lunedì 1 giugno 2015

CACCIA ALL'UOMO

Il Belpaese è oramai sempre più insofferente ed intollerante al problema razziale che ci sta per scoppiare in mano. L'episodio che ha visto protagonisti i Rom nella Capitale è sintomatico del fatto che occorre prendere decisioni forti in tempi stretti, oppure la gente inizierà a provare a farsi giustizia da sola.
Ho letto di tutto sulla scia di questo ultimo tragico episodio nel quale ha perso la vita una signora filippina al lavoro da noi che lascia un marito e due figli. Era ad aspettare un mezzo pubblico, assieme a tante altre persone che popolano periferie sempre più lasciate in balia di eventi incontrollabili.
Se ancora non è successo, ed io non giurerei su questo, succederà.
L'esasperazione può condurre a moti di ribellione incontrollabili, soprattutto in quei luoghi in cui il senso di protezione è latente, per non dire assente.
Giocare con le parole è un esercizio stucchevole fatto da personaggi senza qualità che detengono poteri concessi loro non democraticamente, come è oggi la realtà di un paese che non elegge più il suo leader ma gli viene imposto.
Occorrono decisioni, non i soliti caroselli televisivi fatti di appelli irricevibili da chi vive in periferie sature già di per se di problemi che si trascinano da anni.
Se non possiamo gestire certe problematiche occorre eliminarle, questo è ineludibile. Non piacerà a tutti, ma nemmeno questa situazione piacerà a tutti. E' la democrazia, o presunta tale.
Facciamo un referendum e lasciamo decidere al popolo sovrano. La saggezza risiede nella normalità, nelle difficoltà 
 che vengono affrontate quotidianamente, nelle privazioni, nelle delusioni, negli insulti che dobbiamo ascoltare ogni giorno dai personaggi che affollano radiotvgiornali, che si permettono di dire che forse non riusciamo a capire.
No, noi comprendiamo benissimo e ne abbiamo le palle piene di voi, ottusi ogni oltre ragionevole aspettativa.
Ci saranno ancora vittime che si intersecheranno con il problema razziale, e prima opio scatterà una caccia all'uomo e lì, in quel momento, la storia cambierà.
Un leader che possa essere considerato tale la storia la cambia senza che necessariamente debba morire qualcuno, pur se in una rivoluzione sociale questo accade normalmente.
Un leader, appunto.
A ciascuno il suo.
Ma noi, questo che oggi ci rappresenta, male, non lo abbiamo eletto.
Ne Renzi in idem.
E se cominciasse da lui la caccia all'uomo?


sabato 11 aprile 2015

Cosa mi resta se non l'amore

Mi affanno a percorrere la mia strada avendo sempre un obietto davanti da cercare di raggiungere. Mi sveglio, al mattino, e mentre cerco di rendermi presentabile per affrontare quello che resta della mia vita sociale il mio dovere già mi attanaglia, perfido e voluttuoso, imperativo, cogente, ineludibile.
Mi immergo nel traffico e vorrei essere altrove mentre la radio gracchia qualcosa che non ascolto più da tempo oramai; sbraito contro qualcuno che non conosco pur se mio prossimo e parente di dna, poi timbro un cartellino che mi assicura un pasto, un vestito, una vacanza e tutto quello che posso acquistare perso nella spirale del consumo ad oltranza, del bisogno di possedere, del nuovo ora, cercando di sublimare un vuoto silente.
Infine torno, sempre affranto, compenetrato e vinto dall'insostenibile convinzione che ci debba per forza essere qualcosa di migliore di questa frenesia che mi corrode, seppur patologica in questo secolo, confuso e abbattuto fra bollette, assicurazione, pay per view, scadenze improrogabili,  necessità varie, pranzi di lavoro e cene con amici, aperitivi solitari, mostre impedibili e spettacoli da prenotare, macchina da cambiare, moto da aggiustare ... 
Ieri sera, dopo aver cenato nel mio posto preferito sono rientrato a casa e immerso in un silenzio irreale mi sono messo alla finestra fissando il buio della notte ... ed ho iniziato a cercare il suo volto in quell'indefinito spazio etereo dove brillano stelle ... ed ho preso ad  immaginare un suo sguardo compiacente, una sua carezza detergente ... nell'istante esoterico ed incantato nel quale i suoi occhi hanno incrociato i miei nel ristorante tutto è sembrato meno oscuro ... divenendo infine chiaro nella trasfigurazione dell'alba dietro i vetri ...  cosa mi resta se non l'amore ...

martedì 7 aprile 2015

Libertà di espressione

Sono rimasto molto colpito dalla polemica che si è innestata dopo lo striscione esposto allo stadio Olimpico il giorno della partita Roma-Napoli, nonchè, oggi, dalla chiusura della curva sud per una giornata per quello stesso striscione.
Che questo fosse un paese dove si manifesta ogni forma di idiozia è cosa oramai consolidata; che questa degenerazione delle capacità razionali avesse oramai raggiunto tutti i gagli della presunta società italiana mi giunge comunque come una sorpresa.
Quello striscione, fatto entrare per la per essere precisi nonostante lo stuolo di forze armate che presidia gli stadi italiani dove si dovrebbe manifestare uno spettacolo, non arrecava nessuna offesa, semmai una considerazione.
Discutibile, questo senza dubbio, ma pur sempre un pensiero su un comportamento, nulla di più e nulla di meno. Non una parolaccia, non un ingiuria, nè, tantomeno, la tanto discussa e vituperata, nonchè subito dimenticata, discriminazione territoriale.
È, senza ombra di dubbio, inelegante esprimere un giudizio su come una madre affronta il dolore della scomparsa del proprio figlio, su come cerca di sublimarla, di renderla, per quanto possibile, meno dolorosa.
Ė, senza ombra di dubbio, inopportuno giuducare il prossimo tuo in un contesto così intimo, così intenso, così fragile.
Ma resta pur sempre un giudizio.
Esporlo in un contesto di stadio nè fa questo un reato?
Tutte le penne di questo paese in confusione totale si sono prese la briga di commentare e giudicare; persino il presidente della FGCI, certo sig. Tavecchio, ha espresso il suo dolore per i quanto accaduto.
Oggi, puntuale, "pe nun sapè nè legge e nè scrive" come si dice da questa parti hanno chiuso la curva, così il pensiero dei pochi che hanno scritto lo striscione è divenuto il pensiero di tutta Roma.
Quindi, se ne deduce, che la libertà di espressione non è più accettata in questo strambo paese. I soloni della chimera del "giusto" hanno sentenziato: Vilipendio!
Mi viene da ridere.
La Signora che ha perduto il proprio figlio merita rispetto, ma tutto questo baccano non l'ha rispettata affatto, nè, tantomeno, chiudere metaforicamente la bocca a qualcuno gielo farà recuperare.
Scendiamo ogni giorno un gradino nel rispetto di noi stessi accettando che pochi determinino cosa possono dire o non dire molti.
I signori giornalisti, le presunte autorità intervenute, questi "capitani" della morale pretendono di imporre il proprio pensiero, nella presunta libertà di espressione sancita dalla nostra costituzione.
L'equilibrio che dovrebbe regnare in queste occasioni non appartiene più alla nostra società, oramai incapace di difendere diritti acquisiti e sacrosanti.
Ognuno di noi ha avuto un pensiero su questo fatto; bè, questo pensiero non è gradito se non conforme ai giudici di cui sopra.
Domani, quando vorreste esprimere un giudizio su di un fatto, guradatevi attorno prima ... Ci poterbbe essere nelle vicinanze un capitano della morale che potrebbe sanzionarvi ...
Buona giornata ...

