mercoledì 6 aprile 2016

ONANISMO POLITICO

Non guardo i telegiornali. Nei giornali leggo solo gli editoriali dei giornalisti che reputo tali. Su internet cerco scrittori indipendenti che abbiano qualcosa da dire, o comunque notizie che esulano dal monocromatico colore che caratterizza l'informazione italiana in genere.
Detto questo, negli ultimi tempi, oramai stufo e completamente in disaccordo su come viene affrontata la "cosa pubblica" nel Belpaese, una considerazione mi è entrata in testa e non vuole più uscirne: l'onanismo politico, ovvero come la maggior parte dei personaggi pubblici eiaculano auto celebrandosi nelle considerazioni che fanno in ragione del gruppo di potere di appartenenza per distinguersi dagli altri.
Da questo ho associato una locuzione accanto ad "onanismo", per caratterizzare, a mio modo di vedere, partiti politici e lobbies, sempre più accreditate nel nostro sistema, che si agitano in questa Italia sempre più alla deriva, in una sorta di gioco fra il serio ed il faceto.
Allora:

Onanismo dell'Onestà: Movimento 5 Stelle
Onanismo del Politicamente corretto: Partito Democratico 
Onanismo delle Partite Iva: Forza Italia
Onanismo del Vogliamoci Bene: Movimento Cattolico
Onanismo del Diverso è Bello: Sinistra Italiana
Onanismo del Bullismo Imperante: Lega Nord
Onanismo del Padrone: Quel che resta dei Comunisti
Onanismo del fu Potere Temporale: Chiesa
Onanismo del Negro di Merda: Estrema Destra
Onanismo del Dipende dal Negro: Destra Italiana
Onanismo del Fate quello che vi Pare ma non fatelo qua: Movimenti indipendenti No Tav-No inc ecc.
Onanismo del Adesso arrivo Io:  I Sindaci e gli aspiranti tali
Onanismo del Pareggio di Bilancio: I sedotti e abbandonati dall'Unione Europea
Onanismo del Più Tasse per Tutti: I lavoratori  dipendenti che non possono evadere/eludere le imposte
Onanismo dell'Integrazione a tutti i Costi: Gli imprenditori in cerca di mano d'opera a basso costo
Onanismo dei Nostalgici: Quando c'era lui
Onanismo del Governo Ladro: Quel che resta del popolo italiano disperso nella miriade di associazioni a tutela
Onanismo del Non so che Fare ma lo faccio Bene: I sindacati

E' un gioco ... ma quando ascolto chi parla nei media, quando ho voglia di farlo, quello che mi resta è questo.
Di sicuro il mio intelletto non è in grado di recepire l'alta qualità che prorompe da queste voci illustri ed onorate, perdonatemi, se potete ...







martedì 29 marzo 2016

LA RAGION DI STATO

Realizzare un'azione contraria a certi interessi o ideali dello Stato per evitare conseguenze peggiori ai suoi cittadini è divenuto il motivo principale dell'abuso, oramai consueto, anzi direi sistematico che si fa di questo nobile e, purtroppo, necessario principio regolatore della vita democratica di uno stato di diritto.
Argomentato in maniera compiuta da Macchiavelli nel suo "Il Principe", ha subito nel corso del tempo una distorsione per giustificare comportamenti a volta inaccettabili, come sta avvenendo in Italia con l'incarico di premier assegnato senza votazioni per tre volte consecutive, e per secretare attività rientranti nel presunto principio del "segreto di stato" che possiamo equiparare, senza possibilità di smentita, alla medesima ragion di stato.
In un crescendo di presunte necessità di tenere all'oscuro dei cittadini le ragioni per le quali i dominus del potere democratico indirizzino verso alcune strade la vita democratica del Paese privandola della dovuta discussione stiamo assistendo inerti ad un ribaltamento dei principi statuiti nella nostra Costituzione, la Legge Primaria da cui dovrebbero discendere tutte le altre che stabilisce i confini del come e del perché il sistema politico si autoregola.
Due guerre mondiali combattute sul territorio europeo avevano condotto ad una diffusa democrazia negli stati legati territorialmente, ed in parte culturalmente, deponendo infine le armi per gli anni futuri statuendo l'alleanza che oggi è definita Unione Europea dopo essere transitata dalla Comunità Economica Europea e la successiva Comunità Europea.
I cittadini europei hanno assistito più o meno passivamente a questa rivoluzione culturale e politica, stabilita in centri di comando e di indirizzo non negoziati all'interno dei singoli stati che si sono via via affiliati; così la "ragion di stato" ha assunto una duplice veste: quella dell'Unione e quella di ogni singolo membro all'interno della stessa.
Questa elevazione al quadrato ha prodotto, e produce, veicolazioni degli indirizzi economici e politici, oltre ad altri, sui quali è stato posto, di fatto, diritto di veto, seppur, come ho già spiegato nel post nel quale mi sono occupato dell'Unione Europea grazie ad un referendum svolto in due paesi membri non è stata sancita la Carta Costituzionale Europea che, di fatto, avrebbe cancellato quella dei paesi facenti parte dell'Unione.
Pur in questo diniego, cui non è stata data comunque rilevanza nel centro di comando, la ragion di stato, pur priva a tutti gli effetti di uno stato di diritto in quanto non si può considerare l'Unione come tale, continua a essere la giustificazione per la quale alcune scelte vengono operate sulla pelle di circa 500.000.000 di persone.
Tra questo oscurantismo e quello praticato nei veri stati di diritto inglobati in questa unione, gli argomenti di discussione della vita pubblica sono divenuti alquanto irrilevanti in ordine alla strada che si sta intraprendendo riguardo al nostro futuro.
Non a caso vengono estratte in serie problematiche comunque minori sulle quali vengono puntualmente accesi feroci dibattiti con il solo scopo di deviare l'attenzione sul gioco che si sta mettendo in atto, come ogni discreto mago/illusionista ben sa, in maniera da tirare fuori dal cilindro quello che in realtà si vuole infine imporre fra gli ooohhh degli attoniti cittadini europei (non ha più senso alcuno definirsi francesi, italiani o spagnoli, questo credo che ora dovrebbe essere chiaro).
In tutto questo si è inserita la "strategia del terrore", ovvero la diffusa insicurezza a cui si stanno abituando i residenti europei che fa si che ci si aggrappi sempre più a chi può più o meno tenere sotto controllo il dilagare del terrorismo islamico che sembra inarrestabile nonostante che l'occidente evoluto abbia mezzi tecnologici a disposizione che dovrebbero agevolmente drenare questo fenomeno;  ciò ha, di fatto, abilmente blindato "la ragion di stato".
Ognuno di noi è responsabile di ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi, questo è bene non dimenticarlo mai.
Poi, libero arbitrio.
Se la famosa e famigerata "maggioranza" ritiene che questo sotto ogni aspetto sia comunque il meglio pace.
Io non credo. Ma sono uno. E forse non sono nemmeno così tanto lucido. Si, forse è così, o forse, magari, no ...





