale riprodurre la medesima inalterabilità lasciata; questo può lasciare segni profondi dentro di noi con i quali occorre abituarci a convivere.
L'evolversi, poi, non assicura un miglioramento; le cause scatenanti, volontarie o meno, la frattura possono tracciare decisioni frenetiche, non ponderate, che, a loro volta, possono portare a nuove rotture e necessità di diversificazione.
Tutto ha una fine perché tutto muove, senza soluzione di continuità; si subisce tentando di comprendere.
Ma alla fine ci si potrebbe anche stancare, e l'end run divenire definitivo.

Non si può essere altro di quelli che si è ...