sabato 14 marzo 2015

QUELLO CHE SENTO DENTRO

Non conoscevo DAVIDE RAGGI, il ragazzo di 27 anni ucciso barbaramente a Terni da un immigrato irregolare espulso eppure ancora incredibilmente in territorio italiano.
Non lo conoscevo, ma il suo omicidio mi ha profondamente scosso, creandomi dentro una frattura profonda, un senso di vuoto, come se mi fosse venuta a mancare una persona cara.
Penso alla sua famiglia, all'atroce dolore che questa follia ha generato.
Non si può morire così. L'uomo è perituro, è nella sua natura, questo è innegabile ma quando la natura non segue il suo corso è evidente che qualcosa non è andato per il verso giusto.
Il fato è sempre in agguato: un incidente, un malore, una malattia; fa comunque male ma è accettabile, con il tempo, una scomparsa legata ad eventi non controllabili seppur prevedibili.
Ma essere sgozzato per un futile motivo no, non può essere catalogato ed archiviato come "destino". Non è accettabile. Non in una società strutturata che si è data delle regole che limitano la libertà individuale da tutti accettate per poter vivere con un senso di appartenenza e di sicurezza.
Davide è morto perché una persona che non doveva essere lì c'era invece.
Questo non è accettabile. E' un rischio collaterale che la società italiana non deve più permettersi di rischiare di pagare.
Il problema immigrati è un problema che va affrontato e risolto una volta per tutte. Davide non deve restare una pagina di cronaca da dimenticare in fretta.
Le responsabilità sono evidenti e non più giustificabili.  Chi vive nell'eden dorato ci deve delle risposte non più ineludibili. Io mi ritengo una persona tollerante; la mia educazione e cultura non mi permette di essere altro. E come me la stragrande maggioranza degli italiani che tutti i giorni affronta le realtà che gli  presenta davanti la vita: siamo noi che poi dobbiamo convivere con i nostri ospiti tutti i giorni in tutte le situazioni che il quotidiano ci prospetta.
Ora, la mia insofferenza è cresciuta.
Davide stava lì, a dare corso alla sua vita, ai suoi sogni, alle sue speranze, ai sui amori, alle sue passioni, ai suoi dolori e quanto altro.
E' in uno squallido momento tutto questo è terminato, per mano di un individuo che viveva nell'illegalità e che, ripeto, non doveva essere lì.
Non lasciamo che questo sacrificio umano resti un freddo numero nelle statistiche ufficiali di uno Stato che non è più tale.
Non ho ascoltato nulla dalle istituzioni, semmai ancora oggi le possiamo considerare tali.
Una famiglia è stata deturpata nei suoi affetti più cari, le parole di circostanza non sono più accettabili.
Dobbiamo reagire a questo stato comatoso di inappetenza; dobbiamo pretendere una risposta definitiva.
Usciamo dallo stato di minorità nel quale ci siamo cacciati. Diamo corso ad una nuova era dei lumi. Riprendiamoci quello che ci spetta. Il bene comune è inalienabile: non lasciamo alla mercé di gente che non lo rispetta.
Spero che Davide sia in un posto migliore di questo. Alla sua famiglia faccio le mie più sentite condoglianze. Ma a tutti gli italiani, questo omicidio, ha tolto un fratello.
 
 

martedì 17 febbraio 2015

Stand up for life Onlus Partners

Sono stato inserito fra i partners dell'ONLUS Stand up for life, di cui ho pubblicato la breve intervista fatta con i soci fondatori, come è possibile vedere in fondo alla lista che è presente sul sito dell'organizzazione.
 
Parte del ricavato delle vendite del mio libro "SETTE VOLTE L'AMORE" verrà devoluto a loro per incrementare i progetti nei quali sono coinvolti.
 
La copia è acquistabile in formato EBOOK sulle principali piattaforme digitali internet a Euro 3,99; per leggerlo su PC o qualunque altro supporto digitale basta scaricare un lettore tipo KINDLE; su questo blog è presente un link che reindirizza ad AMAZON.
 
E' possibile saperne di più leggendo i post ABOUT ME e CONSIDERAZIONI ALEATORIE SULL'AMORE, che contiene un estratto del prologo.
 

Partners

Stand up for life Onlus ha ricevuto il patrocinio del Comune di Fiesole:


logo città di Fiesole


Inoltre la Onlus collabora con numerosi partners:


giovedì 12 febbraio 2015

CINQUE DOMANDE A: STAND UP FOR LIFE

STANDUPFORLIFEONLUS@GMAIL.COM

SITO WEB:HTPP//STANDUPFORLIFE.WORDPRESS.COM

SED.E LEGALE: VIA S.ANDREA A SVEGLIA NR. 23, 50010 FIESOLE (FI)
TEL: +393281921505
CODICE FISCALE: 94220760485

SOCI FONDATORI:
VALENTINA BARGELLI, Biochimico clinico
FRANCESCA PONTECORVI, Optometrista
MARCEL RAMAROLAHY, logista





 
Come nasce STANDUPFORLIFE ONLUS e quale obiettivo si prefigge?
STAND UP FOR LIFE è una ONLUS nata nel settembre 2012 per proteggere la vita in quei continenti, vedi l'Africa, nei quali sopravvivere è una sfida quotidiana.
Attraverso progetti umanitari, condotti da specialisti sul campo, cerchiamo di combattere la malnutrizione, le malattie tropicali e di sensibilizzare le popolazioni a corretti comportamenti igienico-sanitari.
Il nostro obiettivo è quello d’intervenire con le nostre competenze, con umiltà e rispetto, per insegnare quello che sappiamo a chi ha più bisogno ed imparare quello che non sappiamo da chi soffre.
L’elemosina non serve se non nel momento in cui la situazione non ti consente di fare altro. Ciò che serve è permettere ai popoli del così detto Terzo Mondo di svilupparsi per diventare indipendenti in modo tale da poter sfamare la famiglia, mandare a scuola i figli, avere le risorse economiche per curarsi e non morire per l’impossibilità di comprare un farmaco o di andare in ospedale.
Dal desiderio di fare qualcosa per se stessi a quello di fare qualcosa per gli altri  ... come è cambiata la vostra vita?
Quando fai qualcosa per gli altri stai meglio con te stesso … Noi occidentali abbiamo molto e in questi paesi dove non hanno quasi niente anche quel “poco” che riesci a fare, per loro è “molto”… Quindi dedicare il proprio tempo a chi ha più bisogno ti rende una persona migliore.
Chi sono "gli altri" che avete incontrato e aiutato fino ad ora in questo vostro percorso? Quanto può essere differente la vita sul pianeta terra in relazione al posto in cui nasci?
Quando non hai cibo e acqua, quando non puoi andare a scuola, la tua vita è sicuramente peggiore di coloro che invece tutte queste cose ce le hanno a portata di mano. Quando si muore per una semplice infezione che poteva essere curata con un antibiotico, allora capisci di quanto sei fortunato ad essere nato in un luogo del pianeta dove l’accesso alle cure ti permette di guarire e di non morire … Gli altri sono tutti coloro che ti chiedono aiuto, oppure che non te lo chiedono ma capisci però che con il tuo aiuto migliori la sua vita e allora gli offri “la tua mano”.
Compagni di un viaggio ... le vostre aspettative ... le vostre paure ... cosa vedete nel vostro futuro?
Continuare il percorso già intrapreso al “servizio” di chi ha più bisogno.
Paure non ne abbiamo, in quanto il percorso intrapreso è stato pianificato a lungo e ci prefiggiamo di restare con i “piedi per terra”, cioè non perdiamo di vista l’obiettività e quindi realizziamo progetti che per noi sono gestibili anche a distanza dal luogo dove vengono realizzati (Africa) avvalendosi anche di persone locali di fiducia e qualificate.
Quanto costa sacrificare parte della propria vita, della propria famiglia, degli affetti per quello che fai, che fate? E quanto torna indietro?
Premesso che non è un sacrificio perché si tratta di una “scelta di vita”, sicuramente dedicarsi al sociale richiede tempo in quanto  ognuno di noi ha il proprio lavoro e i propri impegni, ma la gioia nel fare tutto questa ci ricompensa di tutto.
 