lunedì 28 marzo 2016

NABUCODONOSOR

Noto in antichità per essersi dedicato alla ristrutturazione di Babilonia, pavimentando strade, ricostruendo templi e scavando canali, è famoso invece ai posteri per essere accreditato alla costruzione dei Giardini Pensili, una delle sette meraviglie del mondo antico, e per aver distrutto il tempio di Salomone, causando la prima deportazione del popolo ebraico, meglio conosciuta come Esilio babilonese. È inoltre menzionato nel Libro di Daniele e in altri testi della Bibbia (FONTE WIKIPEDIA)


La prima guerra in Iraq, meglio conosciuta come "Guerra del Golfo" è stata combattuta tra il il 2 agosto 1990 e il 28 febbraio 1991 con il proposito di non permettere all'allora dittatore dello stato Saddam Hussein di utilizzare le così dette "armi di distruzione di massa" di cui sembrava essere in possesso dopo che questi aveva attaccato e occupato il Kuwait.
Le famose armi, la celeberrima "pistola fumante" indicata dal capostipite della dinastia dei Bush, non furono, in effetti, mai trovate; c'è un buon film americano che narra di come la storia fu costruita apparentemente su di un equivoco per l'acquisto da parte dell'Iraq di materiale che in gergo viene definito Dual Use, ovvero materiale che può essere utilizzato sia per fini civili che materiali.
Questo è ciò che è stato tramandato alla storia e che si legge e leggerà sui testi formativi in uso nei vari livelli scolastici di apprendimento.
L'Iraq moderno corrisponde in gran parte a quella che nell'antichità era definita Mesopotamia, ovvero la "Terra dei fiumi", dove è nata è si è sviluppata la civiltà umana come la conosciamo e dove, da indicazioni contenute nelle Sacre Scritture tra cui la Bibbia, era individuato il "Paradiso Terrestre".
Saddam Hussein, definito "un pazzo", per quello che vuol dire, era convinto di essere la reincarnazione di Nabucodonosor II, sovrano Babilonese vissuto tra il 634 ed il 562 a.c., tanto che fece costruire un edificio con impresso su ogni singolo mattone usato per la costruzione questa dicitura.
Durante l'assalto al Tempio di Salome in Gerusalemme si verificò un episodio, sempre riportato nelle Sacre Scritture, alquanto indecifrabile proprio nel tempio; questo fu dato alle fiamme e mentre bruciava Nabucodonosor costringette tre saggi del popolo ebraico, eminenti rappresentanti dello stesso, ad entrarvi per ucciderli.
Questi non solo non perirono ma uscirono integri dal tempio accompagnati da una entità biologica soprannaturale che, una volta fuori, si eclissò alla vista; i tre saggi furono, successivamente, deportati a Babilonia; Saddam Hussain conosceva bene questa storia e forse sapeva anche altro.
Il Tempio di Salomone è il centro nevralgico di tutte e tre le grandi religioni Monoteiste del pianeta terra e riveste un'importanza che viola anche i confini estremi della stessa religione intesa come credenza; si ritiene che la struttura sia in effetti uno Stargate (porta delle stelle).
Gli stargate sono considerati dei portali con i quali connettersi con l'universo, ovvero porte dalle quali è possibile accedere per viaggi interspaziali, muoversi, cioè, nello spazio in un continuo temporale fra diverse dimensioni.
Gli Usa rappresentano la struttura societaria vivente sul pianeta più enigmatica, con conoscenze precluse agli altri; sono gli unici, in effetti, ad aver violato il confine della gravità terrestre ed aver visitato mondi alieni, di cui diffondono notizie parche e frammentarie.
Che la guerra del golfo sia stata pretestuosa lo sanno anche i bambini, che della pistola fumante non ci fosse neanche l'ombra era chiaro già all'epoca, che il petrolio sia stato usato come alibi da chi era contrario alla guerra indicandolo come vero obiettivo ne è piena la letteratura storica; che Saddam Hussain fosse in grado di utilizzare lo Stagate del Tempio di Salomone, invece, lo sapevano solo gli USA, ovvero la massoneria americana che detiene la conoscenza suprema della cose umane.
Forse il Dittatore irakeno non è stato attaccato per quello che è stato fatto credere. Nei paesi islamici è in corso una distruzione sistematica di reperti archeologici di estrema importanza nel silenzio pressoché generale; è la medesima operazione condotta dai crociati al tempo dell'imposizione del cristianesimo in quelle medesime zone.
E' lì che tutto è nato ed è lì che può essere trovata la chiave che spiega le ragioni dell'esistenza umana.
Quando si è scartato l'impossibile, quello che resta, per quanto improbabile, è sempre la verità ...





