venerdì 27 maggio 2016

Spiritualità e trascendenza – Gli occhi di mio nonno - di Maurizio Centi

Ho ricevuto sul tema anche il contributo di Maurizio Centi, ottimo scrittore e caro amico ...

Sono nato in una famiglia nella quale il senso della religiosità era un concetto quasi sconosciuto, come lo era in generale tutto l’universo della sfera umana più profonda e intima alla quale, in nome di un pudore tutto borghese, si evitava accuratamente di fare il seppur minimo accenno.

Vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia…
(Claudio Lolli, Borghesia).

Mia madre era una cattolica non praticante cresciuta in un ambiente iperprotettivo, per non dire opprimente; mio padre invece un laico di tenue ispirazione socialista, e tuttavia tenacemente ostile a tutto ciò che avesse una qualsiasi attinenza col mondo cattolico. Era una famiglia la cui scarna quotidianità trascorreva per lo più in un susseguirsi di silenzi asfissianti, e sorvolando goffamente sugli argomenti considerati più spinosi.
L’unico personaggio fuori dal coro era il mio nonno materno, un siciliano doc trapiantato a Roma in seguito a una serie di incresciose circostanze personali, ricostruite dalla figlia incredula nel corso del tempo e non senza imbarazzo. Nonno Corrado, probabilmente per bilanciare quegli errori giovanili che avevano così pesantemente condizionato la sua vita, aveva sviluppato in età adulta una progressiva e morbosa attrazione per la sfera religiosa, finita poi per trasformarsi in una vera e propria ossessione mistica fatta di un continuo peregrinare tra parrocchie, conventi di clausura, gruppi di preghiera e caritatevoli assistenze ai malati terminali. Qualunque cosa pur di non restare troppo a lungo in casa con la moglie.
Ciò nonostante, ai miei occhi di bambino e dopo di ragazzo, era una sorta di caparbio e trasognato Don Chisciotte, sempre pronto a raddrizzare torti ed ingiustizie e alla ricerca continua di una propria peculiare affermazione. Ma era comunque l’unica persona della mia famiglia, tanto più se contrapposta ai silenzi che avevo avuto in sorte di subire, che proprio a causa di queste sue caratteristiche, la devozione a un dio di cui non afferravo il senso e l’attenzione agli esseri umani nella sua versione più pietistica e bigotta, attirava la mia curiosità. Nonno Corrado, insomma, si faceva voler bene suo malgrado.
Poi, col tempo, il nonno ha preso il largo e io ho dovuto diventare grande. Da lì in poi, dopo l’adolescenza, a partire dal precoce impatto col mondo del lavoro a 21 anni appena ho cominciato a fare i conti con l’assetto razionale del mondo degli adulti, fatto di doppiezze e false ideologie, come pure di principi, leggi e regole stringenti. Come a sottintendere che a non averle stabilite a tempo debito l’essere umano sarebbe andato di sicuro alla deriva.
Il contatto con quella realtà disarmante necessitava di una vitalità fuori dal comune che, ahimè, non mi apparteneva, e perciò poteva spingere persino a omologarsi al tipo medio, prezzo salato da pagare per non sentirsi fuori da un contesto che toglieva spazio ai sogni e non lasciava scampo. Si doveva indossare subito una maschera, atto di legittima difesa di fonte al rischio che trasparisse la propria realtà umana, rischiando che a qualcuno venisse in mente di sfregiarla. Eppure, sebbene gradualmente anche il resto delle mie antiche aspirazioni virasse ormai in direzione di una desolante normalità, normalità al ribasso per capirci, lasciandomi depresso e frastornato, mi erano rimasti dentro gli occhi di mio nonno, quel suo sguardo appassionato che così bene si intonava alle sue stravaganze e di cui in certi momenti provavo nostalgia.
È stato necessario aver fortuna: l’incontro con un uomo straordinario la cui mente fervida, combinata con una fantasia debordante, ha fornito un saldo timone alla mia esistenza senza bisogno di alcuna religione a cui aggrapparsi.
La spiritualità e la trascendenza sono quindi per me concetti astratti ed insidiosi. Sono quel poco che si vuol far credere rimanga delle suggestioni dei nostri primi anni, quando si è assorbita la speranza con il latte: funamboli, fantocci, moralisti, manichini, vuoti involucri dalle vesti luccicanti che emergono nel buio della notte quando lo sguardo sugli esseri umani, troppo spesso indifferente alle loro dimensioni più profonde e affascinanti, resta appannaggio della sola religione. Quella canonica, ridondante e ipocrita, e quella popolare, zeppa di ottuse tradizioni e di bizzarri sincretismi.
Se poi neppure sua maestà Ragione è riuscita a fare meglio, vuol dire che bisognerà per forza trovare un’altra strada.



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