 
 
Ho conosciuto l'Onlus STAND UP FOR LIFE per Francesca, mia cara amica, nonché cofondatrice dell'associazione insieme a Valentina e Marcel.
Di solito scrivo qualcosa al termine delle mie brevi interviste. Stavolta voglio semplicemente lasciarmi andare ad un sentito ringraziamento condito da un applauso ...

Ricordatevi di loro quando volete fare una donazione ...

 

 

giovedì 15 gennaio 2015

G.N. E L'APOSTASIA DELLA DEMOCRAZIA


E' finita. o, perlomeno, è momentaneamente finita. Il Presidente uscente della ex Repubblica Italiana si è dimesso, come Aloisius Ratzinger, ovvero Papa Benedetto XVI.
L'ex comunista, trapiantato nel sistema democratico occidentale in tarda età, ha deciso di abdicare, lasciando dietro di se un Paese in frantumi.
In nove anni e spicci di regno incondizionato sull'italico popolo abbiamo visto e sentito di tutto, in un assolo crescente e distonico, mai popolare, avverso al buon senso, plateale, teatrale, simbolico e autoreferenziale.
Da sempre allergico ai voleri del popolo, come non ricordare la sua ferrea posizione di compiacimento per le invasioni russe in Ungheria e Cecoslovacchia nella sua giovane età di apprendistato nel partito comunista, e insofferente ai richiami libertari, la sua assunzione a Capo di Stato, ancora oggi veramente incredibile, ha sintetizzato mirabilmente il concetto di "colui che si trasse dietro", come Giuda il Galileo negli Atti degli Apostoli dei classici greci.
Non avendo mai creduto nella democrazia (fedele in eterno all'ortodossia comunista) durante il suo regno di fatto l'ha ripudiata, venendo meno al suo impegno con il popolo italiano di custode della stessa, tracciando la via per l'apostasia della democrazia, per l'appunto.
Ha permesso che nulla più fosse scelto tramite espressione di voto, imponendo tre automi alla guida del governo italiano (Monti, Letta, Renzi), da guidare nelle scelte, imposte, degli uomini e nelle direttive per legiferare.
Ha condotto l'Italia dove è oggi, ovvero in un pantano, anzi, meglio, nelle sabbie mobili tedesche, fedele al suo credo della profonda ignoranza del popolo, bisognoso di un despota (Angela Merkel) che ne cauterizzasse gli ardori democratici di libero arbitrio.
Ha imposto la sue rielezione, contraria alla Costituzione, facendo affossare ogni possibile alternativa credibile, affinché potesse portare a termine il suo mandato da subordinato della Cancelliera tedesca, dovendo tenere fede ad un patto.
Ha sistemato, per il futuro, suoi uomini nei posti chiave dell'ex sistema democratico italiano, senza che di questo ne fosse dato abbastanza risalto, affinché lo status quo attuale resista per un tempo prefissato aprioristicamente.
Potremmo continuare, ma questo è già sufficiente a consegnarlo alla Storia, che ne giudicherà gli atti e stilerà il suo rendiconto.
A noi restano le macerie e il terribile pensiero che chi prenderà il suo posto possa addirittura fare peggio, visto lo stato di trance collettiva che ha invaso l'italica gente; i nomi in circolo sono desolanti, il panorama politico italiano deprimente.
Infine, come soluzione propongo una riffa: estraiamo a sorte un qualunque cittadino ... magari, a volte, colui il quale si crede ignorante è portatore, invece, di profonda conoscenza ...

 

 

 

lunedì 17 novembre 2014

CINQUE DOMANDE A: ANTONIO ADORNATO

 





Antonio Adornato
nato a Roma il 22/11/1961
Componente esecutivo nazionale Agenzie Fiscali RdB/CUB
(Rappresentanze sindacali di base USB Unione Sindacati di Base) - Esecutivo Nazionale Pubblico Impiego
Attività Sindacale dal 1994 al 2010