domenica 20 marzo 2016

L'ABBANDONO

Le mie profonde crisi depressive hanno infine prodotto una catarsi spirituale che mi sta conducendo in una nuova genesi, bruciando i miei demoni e frantumando i conflitti interiori che mi attanagliano da quando sono divenuto senziente.
Intellettualmente vivo ma deceduto nell'animo ho vissuto gli ultimi anni della mia vita come uno zombie, dentro un limbo di vita apparente, nella diaspora dei sensi, nell'eco dei ricordi, nell'estrema e straziante solitudine, sull'orlo di un precipizio invitante, nello specchio che nulla rifletteva.
Ho camminato nella mia stessa ombra, parlandogli e ricevendone risposte, in un assurdo kafkiano di rara potenza.
Ho posseduto la follia gratificando il mio ego, in un crescendo esoterico e misterioso, a volte così violento da imprimere lividi che segneranno per sempre il mio corpo.
Ho violato le soglie inviolabili della percezione destrutturando la mia psiche, entrando in un mondo oscuro popolato da spiriti ansimanti in un delirio corrodente come acido.
Ho assaporato la vacuità dell'umana specie vedendone la fine nello spegnimento solare, così impotente e fragile nel suo nanismo cosmico.
Ho creduto di essere, compenetrato e infine vinto dalla mia presunta unicità nel mondo conosciuto.
Ho lottato e perso battaglie cruente in campi di battaglia sterminati, privi di protezione, assolati come deserti, freddi come la luna, sanguinanti come una macelleria di bovini.
Ho visto ciò che non volevo vedere pur tenendo gli occhi serrati, come un profeta del nulla asserragliato sulla montagna divina in attesa della parola di un dio.
Ho vomitato quello che avevo ingerito, in un continuo da girone infernale dantesco, nella speranza di espiare le mie colpe terrene.
Ho pianto, sommerso da onde marine annaspando in cerca d'aria per non affogare, in tramonti struggenti e malinconici, privi di fede di un domani nascente.
Giunto nel limite massimo dell'umana sopportazione e con in mano il coltello per il taglio finale ho voluto dare un ultimo sguardo al mondo terreno, affacciandomi alla finestra in un alba vitrea e uggiosa, permeata del senso della solitudine a me cara, e nell'incanto di un qualcosa che è impossibile descrivere pur con tutte le parole che conosco ho pianto di nuovo.
E nelle lacrime riganti il mio viso depauperato della voglia di lottare ancora per un giorno il pallido sole nascente ha iniziato a brillare, riaccendendo occhi spenti.
Il coltello è scivolato via dalla mano finendo in terra nel silenzio dell'immateriale, evaporando infine nella luce accecante penetrante dalla finestra senza più vetri.
Una forza mai percepita prima ha manifestato la sua presenza in un vigore crescente, riequilibrando uno spirito alla deriva nell'oceano della pazzia.
Immobile come una statua classica nell'elegia della sua bellezza ho pianto ancora, assaporando di nuovo l'estasi della vita ...







mercoledì 16 marzo 2016

MARTE

Il 14 marzo  è stato lanciato dalla base di Bajkonur (Kazakhstan) il razzo Proton con a bordo il lander Schiapparelli, una sonda che servirà ad esplorare il pianeta rosso per conto dell'ESA (in realtà solo dieci paesi sono coinvolti dei 22 facenti parte dell'European Space Agency), che vede l'Italia in prima fila con le industrie Thales Alenia Space Italia, Telespazio e Altec (32% quale quota di un investimento complessivo di 1,3 miliardi di euro) per questa prima missione denominata EXOMARS.

La sonda Schiaparelli (astronomo esploratore di Marte che proprio il 14 marzo avrebbe compiuto 171 anni) dovrebbe atterrare il 19 ottobre 2016 dopo un viaggio di 143 milioni di chilometri, e il suo compito, manco a dirlo, sarà cercare tracce di vita biologica sul pianeta che più di tutti ha una stretta relazione con il nostro.

La NASA, come è noto, ha già inviato sonde su Marte, ed ha un satellite in orbita attorno ad esso che invia foto del pianeta, a volte veramente sorprendenti, di strutture che sembrano manufatti artificiali e non naturali, tra cui: tre piramidi allineate come nella pianura di Giza in Egitto, una di ciò che appare come un sarcofago,

e quella oramai famosissima dell'enorme viso umanoide che tanto ha fatto discutere.


E' innegabile che Marte eserciti sulla nostra specie una attrazione direi fatale e quello che stiamo spendendo tra americani e resto del mondo per cercare di studiarlo al fine di inviarci sopra la nostra specie per colonizzarlo sta lì a dimostrarlo.

Che sul pianeta rosso fosse presente acqua è oramai innegabile, al di là delle comunicazioni ufficiali che la NASA dirama in proposito delle ricerche che sta effettuando (mi ripeto in proposito ma la National Aeronautics and Space Administration pur se ufficialmente è classificata come agenzia governativa civile è in realtà ricompresa all'interno del ministero degli interni e deve sottostare al segreto di stato, ragion per cui quello che comunica sono le informazioni non classificate Top Secret),ed in ragione di ciò è molto probabile che ci sia stata vita biologica in un tempo remoto che, per una qualche di ragione, potrebbe essersi trasferita sul pianeta terra dando vita alla nostra specie, non necessariamente uguale ma forse simile.