 
Cosa è oggi il sindacato?
Il Sindacato nasce quale organismo di tutela dei diritti dei lavoratori e tale scopo non deve e non può conoscere limiti temporali.
Il raggiungimento di tale scopo si ottiene attraverso il conflitto, unica modalità possibile e praticabile che il Sindacato deve, a mio parere, intraprendere. Attualmente, però,  la maggior parte delle OO.SS. ha preferito intraprendere  altri percorsi tant’è che la Concertazione è ad oggi l’istituto principe   che regola i rapporti sindacali.
La concertazione, che spesso degenera in una vera e propria cogestione con la controparte, ha determinato la distorsione del conflitto stesso, perché si base sull’idea comune delle due parti di arrivare ad un accordo che le favorisca entrambi. Ciò è la prova provata che il sindacato per l’esercizio della sua funzione non può prescindere dal conflitto.
Una sigla unitaria, che raggruppasse tutte quelle esistenti, non sarebbe auspicabile? In sostanza un pensiero univoco…
In Europa il sindacato unitario non esiste ad ogni “sigla” corrisponde una propria politica del lavoro. Anche qui assistiamo alla esasperazione di questo concetto per il quale “alcune sigle” immemori della vera mission portano avanti una politica sindacale annacquata, finalizzata al mantenimento della propria struttura organizzativa che guarda più agli interessi specifici dei propri iscritti dimenticando il ruolo di tutela dei diritti di TUTTI i lavoratori, iscritti e non. Tale modus operandi è consentito dalla mancanza di una legge seria sulla rappresentanza, edulcorata da accordi quadro specifici per il Pubblico e per il Privato, la cui degenerazione consiste in elezioni per la rappresentanza all’interno di alcune categorie, dove è garantito uno zoccolo duro alle sigle storiche le quali si sentono legittimate alla cogestione dell’azienda piuttosto che della fabbrica. La democrazia necessita di più voci affinché la tutela sia a 360°. In Italia, oggi, abbiamo bisogno di una nuova legge sulla rappresentanza che dia la possibilità ad ogni lavoratore di scegliere liberamente da chi essere tutelato e rappresentato, anche perché siamo arrivati al paradosso per il quale, così come nel mondo politico, i vertici sindacali sono completamente scollati dalla base.
Marini e Bertinotti presidenti delle Camere nel medesimo Governo, esempi massimi della commistione, oramai acclarata, del sindacato con la politica; trovo profondamente scorretto che sindacalisti (anche con l’ex davanti) ricoprano cariche sociali di vario tipo …
L’alterazione delle politiche sindacali alla quale abbiamo assistito ha generato una commistione anche dei ruoli ricoperti. D’altra parte chi ha avuto un ruolo all’interno del tipo di Sindacato di cui sopra, è in grado tranquillamente di ricoprire un ruolo all’interno dei Partiti e quindi anche una carica istituzionale. Il problema è a monte: il sindacato è diventato un carrozzone autoreferenziale svuotato del nobile contenuto per il quale è nato, così come la politica ha dimenticato il suo vero ruolo. 
Cosa  è possibile leggere nel domani della rappresentanza dei lavoratori? La tutela del lavoro, nelle varie forme nelle quali si esprime oggi e che, probabilmente, saranno ancora più varie nel futuro, sarà ancora possibile sulla base dell’ideologia in corso?
La debolezza dei partiti e la carenza di dialettica politica relativamente soprattutto alle politiche sociali, ha “costretto” il Sindacato a farsi carico di problematiche che dovrebbero, viceversa, essere affrontate dalla politica in senso stretto. Se pensiamo a quanto la politica sia latitante nei confronti delle problematiche veramente sociali quali l’immigrazione, la disoccupazione, i problemi abitativi, carovita capiamo perché oggi il sindacato, soprattutto quello lontano dalle logiche di cui sopra, è stato chiamato dalla società stessa a coprire questi spazi. E dunque il sindacato non rappresenta più soltanto i lavoratori in senso stretto,  ma tutte le classi sociali a vario titolo sofferenti.
Dall’altra parte il mondo del lavoro non si è evoluto nel senso di conquista di maggiori diritti ma si è modificato, anzi è stato modificato in modo tale che non ci fossero gli spazi preposti all’esercizio del ruolo sindacale. La precarizzazione attraverso la miriade di contratti cosiddetti flessibili trancia di netto la possibilità di “avere diritti” da parte di lavoratori che sono riconosciuti tali dalla legge solo nella parte che riguarda i doveri. La politica qui sì ha giocato un ruolo determinante perché non solo ha stravolto le regole del gioco ma ha scientemente scelto di schierarsi da una parte sola, quella del datore di lavoro: facendo leva sul senso di responsabilità dei cittadini e sulla crisi, ha istituito contratti di lavoro a senso unico, guardandosene bene di legiferare relativamente alle tutele. Questo tipo di  lavoratore è stato isolato, lasciato completamente solo, in balìa di pseudo-contratti che definire “punitivi” è comunque poco. Parallelamente, poi, nel mondo del lavoro cosiddetto tradizionale, assistiamo ad un arretramento sostanziale dei diritti acquisiti è per questo che tutto il mondo del lavoro oggi chiede a gran voce una nuova legge (forse il job act?) che finalmente ridetermini le regole del gioco, riconoscendo al Sindacato il ruolo che gli compete. Le lotte dei lavoratori degli anni 60 portarono alla legge 370/69, una legge quale tutela di TUTTI i lavoratori dipendenti, una legge che codificava anche la funzione del Sindacato. Oggi abbiamo bisogno di una nuova legge che abbracci tutto il mondo del lavoro. 
La tua esperienza … gioie e dolori … lo rifaresti?
Lo rifarei, l’esperienza è positiva …
I dolori più grandi: il vedere spesso che l’interesse personale vincesse su quello generale cosi come il sentirmi “inadeguato” visto che sovente sui tavoli di trattativa non erano presenti rappresentanti dalla “mente libera”.
Gioie tante, risultati importanti e la consapevolezza che alcune iniziative furono importanti e portarono giovamento ai lavoratori TUTTI (salario accessorio in busta paga).
Anche il rispetto dimostratomi dalla controparte fa parte, in un certo senso, delle soddisfazioni ...
Lo rifarei sempre però con la consapevolezza che il mio tempo era finito lì anche se dopo quattro anni i nomi dei sindacalisti sono rimasti gli stessi, eccetto il sottoscritto.
Ho conosciuto Antonio poco tempo fa ... ed un giorno gli ho proposto questa intervista. E' passato ancora qualche tempo prima che mi desse le risposte alle domande che gli avevo posto. E il motivo del tempo trascorso è tutto nelle risposte che mi ha dato.
Antonio è una mente lucida, che vive nel reale problematico di tutti noi. La mia idiosincrasia ai sindacati è nota, come è nota la mia ferrea volontà nel difendere quello che resta dei diritti di chi lavora; ho voluto ascoltare, quindi, cosa aveva da dirmi il Sindacato in proposito e ho avuto dietro le risposte che cercavo.
Ho ascoltato un Sindacalista vero, al di là degli stereotipi ideologici nei quali siamo caduti, ed un uomo vero, il cui credo può concentrarsi nella risposta all'ultima domanda ... ho pensato e ripensato a quello che mi ha detto e, sinceramente, devo dire che non ho trovato nulla che non sia condivisibile ...

mercoledì 12 novembre 2014

l'onore, la gloria, la solitudine


ho inseguito per tutta la mia vita qualcosa che non ho mai conosciuto, cavalcando un desiderio di cui non ho mai goduto.
ho appreso, consumando pagine di libri, gomiti, occhi, tempo, cellule celebrali ... fagocitando me stesso nel mio delirio di onniscienza, spegnendomi lentamente, distaccandomi dal reale.
ho creduto di poter un giorno sapere, espandendo la mia ram per ospitare più giga, in una trance ipnotica di mascherata trascendenza.
ho parlato con me stesso, percorrendo strade sterrate nei boschi che ho usato come rifugio per nascondermi, mimetizzarmi, evaporare inghiottito da un rutilante silenzio.
ho pensato, disteso sul letto nel buio di una stanza, angusta come una prigione, immensa come lo spazio siderale, vuota come una città bombardata, rigogliosa come il giardino dell'eden.
ho pianto, come un bambino privato dei giochi, dell'affetto, dell'amore.
ho inseguito il mio fantasma, rincorrendolo in  vicoli stretti, piazze immense, autostrade senza uscita, non riuscendolo a prendere mai.
ho sorriso della mia pazzia, corrosiva come una malattia, fantastica come una bugia, desolante come l'apatia.
ho guardato dentro uno specchio, vedendo il mio viso invecchiare, il mio sguardo cadere, la mia anima cedere.
ho tentato di cercare sollievo nel proibito, cancellando quello che ero con un bicchiere pieno di nulla, rovesciando quello che non ero nella tazza del cesso.
ho continuato, in una catarsi autodistruttiva, a cercare di demolire quello che pazientemente ho provato ad erigere.
ho pregato, che il mio cuore cessasse di battere mettendo fine alla mia follia.
ho amato, senza comprenderne il vero significato, ammaliato dal possibile, vinto dall'impossibile, cullato dal vento che non ha origine ma solo una destinazione.
infine ho aperto gli occhi, scoprendomi nudo nell'alba dell'uomo, incapace di esprimere un senso compiuto nella solitudine dell'ignoranza.
cammino ora in un qualcosa che non m'appartiene, distante e distaccato da me stesso, come un corpo alleggerito dello spirito, naufrago nell'isola più lontana del mondo conosciuto.
senza più parole, privato dei sensi, obnubilato nella ragione, avanzo in compagnia di una bambola voodoo nella quale  conficco spilli per provocarmi dolore.
un dolore che non può più essere lenito, perché resto incapace di donare una carezza, perché resto incapace, più di ogni altra cosa, di riceverla ...

domenica 26 ottobre 2014

CONSIDERAZIONI ALEATORIE SULL'AMORE


(estratto da "SETTE VOLTE L'AMORE)
 