Questo spiegherebbe in parte il senso di attrazione che noi umani abbiamo verso Marte, un richiamo così forte da apparire come un elevato desiderio di risalire alla vera storia dell'origine dell'umanità. Da tempo accanto alle teorie che vengono accreditate come ufficiali dalla scienza di riferimento ne sono nate altre molto interessanti, grazie alla tecnologia oggi a disposizione di una moltitudine di persone che non si accontentano più di quanto viene riferito ma cerca spiegazioni alternative credibili a quelle che, in molti casi, appaiono improponibili seppur certificate a livello mondiale.

Una teoria è credibile finché il paradigma che la sostiene è accettato a livello scientifico, quanto questo cambia la teoria muore ed è sostituita da una nuova (la terra è stata piatta fino a quando non è stato dimostrato il contrario); ovviamente i referenti scientifici della teoria in voga cercano sempre di screditare quella nuova finché è dimostrato che non è più possibile sostenerla.

L'evoluzione della nostra specie è legata alla nuova conoscenza, che ha sempre bisogno di tempo per essere metabolizzata e accettata e quindi riconosciuta come vera; ciò che viene scoperto comporta sempre riflessioni sui modi e i tempi per comunicarlo in quanto potrebbe incidere profondamente sui futuri comportamenti sociali.

Seppur possa apparire paradossale la struttura sociale umana è legata indissolubilmente all'aspetto religioso, che ha una funzione regolatrice, tralasciando tutto ciò che è legato alla trascendenza, della stessa: ci lega e ci veicola, calmierando istinti primordiali che, nonostante tutto, esplodono in continuazione causando gravi ripercussioni sulla stabilità del pianeta.

La dicotomia scienza/religione al contrario di ciò che si pensa come acclarato, non è stata superata, una qualunque rivelazione scientifica che andasse ad intaccare il credo religioso riguardo alle nostre origini creerebbe ripercussioni non controllabili sulla nostra specie; è per questo che le informazioni vengono dosate e fatte uscire al momento che si pensa possano venire socialmente accettate.

Qualcuno sa, o è in procinto di sapere. A breve molta di quello che crediamo la nostra storia verrà cambiata. Ci stanno preparando. I nuovi profeti hanno già parlato o stanno parlando. Forse le future generazioni, definite già oggi  "figli delle stelle", saranno giudicate pronte alle nuove rivelazioni. Forse verrà scritto un ulteriore Testamento che avrà un fondamento scientifico piuttosto che religioso.

Forse, chi vivrà saprà ...




lunedì 14 marzo 2016

IL VALORE DELL'AMICIZIA

Si arriva ad un punto della vita in cui, volente o nolente, si inizia a pesare ogni singola cosa; una di queste è il valore dell'amicizia.
Può essere genericamente definito come un sentimento affettivo relazionale, che può vedere coinvolte due o più persone, teoricamente basato sul rispetto, sulla fiducia, sulla stima, sulla disponibilità reciproca; questa definizione ha un senso se la consideriamo da un punto di vista sociale, ovvero ciò che dovrebbe intendersi quando si pronuncia la parola amicizia: poi c'è quello che viene sviluppato nella realtà attorno a questo sentimento.
Occorre che prima che io sviluppi la mia tesi faccia una premessa: forse sono la persona meno indicata per discutere e trarre conclusioni su questo nobile valore in quanto faccio molta fatica ad essere accettato dal genere maschile e ho sempre trovato grande diffidenza verso di me da parte del genere femminile; mi sono sempre fatto molte domande in proposito ma alla fine ho smesso di ponermele: è così, lo accetto e basta.
Detto questo, ho cambiato molte volte idea su questo tipo di relazione speciale che si instaura fra gli umani  nonostante che io gli attribuisca ancora oggi un notevole significato; ho sempre più remore ad usarlo ovvero ad indicare quella persona come amico/amica. 
Ho compreso, mio malgrado, che questo sentimento poggia molto del suo credo su una stima degli interessi congiunti sui quali, appunto, due o più persone possono convergere e nulla altro; fino a che esiste una unità di intenti, ovviamente di varia natura, la relazione sussiste; cessate le comuni finalità la relazione subisce un degrado progressivo fino a dissolversi.
Per questo, con il tempo, le amicizie cambiano: rapporti che sembravano ferrei si palesano in realtà eterei ed evaporano nello sciame sociale seppur con varie giustificazioni, o, a volte, con imbarazzanti silenzi; e si aggiungono nuove persone alla lista delle amicizie in virtù dei nuovi interessi o in virtù del consolidamento di quelli datati.
Ho sempre considerato l'amicizia per i difetti, chiamiamoli così, dei miei amici/amiche più che per i loro pregi, li ho, cioè, sempre accettati in quanto tali e mai per la "cosa giusta" che mi sarei aspettato da loro; siamo persone e reagiamo alle cose la maggior parte delle volte per istinto.
Quello che ho sempre ripudiato è stato il calcolo, l'opportunismo, la convenienza di avere relazioni in quanto potenziali occasioni per avere opportunità altrimenti precluse; niente aspettative, solo ed esclusivamente un rapporto leale e sincero di un cammino fatto assieme a persone inizialmente estranee e poi col passare del tempo parte integrante della tua vita.
Faccio errori di continuo, seppur con gli anni sempre meno vistosi, e non posso pretendere che gli altri non ne facciano. Cresciamo, consolidiamo una nostra personalità, con il trascorrere degli anni diventiamo altro da quello cui siamo partiti; a volte la crescita è comune, di pari passo con le nostre relazioni, altre volte no, è disarmonica, si crea un distonia che in alcuni casi sembra insanabile.
Nascono così fratture che nel tempo si dilatano sino ad essere impossibili da ricongiungere; le strade divergono e ci si ferma, incontrandosi, magari solo per un saluto di educazione, ma si evita un contatto diretto come era poco tempo prima.
Subentrano fattori esterni condizionanti il rapporto e il più delle volte non si ha la forza per superarlo questo condizionamento, o renderlo meno influente, in alcuni casi, forse, non se ne ha neanche la voglia, resta così magari il ricordo dei momenti trascorsi assieme e nulla altro; l'orizzonte cambia e ci si adegua al nuovo scenario.
Nonostante sia possibile comprendere determinate situazioni resta, almeno per me, l'amaro in bocca ancora oggi per perdite di rapporti che rendono la vita monca di un qualcosa che è stato e non sarà più.
Mi sto abituando, è vero, ma non vuol dire che lo accetti di buon grado. Forse un giorno mi sveglierò e mi accorgerò che tutte le persone che hanno camminato assieme a me condividendo questo che credevo un valore assoluto ed immutabile non ci saranno più; mi ritroverò solo e cercherò nuove relazioni che, per forza di cose, non potranno avere quel senso di trascendenza e potenza che quelle andate recavano in se.
Forse non ci ho capito molto. Forse è così che deve andare. Forse è nella nostra natura. Forse gli diamo troppa importanza. Forse si generano aspettative impossibili da sostenere. Forse ...


domenica 6 marzo 2016

LA RETORICA DEL SINDACO

Prima della ultima votazione per nominare il sindaco attualmente in carica ad Albano Laziale sono stato contattato da una lista civica per una candidatura a consigliere; a recapitarmi l'offerta è stata una persona di cui ho una stima infinita che ho la fortuna di conoscere da tempo.
Devo riconoscere che quando mi arrivò la telefonata ne fui piacevolmente sorpreso nonché gratificato.
Il successivo incontro che avemmo per i chiarimenti relativi allo scopo che si prefiggeva il gruppo di persone cui lui faceva riferimento non fece che confermare quanto di buono già conoscevo di questa persona; dopo di che mi presi qualche giorno di tempo per riflettere sulla proposta e poi diedi il mio assenso.
Poco dopo la struttura amministrativa per la quale lavoro mi diede un incarico particolarmente gravoso in termini di impegno che mi portò a dover riconsiderare la cosa e, seppur a malincuore, dovetti rinunciare.
Pur non partecipando attivamente alla vita politica, non voto oramai da più di venti anni, mi sono sempre impegnato indirettamente tramite i miei scritti su questo blog a esternare il mio pensiero su ciò che accade in quello strano mondo popolato da figure di vario genere; d'altronde mi sono laureato in scienze politiche e relazioni internazionali non per caso, in quanto, appunto, questa sfera sociale ha da sempre attirato la mia attenzione.
Incidentalmente la proposta che mi era pervenuta mi ha portato in seguito a fare alcune considerazioni su cosa rappresenti oggi la carica di sindaco; l'analisi effettuata mi ha portato a considerala, allo stato delle cose, una figura retorica quindi inutile.
L'amministrazione di un comune è regolata dal diritto, ovvero dalle funzioni che a questa carica vengono attribuite; le funzioni sono, a loro volta, regolate dalle norme che vengono emanate dal legislatore riguardo ad ogni settore della vita sociale sottoposto a tale vincolo.
Ne discende che ogni decisione che dovrebbe essere presa da chi ricopre tale funzione è già stata predeterminata, ovvero, tutte le istanze che pervengono all'amministrazione comunale sono accettate o rifiutate in forza di una legge; l'apparato amministrativo permanente considera le proposte, le valuta ed infine le accetta o le rigetta, al limite ne chiede modificazioni.
Iperboli decisioniste in questo senso rappresentano tutte forzature di legge cui occorre risponderne nei competenti tribunali; nella sostanza, chi ricopre la carica di sindaco non può che prendere atto di quanto già disposto sui temi che gli vengono proposti.
Quello che resta è in genere quello per cui nessuno è contento della persona che ha votato, o meglio, che gli hanno indicato di votare.
Costruire una scuola, creare centri di formazione, riparare una buca piuttosto che un buco nel soffitto  ecc. ecc. possono anche restare nobili attività ma che possono essere eseguite senza che si metta in piedi la farsa delle votazioni e di ciò che le precede, ovvero le roboanti idee cui vengono innaffiati quelli che una volta erano definiti comizi elettorali, che restano, quasi sempre, lettera morta.
Il sistema politico tieni in piedi queste cariche, nonché quelle regionali, al solo scopo di auto legittimarsi nonché, ovviamente, di distribuire poltrone ai portatori di voti.
In  uno stato moderno efficace e teso al bene comune questa figura dovrebbe essere abolita e sostituita con un manager amministrativo cui dare un incarico predefinito da effettuare in un tempo prestabilito. Alla scadenza valutare la performance effettuata e confermarlo oppure destinarlo ad altro incarico.
Oggi la gestione di un comune rappresenta la gestione di un conto economico dare/avere, nulla di più e nulla di meno; lo spazio da destinare al "sociale" è talmente esiguo che può, e deve, essere gestito diversamente.
Perché spendere tanti soldi in termine di elezioni e stipendi per persone che nulla possono in effetti? La demagogia del possesso che invaso la nostra scena politica ha prodotto guasti inenarrabili. Ma non vi fa orrore quando nell'altra tragicommedia che va in scena al momento dello spoglio dei voti si parli di "vincitori", di "conquista", di "ritorno alla legalità", di "abbiamo in mano tot comuni e rappresentiamo la parte sana del paese" e di chi più ne ha più ne metta?
La presa del feudo con le bandiere sventolanti di "chi a vinto" non è, nella sostanza, la più grande sconfitta di quella che chiamiamo, a torto, democrazia?
Considerare i cittadini numeri da enunciare per tenere in mano il pallino del comando non è, sempre nella sostanza, la più grande forma di autarchia legittimata dall'espressione del così detto voto popolare?
Aboliamola questa votazione; pretendiamo la formazione di manager in grado di amministrare con competenza la cosa pubblica invece di affidarci a persone sconosciute presentate come la panacea di mali strutturali che essi stessi hanno contribuito ad alimentare. 
Perché un noto chirurgo avrebbe lasciato quello che sapeva fare meglio ovvero curare persone per andare a fare il sindaco di Roma e contribuire a farle ammalare quelle medesime persone?
La risposta credo la conosciate. 
Questo sistema va cancellato; questa apoteosi di futilità bruciata nel più grande falò popolare mai acceso.
Poi, democraticamente parlando, se la maggioranza vuole aprire un buco nella tua casa per defecarci dentro può farlo; ha i voti ...