Arriva un momento, nella vita, nel quale tutto diviene chiaro, manifestandosi in una luce abbagliante; un momento nel quale tutto cambia, e nulla resterà com'è.
Può apparire incomprensibile mentre germoglia, ma diviene ineluttabile allo sbocciare.
E occorre prenderne atto, anche, a volte, contro l'istinto di conservazione che permea la vita dell'uomo.
Quando arrivi il momento, o a cosa conduca, è imprevedibile; in piena sintonia con il mistero stesso che ci permette di vivere.
Azioni e reazioni  rappresentano il quotidiano, quello che siamo, che vogliamo; interagire con gli altri lo scopo stesso dell'essere. L'animale sociale si è strutturato, si è dato delle regole, codici comportamentali, e in ragione di ciò nutre aspettative dal suo prossimo, cercando un equilibrio che gli garantisca una certa stabilità.
E in questa presunta stabilità egli muove, intrecciando rapporti che gli consentano di promuovere se stesso, affermandosi come persona, nella dimensione societaria nel quale è attivo.
L'interagire è concludente, conduce, o dovrebbe condurre, ad un risultato.
Nel dipanarsi del quotidiano egli crea e distrugge, molte volte inconsapevolmente; parole, silenzi, gesti, moti facciali, lo rappresentano e lo definiscono.
Ma tutto viene diluito dallo scorrere del tempo e gran parte di quello che accade sembra apparentemente fine a se stesso, fagocitato dalla voracità stessa del vivere, che cannibalizza istanti, frantumandoli in sfumature che il più delle volte vengono smarrite nell'incomprensibile archivio del suo cervello.
Vive, come crede debba farlo, in ragione di quello che ha appreso; per convinzione, per imitazione, per senso di appartenenza, per paura.
Il suo mondo, confinante con gli altri, ad un certo punto non gli basta più. Non ha l'autosufficienza necessaria a continuare, avverte la necessità di espanderlo.  
In ragione di ciò, fra gli umani si stabiliscono relazioni  particolari, che nascono e si nutrono del sentimento chiamato amore; due persone si incontrano e qualcosa di irrazionale li attrae, gli fa perdere il controllo di se stessi e li unisce.
L'innamoramento produce una sorta di oasi, un incredibile stato di felicità, una nuvola estatica impossibile da definire; uno stato alterato della realtà, una magia.
Cosa sia o da cosa tragga origine non è dato saperlo, nonostante i fiumi di parole spesi per definirlo; tutto quello detto ha un senso seppur deficitario di un qualcosa che non comprendiamo; perché lei o perché lui non è chiaro, semmai volessimo saperlo.
L'amore è la poesia dell'uomo per eccellenza; ciba il suo ego, lo soddisfa, lo conduce nel paradiso terrestre circondato da meraviglie che non poteva mai credere di vedere ...

domenica 5 ottobre 2014

ABOUT ME

... e così, senza neanche accorgermene sono arrivato alla mia terza pubblicazione ... dopo "Una vita perfetta" e "In dodici ore circa", il primo ottobre ho pubblicato anche "Sette volte l'amore".
Ognuna di esse ha un approccio diverso di scrittura: dal classico romanzo di una vita perfetta, alla sceneggiatura romanzata di in dodici ore circa, per arrivare ai dialoghi corrosivi di sette volte l'amore.
Non avendo, inoltre, mai presentato un libro stavolta per questo ultimo lavoro ho deciso di fare promozione con un video, visibile su questo blog e su you tube, con l'aiuto di Andrea Vona, che ha composto la musica e montato le immagini.
Mi sembra che il risultato sia stato soddisfacente; per noi, comunque, lo è.
E condividere questa esperienza è stato molto costruttivo; lavorare assieme è stato coinvolgente e molto, molto gratificante.
Il lavoro completo mi ha preso quasi due anni di tempo fra il progettarlo e vederlo, infine, pubblicato. Ho optato per il self publishing, con l'hub Frenico, dopo le prime due esperienze con editori classici, ovvero la stampa del prodotto e l'acquisto in libreria, soprattutto perché così l'opera è facilmente reperibile (basta scaricare un lettore tipo Kindle sul supporto che si ha in uso) ed ha costi molto, molto contenuti (il prezzo di acquisto è di Euro 3, 99).
... Arriva una momento, nella vita, nel quale tutto diviene chiaro ... un momento nel quale tutto cambia, e nulla resterà com'è ... e nel complicato rapporto tra uomo e donna quel tutto può assumere contorni indecifrabili ...
In questa brevissima sinossi dell'opera ho cercato di racchiuderne l'idea, il senso non più ottuso ma acuto di quel momento nel  rapporto d'amore; rapporto contestualizzato nel frenetico modello sociale che viviamo, dove, a mio modo di vedere, la causalità continua  degli eventi ed il loro continuo intrecciarsi, abbinati alla profonda crisi comunicativa esistente,  ne hanno radicalmente cambiato il significato.
Il nostro modo di vivere non è più lo stesso, pur nell'apparente staticità e stabilità che forse vogliamo, per forza di cose, affibbiargli.
Emerge un senso di solitudine, seppur non di abbandono; riaffiora, di contro, una volontà di recuperare valori apparentemente sopiti, facendoli uscire da una visuale egocentrica, per radicarli in un contesto sociale più vivibile e meno affettato, nel quale non fare o dire la cosa corretta ma la cosa giusta, da dire o da fare.
La scelta del dialogo per arrivare a "fare" nasce dalla mia profonda inquietudine per l'imposizione coatta e silenziosa delle scelte, molte delle quali derivanti da costruzioni mentali deviate dai flussi mediatici che inondano il nostro quotidiano, nei quali fluttuiamo più o meno consapevolmente.
A volte la decisione più rapida potrebbe essere quella socialmente più condivisibile, ma non è detto che sia quella che ci porti più sollievo o beneficio. A volte la decisione più sofferta ma non aderente al modello che viviamo può tradursi in un futuro più sereno e felice.
Non lo so. Non conosco verità, vivo perennemente nel dubbio. E nel dubbio mi pongo domande, ma queste domande vorrei farle e non subirle solo su me stesso, cercando risposte che il più delle volte non ho.
Parlare, affrontare l'altro senza remore in un incontro produttivo, fondato non sulla "paura" di dire, ma sulla libertà di farlo. Sentirmi libero nel rispetto della libertà altrui, non nascondendomi nel politicamente corretto che è stato la stella polare sociale dell'ultimo decennio e più.
L'amore, inteso come rapporto uomo donna, può rappresentare il simbolo, per me, di questa nuova età dell'oro che dovremmo cercare di vivere, non assuefandoci a regole imperative non scritte ma, di fatto, imposte dalla sovrastruttura che regola la nostra società.
La società siamo noi, e le regole per viverla dovremmo imporle noi. Con il dialogo, positivo e non urlato, perché non c'è bisogno di alzare i toni per affermare un pensiero, se il pensiero che vogliamo proporre ha un fondamento ...
 

martedì 23 settembre 2014

SS (Sindacati Stantii)


Incastonati nell'apogeo del loro successo che li ha visti protagonisti attivi della politica italiana fra la fine degli anni '70 e gli anni '90, pietrificati dentro il loro sistema anacronistico, abbarbicati alla gestione di varie forme di potere, inespressivi come gli uomini senza volto di Magritte, i Sindacati Stantii italiani rappresentano oggi le SS del lavoro che non c'è.
Ululanti nel deserto occupazionale come iene in cerca di cibo, affondano i loro denti nei cadaveri putrefatti dei lavoratori italiani ancora attivi in cerca di brandelli di autostima, fagocitando pagine di giornali e servizi televisivi brandendo l'unica arma che abbiano mai saputo usare, la scure dello sciopero, scevra ormai di capacità tagliente.
Hanno un colpevole per tutto ed una soluzione per tutti; illustrano a menadito la filosofia marxiana della Sovrastruttura e spiegano come applicarla ai tempi moderni ricollocando il Capitale dalla fine dell'800 nel XXI secolo, profondendo oralmente teorie economiche all'avanguardia.
Profeti del futuro, tutelano in maniera impeccabile quello che non c'é assicurando che un giorno ci sarà, elevando così spiritualmente schiere di giovani depressi in cerca di occupazione.
Chiedono democrazia, pur vivendo al loro interno il sistema più antidemocratico che c'è; eleggono i loro capi con il sistema feudale della spada sulla spalla, ovvero trasmissione ereditaria di potere.
Chiedono trasparenza, ma tutto quello che riguarda le loro organizzazioni è criptato, a tutela del messaggio massonico di conoscenza del quale sono depositari e guardiani.
Chiedono, chiedono e non danno; non un posto di lavoro retribuito, non un gesto benefico di solidarietà economica verso gli esodati: reclamano si, ma quello che conta è che sia tu a darlo.
Nel dramma politico ed economico che stringe l'Italia in una morsa che potrebbe essere fatale, i Sindacati Stantii interpretano la farsa; SS in cerca di autore, SS in cerca di un motivo per esistere, SS che hanno avuto un ruolo primario nella conduzione del nostro Paese a questa commedia che non fa ridere più nessuno.