mercoledì 24 febbraio 2016

UE - UNIONE EUROPEA

Il 30 marzo 2010, sulla Gazzetta Ufficiale Europea C83 è stato pubblicata la versione consolidata del TRATTATO SULL'UNIONE EUROPEA ed IL TRATTATO SUL FUNZIONAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA, che contiene al suo interno LA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE EUROPEA (pag. 389).

Il trattato, detto anche Trattato di Lisbona, è nato sulle ceneri della Carta Costituzionale Europea che non è stata ratificata in quanto nei due unici paesi (Francia e Paesi Bassi) dell'unione in cui è stata sottoposta a referendum  popolare è stata bocciata e in conseguenza di ciò, non essendoci stata l'unanimità necessaria alla sua promulgazione, non ha visto la luce; in tutti gli altri paesi, compreso il nostro ovviamente, l'accettazione della carta era stata sottoposta solo ai voti delle camere di rappresentanza che l'avevano ratificata con apposita votazione.

Parte del contenuto di quella che doveva essere, appunto, la carta costituzionale europea è stato inserito nel Trattato sull' U.E, tra cui la Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea; il preambolo di quest'ultima recita questo:

"I popoli d'Europa, nel creare tra loro un'unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni.
Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. 
Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.
 L'Unione contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo di questi valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d'Europa, nonché dell'identità nazionale degli Stati membri e dell'ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale; essa si sforza di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile e assicura la libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali, nonché la libertà di stabilimento. 
A tal fine è necessario rafforzare la tutela dei diritti fondamentali, alla luce dell'evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici, rendendo tali diritti più visibili in una Carta. 
La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti dell'Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dall'Unione e dal Consiglio d'Europa, nonché dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea e da quella della Corte europea dei diritti dell'uomo. 
In tale contesto, la Carta sarà interpretata dai giudici dell'Unione e degli Stati membri tenendo in debito conto le spiegazioni elaborate sotto l'autorità del praesidium della Convenzione che ha redatto la Carta e aggiornate sotto la responsabilità del praesidium della Convenzione europea. 
Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future. Pertanto, l'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi enunciati in appresso".
Quante persone, non dico in europa, ma in Italia sono a conoscenza di questa Trattato, esclusi gli addetti ai lavori?
Quante persone sono a conoscenza che il Parlamento italiano aveva approvato la Carta Costituzionale Europea senza chiederne il parere ai cittadini?
Quante persone sono a conoscenza di come effettivamente funziona l'Unione Europea?
Quante persone sono a conoscenza di quali e quante materie ha competenza a legiferare esclusivamente l'Unione Europea?
Abbiamo accettato passivamente la cessione di sovranità di stato in alcune materie specifiche, che hanno, per forza di cose, riverberi sulla potere legislativo anche nelle materie che restano di esclusiva competenza di ogni singolo stato membro.
Progressivamente le facoltà di legiferare liberamente sono state erose e con l'entrata in circolazione della moneta unica ridotte all'osso nella materia economica, quella, forse, che più ha incidenza nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Il Patto di stabilità ha prodotto, e produce, effetti collaterali sempre più difficoltosi da tenere sotto controllo, ovvero ha ridotto, anzi  quasi azzerato, gli spazi di manovra per gli stati membri.
L'entrata in vigore della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea ha sancito, a tutti gli effetti, la nascita di una Confederazione di Stati simile a quella degli Usa, con un potere legislativo centrale forte ed uno residuale di competenza dei singoli stati affiliati.
Tutto questo nell'assoluta indifferenza, per larghi tratti, della partecipazione popolare alla discussione su come, quando e sopratutto perché.
Frammentati e dispersi nelle corporazioni che affollano la partecipazione politica italiana, già di per se piuttosto scadente, la nostra incisività nelle scelte fondamentali sul nostro futuro è poco meno di nulla; a decidere, in effetti, sui destini di circa cinquecento milioni di persone sono da un punto di vista numerico 28 persone (i presidenti dei vari consigli europei), in pratica due, forse tre.
Occorre prenderne coscienza prima che sia troppo tardi (ammesso che già non lo sia); questo non è più procrastinabile.
In alternativa occorre smettere di lamentarsi. Come funziona l'Unione è stato scritto, è stato accettato,  è stato ratificato ed è entrato in vigore.
Il resto sono chiacchiere, ammesso che si abbia ancora voglia di farle.



domenica 21 febbraio 2016

IL PIANETA INOSPITALE

Il 70,8% della superficie del pianeta terra è occupato dall'acqua; il restante 29,2% da montagne, deserti, altipiani e pianure.
Se consideriamo che il 29,2% comprende vaste aree comunque non adatte alla vita, quello che resta, diciamo per eccesso un 10% di territorio considerato abitabile, seppur in alcuni casi con condizioni di vita alquanto estreme, vede risiedere sopra di esso circa 7 miliardi di individui (stima dell'anno 2011).
In pratica, la vita sul pianeta è concentrata solo in una piccola parte di esso e, per lo più, circa il 60% (diciamo 4 miliardi) in aree urbane; il resto in aree che potremmo definire rurali  in contrapposizione alle prime.
Dunque, la crescita esponenziale della razza umana sta producendo enormi ammassamenti di individui nelle zone così dette abitabili, ovvero ospitali, dove le condizioni si ritengono idonee per la sopravvivenza della specie; molte zone sono state abbandonate e altre stanno subendo la stessa sorte. C'è in atto una tendenza mondiale a lasciare posti remoti dove la vita è molto difficile a causa sia della situazione morfologica del territorio sia del clima.
Il problema che prima o poi saremo costretti ad affrontare sarà quello della sovra popolazione con conseguente riduzione delle risorse naturali che il pianeta mette a disposizione per la vita.
La civiltà umana ha avuto nel mediterraneo la sua culla, non per caso; è, in assoluto, il posto più adatto per la vita umana, considerando sia il territorio sia il clima. C'è un mare circoscritto che tempera la temperatura solare di concerto con le catene montuose che costituisco la spina dorsale del continente europeo; pur nelle estremità dello stesso, i paesi scandinavi al nord e i paesi che fronteggiano il continente africano al sud, la vita è da considerarsi comunque agevole, o comunque non impossibile.
La transumanza in atto verso il paesi europei non è dettata solo dalla nostra evoluta struttura sociale, che permette di vivere in considerazione di poter lavorare, guadagnare e far crescere i figli al riparo da da tutte le intemperie (di ogni natura) che, purtroppo, regolano la vita in altre parti del pianeta. Lo stesso dicasi per gli Stati Uniti d'America, pur se quel territorio è, per vaste aree, comunque disabitato e, di certo, con una situazione climatica non paragonabile a quella europea.
A mio modo di vedere è in atto una ricerca di sostituzione del territorio dove vivere, ovvero, l'uomo, portato per sua natura alla sopravvivenza, è sempre in cerca di posizioni territoriali migliori nelle quali sviluppare la propria progenie.
Mi sembra di percepire che questa ottica oggi non sia ben chiara dove dovrebbe esserlo; il problema, perché tale è, viene vissuto, a mio parere, solo in un ottica di ricerca del benessere in quanto tale assicurato dal livello di vita raggiunto sia in europa che negli USA.
Il proliferare di barriere artificiali ai confini (si pensi a quella, appunto, americana al confine con il Messico, lunga 4.000 km, ma potrei citarne tante altre) testimoniano questa protezione ma, ripeto, dettata solo da una natura di tipo economico e non come protezione del territorio vera e propria.
Si potrebbe obiettare che al di là dello scopo il territorio venga comunque protetto; sono d'accordo, ma questa ottica resta riduttiva se il problema non viene affrontato radicalmente.
La prossima guerra che si combatterà sul pianeta sarà quella della conquista dello spazio vitale, ovvero del posto fisico dove vivere in ragione della sopravvivenza.
Il clima sta cambiando; sul pianeta è sempre successo e succederà finché sarà in vita: il succedersi delle varie era sta li a dimostrarlo. La natura ha le sue esigenze e poco importa di chi ci vive nel mezzo; segue il suo corso e mieterà le sue vittime.
Il pianeta terra non è un pianeta ospitale, questo è un falso mito; ci sono zone su di esso che permettono a strutture biologiche come la nostra di viverci sopra (probabilmente la nostra struttura organica è stata pensato proprio in funzione delle condizioni del piante e non viceversa, ovvero che ci siamo adattati), ma resta per il 90% un posto non adatto alla vita umana.
Una stele ritrovata in territorio caucasico, di cui si ignora la provenienza ovvero chi l'abbia costruita, reca un monito scritto in varie lingue che consiglia in relazione alle risorse naturali della terra che la popolazione mondiale non avrebbe dovuto superare i cinquecento milioni.
Siamo andati molto oltre. Probabilmente, magari, questo non è e non sarà un nostro problema nel breve; siamo egoisti e pensiamo, forse giustamente, solo a noi stessi. Forse tutto questo discorso non ha senso. Forse, in futuro, sarà possibile, magari, vivere nell'acqua o sotto di essa. Forse domani finisce tutto e amen. Forse no.
La domanda resta: dove stiamo andando?