mercoledì 17 settembre 2014

SS (Selfie&Suv)


Le forze dominanti della società odierna sono le nuove SS, Selfie&Suv.
Se non ti selfie e non possiedi un suv non appartieni ad una razza superiore, non domini , non ti elevi, non sei socialmente inserito; non esisti.
Le nuove SS dettano legge, rimuovendo ogni ostacolo sul proprio cammino. Impongono moda e riti, occupano spazi comuni, creano  ingorghi, postano l'elegia dell'appartenenza.
Possiedono l'eleganza francese, la nobiltà inglese, l'efficienza tedesca e l'agilità di un pachiderma. Sono estemporanee, seppur gerarchicamente organizzate e strutturate come solidali camerati, invadenti, come Strurmtruppen, ma discrete, come James Bond all'aperitivo.
Prolificano nell'Agorà contemporaneo dei social; puoi vederle fuori le scuole nel defilé mattutino e pre-pranzo; nei parcheggi delle palestre cool; nella pagine rotocalco dei quotidiani nazionali.
Hanno sempre qualcosa da dire; qualcosa da mostrare; qualcosa da voler fare imitare.
Profondono saggezza e stile; epurano l'impresentabile, occupano posti riservati salendo sui marciapiedi (my Tank can ...), parcheggiano in doppia fila lasciando scie profumate.
Conoscono quello che c'è di necessario conoscere; pensano quello che è necessario pensare; dicono quello che è necessario dire.
Sorridono sovente, elargendoli ai carneadi ...
Selfie&Suv, ergo sum ...

martedì 16 settembre 2014

5 DOMANDE A: SIMONA ROSATELLI


Simona Rosatelli (Marino, 1970)
Educatrice di asilo nido.
Poetessa.
A dicembre 2012 ha pubblicato la raccolta di poesie "Datemi ancora una parola".

La poesia con la rima cadenzata utilizzando il metro canonico ... sembra di fare un viaggio nel tempo leggendo i tuoi versi;  invece così attuali ... come nascono?
 
I miei versi nascono in modo spontaneo, nei momenti più toccanti del mio vivere. Ritengo che questa sia cosa comune ad ogni poeta. Scrittori lo si può diventare (e in questo tu hai di che insegnare), ma poeti no. La poesia nasce dall'anima, è frutto di dolore, passione o gioia. E' per questo che tra una mia poesia e un'altra intercorre a volte un lungo spazio temporale, perché in esse non vi sono forzature: l'ispirazione quando viene, viene. Quanto alla rima cadenzata, sebbene ritengo sia un dono per la naturalezza con cui mi sorge dal cuore, credo tuttavia che abbia avuto modo di radicarsi in me così profondamente a seguito dei miei studi liceali, dove ho avuto i primi approcci con i poeti classici (come Leopardi, Carducci ecc.) e con i più moderni (quali ad esempio Montale).

Da "Datemi ancora una parola" a "Quel che manca è una parola" ...  l'hai trovata "quella" parola?

"Datemi ancora una parola per dire ciò che penso o la mia vita tacendo non avrà più senso".

La libertà di espressione è un Diritto di ogni essere umano e un Dovere di tutti garantirla. Stante il fatto che la libertà di ognuno finisca laddove inizia la libertà degli altri, tutti dovremmo avere spazio e diritto di esprimerci in ogni luogo. Ma i miei versi vogliono esprimere oltre che un diritto un bisogno di comunicare, in una società dove c'è sempre più incomunicabilità, in una società individualista, priva di valori e sentimenti veri. Da ragazza ho vissuto con difficoltà questa voglia di esprimermi per dire ciò che pensavo: ho ricevuto un'educazione molto rigida ed ho faticato a trovare ed esprimere il mio vero essere. Oggi ritengo di averla trovata quella parola e ne ho trovate tante altre, che mi hanno permesso di esprimermi pienamente come donna e come persona.
"Vorrei quel tempo di semplicità per non perdermi nelle futilità"; "Tempo irreale, inconsistente, sei tutto e non sei niente" ...  questi due versi (da "Vorrei" - 1991 e da "Tempo perduto" - 1992) li hai scritti da giovanissima, ma sembrerebbero appartenere a considerazioni di una età più matura. Cosa ti sfugge del "tempo"?
In virtù, come ti dicevo, di una educazione piuttosto rigida, ma anche delle forti esperienze personali che già da bambina mi hanno segnata, hai ragione nell'affermare che le mie a 21/22 anni fossero considerazioni di chi al tempo era cresciuto più in fretta. Non ho avuto spazio, né libertà di vivere a pieno la mia adolescenza o di fare le esperienze e gli errori che competono quel periodo nella vita di ognuno. All'epoca già sentivo il peso della vita e non avvertivo lo stesso senso di leggerezza di alcuni miei coetanei. Percepivo già una carenza di valori, l'inconsistenza e l'irrealtà del tempo che scorreva frenetico senza lasciarmi spazio per recuperare le tappe che avevo saltato. Oggi, da adulta, credo che il passare del tempo non rappresenti più un limite per me. Dopo che due anni e mezzo fa ho avuto il cancro, vivo giorno per giorno non guardando più al futuro come a qualcosa che è troppo in là. Il mio futuro è adesso, è oggi ... e cerco di vivere a pieno la vita, amandola e rispettandola. Nell'ultimo anno insieme alla mia famiglia ho fatto anche una scelta di alimentazione vegetariana (sia per motivi di salute sia per motivi etici). Non mi perdo o almeno cerco di non perdermi nelle futilità, perché ho imparato che nella vita a contare di più sono le persone e non le "cose", mentre oggi tutti si affannano per ottenere e raggiungere "cose" o uccidono per toglierle agli altri.

La vigorosa prefazione di Aldo Onorati alla tua silloge è stata una sorpresa per me ... per te un 
onore, credo ...

La prefazione di Aldo Onorati, carissimo amico di famiglia, è un vero onore, in quanto gli avevo proposto la lettura della mia silloge con un certo timore. Lui è un professore, uno scrittore e un poeta illustre, pertanto il mio sentirmi "niente" rispetto alla sua persona, mi aveva messo in crisi da principio nell'avergli proposto di leggere i miei versi. Oggi ne vado fiera e lo ringrazio di cuore per i consigli che mi ha dato in privato e per le parole con cui si è espresso riguardo il mio modo di scrivere.
 
Infine, per chiudere, una riflessione sul tuo ruolo sociale. Essere oggi un educatrice cosa comporta?

 Essere un'educatrice oggi per me oltre che una vocazione rappresenta una missione. Viviamo in una società che fa veramente schifo, consentimi questo termine. Siamo come un rudere diroccato e a breve cadremo a pezzi del tutto. La contraddizione è il nostro leitmotiv. Cerchiamo di costruire il futuro, la carriera, la casa, la famiglia, ma poi distruggiamo il nostro pianeta giorno per giorno, minuto per minuto. Non c'è più rispetto per l'infanzia, perché i bambini vengono sempre più lesi da violenza o indifferenza. Ecco io credo che nei bambini sia riposto il nostro vero futuro, per questo dobbiamo prendere seriamente in considerazione che educarli non è un gioco. Dobbiamo educarli "rieducandoci". Non si educa solo a parole, ma soprattutto con l'esempio. Dobbiamo insegnare loro il rispetto per ogni essere vivente e dunque per tutto il pianeta (rispetto che noi adulti non abbiamo). E' nostro compito trasmettere loro il messaggio che il futuro dipenda dalla loro capacità di amare e rispettare se stessi e gli altri. Tanto più ameremo i nostri bambini, tanto più essi ameranno gli altri e li rispetteranno e tanto più ci sarà civiltà e il nostro pianeta vivrà più a lungo. Ma rispettare i bambini ed amarli non significa lasciarli crescere come un fiume senza argini. Bisogna educarli e contenerli nelle regole, ma sempre con amore, essendo autorevoli piuttosto che autoritari.
 
ANGELI SENZA ALI (2012)

Angeli senza ali,
distillati di bontà senza uguali:
vigilanti anime sofferenti,
gladiatori feriti senza paramenti.
Camici bianchi macchiati dal dolore,
anime afflitte dal sorriso di chi muore.
In lotta per la vita che giovane si spezza,
senza raggiungere la sua interezza,
o che vecchia, affaticata,
si spegne sconsolata.

Angeli con la maschera del sorriso,
precipitati lenti dal Paradiso.
Angeli dalla tristezza repressa,
echi di voci nella gente oppressa.
Eroi silenziosi senza gloria
che lasciano il segno
nella mia storia.
 
Il mondo di Simona è un mondo complesso nella sua semplicità apparente, un mondo che l'ha vista adulta già nella sua adolescenza. I suoi versi navigano agitati in questa profonda inquietudine, cercando forse un approdo sicuro nella loro stessa scrittura. Una ricerca non ossessiva ma continua, nello scorrere del tempo che non può essere drenato, ma che oggi può essere accompagnato ("Vorrei farmi compagnia/ e senza fatica/ essere ancora amica mia" - da FEBBRAIO 2003"). E in questo vortice le sue parole ti lasciano sempre uno spazio di riflessione su quella che, a volte,  sembra l'inerzia della vita ("Sembrava 'n giorno come tanti/ quella domenica d'agosto:/ er corso tale e quale/ i negozi ar solito posto" - da 14 AGOSTO 1989). Appropriate e concludenti mi appaiono, quindi, ora le parole usate da Aldo Onorati nella sua prefazione: "Simona ha un pensiero sotteso alla sua scelta metrica, una visione della vita amara, dolorosa, che ella porge con la massima sinecura dell'intreccio poetico, raggiungendolo, invece, proprio là dove meno se lo aspetta lei stessa ...".







 
 
 
 
 

sabato 13 settembre 2014

RIFLESSIONE SULLA LIBERTA'

... E così sei tornato, farabutto, ficcanaso che non sei altro? Vuoi tornare ad affliggerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere nuove decisioni? Com'ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi: "che devo fare, questo o quello?". Perché sei tornato? Per rigettarmi nell'odiosa vita che facevo prima?
 
Così il marinaio Elpenoro si rivolge ad Ulisse nell'Odissea dopo che questo l'ha riportato nella sua condizione naturale di uomo che aveva dovuto lasciare per l'incantesimo subito dalla maga Circe, che l'aveva tramutato in scrofa (come gli altri suoi compagni, tutti poi fuggiti alla vista dell'eroe omerico che voleva aiutarli).
 
I marinai avevano lasciato la loro vita umana, ma erano oltremodo soddisfatti di vivere quella nuova, da animale ... si sentivano più liberi, meno condizionati, affrancati da responsabilità e sgravati dal dover prendere decisioni; erano inoperosi e si beatificano del sole splendente ...
 
Si sentivano liberi ... perché?
 
La nostra libertà è vera? Esiste? E se si, in che cosa consiste? La rigidità che comporta il quotidiano, scandito da orari improrogabili, da impegni imperdibili, dall'ossessione del guadagno, dalla necessità del possesso, di avere relazioni consolidate, di gratificarci, di cercare sempre e comunque qualcosa che manca, anche se non si sa bene cosa, è veramente libertà?
 
Vivere immersi in regole, in una struttura societaria colma di obblighi e straripante di divieti, alcuni veramente ossessivi, che pianifica, volutamente, la nostra vita conducendoci per mano dalla nascita alla morte, è veramente una condizione libertaria?
 
Le nostre decisioni, volontà, non sono comunque costrette dai nostri vincoli morali insiti nel patto sociale che abbiamo tacitamente sottoscritto?
 
E se si, dove è che la nostra libertà si manifesta?
 
Se viviamo in quest'ansia del dover rispettare norme che stabilizzano la nostra socialità a pena di esclusione da questo apparente eden metaforico costruito su misura per l'uomo, siamo veramente liberi?
 
Se la trasgressione alle regole, alla quale facciamo appello per respirare un "momento" veramente libero dalla conformità appiattita sulla quale viviamo è vista, appunto, come tale, ovvero off rules, l'appartenere al sistema condiviso è una prigione?
 
E se si, è questo quello per cui l'uomo si è battuto dalla notte dei tempi?
 
Essere liberi è ormai un paradosso metaforico,  che sublimiamo nel nostro intimo enucleandoci virtualmente dalla struttura societaria precostituita?
 
Se si, perché?
 
 
 
 

venerdì 12 settembre 2014

LA PAURA DI PERDERE LA PROTEZIONE DELLO STATO SOCIALE



di ROBERT CASSEL (sociologo francese )

 http://adieuxarobertcastel.tumblr.com/post/

brano tratto da "IL DEMONE DELLA PAURA" di Zygmunt Bauman

... E' all'inizio degli anni 70 che si è iniziato a parlare di crisi, che poi si è dimostrata ben più di una turbolenza passeggera; e in effetti si trattava del cambiamento del modello di capitalismo, l'uscita dal capitalismo industriale e il passaggio a un nuovo regime di capitalismo più aggressivo che gioca orami la concorrenza più esacerbata a livello planetario. Questo nuovo modello di capitalismo danneggia gli equilibri e i regolamenti che erano stati creati prima e la cui chiave di volta era lo Stato sociale.
Si può dunque parlare, a mio avviso, di crisi attuale dello Stato sociale come rimessa in discussione di ciò che è stato definito "compromesso sociale" degli anni 60-70, vale a dire, di alcuni equilibri tra gli interessi di mercato, giocati in termini di competitività, di efficacia delle imprese e gli interessi del mondo del lavoro misurati in termini di sicurezza e di protezione dei lavoratori.
Questo equilibrio era certamente fragile e un po' acrobatico, ma garantiva di gran lunga la protezione alla maggior parte dei cittadini dell'Europa occidentale e fondamentalmente aveva permesso di procedere negli anni che hanno seguito la Seconda guerra mondiale di pari passo tra uno sviluppo economico notevole e il progresso sociale continuo in termini di diritti sociali, diritti del lavoro. Schematizzando, si può affermare che la crisi di questa forma di Stato sociale può essere interpretata come la ridefinizione, la contestazione dei due pilastri principali sui quali poggiava lo Stato sociale e cioè, innanzitutto, il suo carattere nazionale.
Lo Stato sociale si è, infatti, costruito nel quadro degli Stati-nazione come Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e la sua forza partiva dal fatto che questi Stati-nazione disponevano di un margine di autonomia alquanto importante per definire e finanziare le proprie politiche economiche e sociali. Evidentemente, nell'era dell'europeizzazione e della globalizzazione la base su cui poggiava la costruzione dello Stato sociale si trova ad essere quanto meno più fragile ed erosa.
In secondo luogo, questo Stato sociale si è sviluppato sotto l'impulso dello sviluppo economico e della pressoché piena occupazione che ha seguito la Seconda guerra mondiale e supponeva condizioni di lavoro  stabili in una situazione salariale solida. Le trasformazioni importanti che hanno riguardato il mercato dell'occupazione si traducono ora in disoccupazione di massa o precarizzazione delle condizioni di lavoro, cassa integrazione del mondo del lavoro, che lacera profondamente questo modello sociale al quale erano collegate le principali garanzie del diritto del lavoro e della previdenza sociale ...
Ma quali sono le ragioni principali della crisi dello Stato sociale?
La prima è la perdita di potere degli Stati-nazione. Lo Stato sociale è uno Stato nazional-sociale. Questa espressione, che non ha chiaramente niente a che vedere con il nazional-socialismo, sottolinea la caratteristica che ha lo Stato sociale di essersi sviluppato in un quadro nazionale; più esattamente nel perimetro di alcuni Stati-nazione dell'Europa occidentale che avevano una posizione dominante nell'economia del mondo. Ciò significa che Paesi come l'Italia e la Francia avevano il potere di controllare i principali parametri del loro sviluppo economico e sociale e di dispiegare allo stesso tempo politiche sociali ambiziose sulla base di questo rapporto di forza in un'economia dei cambi  ineguali.
La globalizzazione degli scambi e la libera circolazione di merci e capitali fa in modo che questi Stati-nazione non abbiano più autonomia sufficiente per attuare loro stessi le proprie politiche economiche e sociali ...
Sul piano europeo sorge la questione di un'Europa sociale e, a livello mondiale, l'esigenza di istituzioni internazionali dotate di poteri reali per controllare effettivamente il mercato. Ma allo stesso tempo credo che sia sufficiente enunciare queste esigenze per vedere quanto siamo lontani dalla meta ...

mercoledì 10 settembre 2014

COEFFICIENTE DI DIFFICOLTA'


a volte mi trovo a riflettere sul coefficiente di difficoltà, inteso come conseguenze reali di un’azione ipotetica che ho in mente, in relazione agli sviluppi possibili del tentare un qualcosa che appare “realmente” difficile da realizzare;  e quali potrebbero essere le reazioni della persona o persone interessate dall’evento.
in sostanza sperimentare una idealizzazione che si è fatta strada in me e che reputo possibile, teoricamente, ma complessa da attuare e che, soprattutto, vede coinvolti elementi terzi.
le idee nascono nei momenti di abbandono, così lascivi e terapeutici. quando tutto è ipotizzabile e tutto, proprio tutto, è sotto controllo.
si dipanano teneramente e costruiscono megastrutture di pensiero sulle sabbie mobili degli istinti primordiali.
le accarezzi, le lasci lievitare, gli doni la giusta dose degli elementi che le compongono, il “quanto basta”, che è il segreto di cucina di ogni cuoco che si rispetti.
e poi attendi. che il pensiero voli via e la realtà prenda di nuovo il sopravvento.
coefficiente di difficoltà.
ah, se potessi condurle verso un unico desiderio, che sento appartiene al nostro insieme, seppur ancora sommerso e imberbe.
ma il rischio è altissimo. sono in gioco troppi fattori. personalità distanti. con orbite diverse e forze di gravità eterogenee. i calcoli sono complicati. le reazioni possibili numericamente incontrollabili. l’animo umano è imperscrutabile. quando tutto sembra andare verso una direzione improvvisamente vira, e tende, deciso, verso un altro approdo, in modo particolare quello delle donne. così emotivamente instabili, ed ancorate alle certezze che le hanno condotte fino a dove sono arrivate. soprattutto “quelle due donne" che adesso vorticano nelle correnti ascensionali dei miei pensieri.
coefficiente di difficoltà.
ma se non rischi, che vivi a fare?  
potrebbe essere ancora più semplice di quello che penso. oppure estremamente più complesso. no, no. non è il caso di addentrarmi in cunicoli privi di luce e irti di pericoli a me sconosciuti. dopotutto sono un essere razionale. dotato di buon senso. fragile si, ma ancora stabile e ben piantato nella realtà.
no, no. non è il caso. quello che verrà, se verrà, nascerà d’improvviso al diradarsi delle nebbie che oggi ostacolano la nostra vista e inibiscono i nostri sensi. almeno i miei. occorre fiducia, non programmazione. istinto, non freddo calcolo. cuore, non formule matematiche.
coefficiente di difficoltà.
e se per aggirarlo fosse sufficiente solo attendere? si, è questo quello che farò. resterò in attesa, acquattato, come un predatore. fin quando l’istinto non mi darà il segnale che attendo.
e sono sicuro che non tarderà …

domenica 7 settembre 2014

FRAMMENTI DI FILE - SURREALISMO


- nulla accomuna i surrealisti e altri generi …
- nulla?
- potremmo avvicinarli al movimento dada, forse ...
- dada?
- perché parlo con te?
- perché sono qua, adesso, con te. nuda sul divano. che bevo jack daniel's e sto ascoltando le tue derive mentali che naufragano sulla mia spiaggia deserta e assolata, dove hai cercato riparo dopo il tuo arenamento.
- non sono un naufrago.
- lo sei sempre dopo ...
- il movimento dada presupponeva una tabula rasa totale di tutto quello che era conosciuto al momento in riferimento alla realtà.
- e i surrealisti?
- i  surrealisti proponevano … anzi ancora oggi propongono una realtà che è interiore, una visione intima della realtà, che prorompe dall’anima. è  quello che ognuno vede della realtà. la propria di realtà … io vedo un fiore e lo dipingo come lo “vedo nel mio interno”, nella mia visione, un travisamento onirico delle cose come appaiono nella loro nuda crudità, un …
- ho capito!
- non hai capito nulla!
- cosa vedi di me adesso?
- vedo … vedo … vedo una statua di marmo distesa sul sagrato di una chiesa. una statua senza volto, senza anima, senza il dono della parola.
- surrealista …
 - siii!
- sei  da sempre un surrealista … sei dalì.
- dalì non appartiene al movimento, ne è stato estromesso!
- perché lo era più di tutti …
- perché in effetti …
- non citarmi  cose lette sui libri di arte, sarebbe riduttivo. per te dalì è sempre stato il massimo esponente del movimento surrealista …
- ma quanto mi conosci?
- abbastanza per saperlo.
 - abbastanza per …
-perché non mi scopi di nuovo?
- togheter … one more time …
 - one more time baby.
- e così sia!
 - moon of alabama …
 - moon of alabama …

e i corpi divennero di nuovo uno solo, in un crescendo di vibrazioni accordate sull’unica nota che aveva un senso al momento …  quella dell’amore ...

(Appunto preso nella sua cucina mentre cerco un bicchiere d’acqua che mi quieti l’arsura del jack e dello sforzo fatto per farle raggiungere l’orgasmo. Anzi meglio. Per raggiungerlo io l’orgasmo. Ma tanto, alla fine, che sia il mio o il suo, non è importante solo che ci sia stato?)