giovedì 18 febbraio 2016

LA APPLE. L'FBI, IL KILLER

Sta facendo rumore il rifiuto da parte della Apple di creare un software che violi il codice di accesso dell'IPhone dell'autore della strage di San Bernardino (22 morti e 14 feriti in un centro disabili in California).
L'FBI ha chiesto all'azienda di Cupertino di progettare un programma che permetta di individuare il pin di accesso del telefono dell'autore della strage nella speranza di accedere ad informazioni ancora residenti nella memoria dello stesso.
Il pin di 4 cifre permette 10.000 combinazioni; per tentare l'accesso si hanno al massimo 10 tentativi, fallito l'ultimo il contenuto all'interno dell' IPhone di cancella automaticamente. Inoltre, occorre che passi un certo periodo di tempo fra un tentativo e l'altro, motivo per cui la progettazione del software dovrebbe prevedere anche l'eliminazione di questo problema accelerando i tentativi.
Il motivo del rifiuto è stato comunicato dalla APPLE ai propri clienti: "Il governo suggerisce che tale strumento verrebbe usato solo una volta. Ma non è vero. Una volta che avessimo creato questa tecnologia, essa potrebbe essere usata continuamente. Sarebbe paragonabile, nel mondo fisico, a una chiave maestra in grado di aprire milioni di serrature, da ristoranti a banche, da negozi a case private. Nessuna persona ragionevole accetterebbe una cosa simile".
Il problema in questione riguarda la crittografia (encryption), ovvero codici cifrati molto complessi da violare se non si ha a disposizione la chiave per decriptarli, e la tutela della privacy e delle tecnologie informatiche.
La crittografia in questione è denominata "FULL DISK", che garantisce privacy totale, con controllo assoluto dei propri dati da parte dei clienti APPLE (anche Android si sta dotando dello stessa sistema), in quanto neanche, appunto, il produttore la può violare.
Non esiste alcuna legge in proposito, né negli USA (né nella UE), per questo la Corte Suprema degli Stati Uniti si occuperà del caso.
E' un problema filosofico di non facile soluzione; da un punto di vista della garanzia di poter perseguire reati avere questo accesso permetterebbe, forse, di arrivare a conclusioni certe riguardo alla questione indagata; da un punto di vista della natura privata dei dati che vengono archiviati dalle persone sui loro hardware questa sarebbe una grave, e a tutto oggi illegittima, violazione della privacy.
E' giusto che per ragioni di ordine pubblico (nel tema in argomento il punto focale è il terrorismo) qualcuno abbia a disposizione una chiave universale per accedere ad informazioni private? La strage di San Bernardino è il grimaldello per violare ulteriormente il diritto di tutelare la nostra propria vita privata, come se già non lo fosse abbastanza?
L'esplosione a livello globale di atti terroristici con conseguente incremento della paura che dal 2001 (Torri Gemelle) è il tema centrale di tutte le precauzioni vengono prese dagli Stati mondiali riguardo ad essa, che recano con se continue aggressioni alla vita quotidiana delle persone e vessazioni da sopportare nel suo nome (si pensi agli aeroporti a titolo esemplificativo).
Stiamo per entrare in un punto di non ritorno riguardo al potere dei Governi mondiali sui singoli abitanti del pianeta; ci forniscono tecnologia e ci dicono come tutelare il suo possesso, ma vogliono mani libere se occorresse lori di sapere quello che vogliono in quel determinato momento.
Mi ripeto, usiamo macchine di cui ignoriamo il funzionamento; ammettiamo per un momento che questa protezione Full Disk in realtà non esista e che i dati dell' IPhone siano stati già letti. Cosa resterebbe? Di avere tutela legale, oggi mancante, per usare pubblicamente le informazioni di cui sono già in possesso, oltre tutto con il consenso della pubblica opinione terrorizzata dagli uomini neri ma messa in garanzia, ovvero tranquillizzata dai governi che comunque tutto ciò non riguarda loro ma, appunto, i cattivi; e con l'appoggio del maggior produttore mondiale di alta tecnologia, che dopo il rifiuto, dovuto per ragioni di marketing verso i propri clienti, non potrebbe che fare ciò che la legge gli ordina ...


martedì 16 febbraio 2016

5 DOMANDE A: LA MALASTRADA



Come è nata La MALASTRADA?

La MaLaStraDa nasce dall'esigenza di trovare un nome ad un nuovo modo di esprimermi che comprendesse musica e testi, mi spiego meglio: ai tempi dell’audiolibro Prenestinity (2010) avevo la necessità di farmi riconoscere negli spettacoli di presentazione non solo come Andrea Caovini, autore dei testi, ma come il più complesso ensemble di persone che aveva partecipato alla creazione delle basi musicali ed alla loro esecuzione sia registrata che dal vivo. Essendo queste persone molto spesso diverse mi è piaciuto pensare inizialmente a la malastrada proprio come uno spazio da percorrere, una vera e propria strada sulla quale puoi passarci sopra, ma non necessariamente devi percorrerla per la vita, puoi anche solo passarci un minuto. Poi è nata la band più o meno stabile, ma sempre votata ad invitare a passeggiate estemporanee un gran numero di amici musicisti (come è accaduto per questo ultimo disco dove ci sono ben otto ospiti). Poi a dirla tutta La MaLaStraDa prende una assolutamente non velata ispirazione da La Cattiva Strada di De André/De Gregori, un luogo dove c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore!

E' stato un parto doloroso l'album? Raccontateci un aneddoto ...

L’album è stato un bellissimo viaggio, durante il quale sono anche diventato padre (a proposito di parto), sinceramente molto lungo ma mai duro, sempre in compagnia delle persone giuste, sempre con al centro grosse storie di amicizia. Un aneddoto? Durante gli ascolti finali io e Luca Balsamo (il mio bassista e fonico) non ci dicevamo nulla e ci scambiavamo appunti sulle cose che dell’audio secondo ognuno erano da modificare, beh, ci scrivevamo puntualmente le stesse cose!

I testi, come mi aspettavo, sono molto profondi seppur, a tratti,  proiettano un senso di profonda malinconia; sono lo specchio di come avvertite oggi l'attuale socialità?

I testi toccano diversi argomenti che mi stanno a cuore, dai diritti civili al femminicidio, a temi più introspettivi come l’assenza e la vergogna. Io mi definisco un cinico per certi versi, o forse è meglio nichilista? Ma alla fine ognuno fa quel che può per non morire, ed occupa il tempo come può nell'attesa della morte. Io descrivo ciò che vedo intorno a me, proprio perché la prossima volta che lo vedo forse farà meno male.

"Niente da perdere escluso me" (una canzone sulla Pioggia) è un gran bel verso ... autobiografico?

Autobiografico quanto dedicato a chiunque voglia condividere le sue esperienze in modo “artistico”. A quelli che si mettono a nudo sapendo che se ne viene fuori qualcosa di bello ci guadagnano tutti, se invece va male c’hanno rimesso solo loro. Come dire: le belle canzoni sono patrimonio dell’umanità, come Imagine piuttosto che La marcia Turca di Mozart, quelle brutte sono solo di chi le ha scritte. Cosa ho da perdere a provarci?

I vostri programmi futuri?

Concerti concerti concerti, un video, concerti concerti concerti, un altro disco, concerti concerti concerti ...



"Tra la macchina e il portone" è  una gran bel lavoro, che merita la giusta attenzione. Nell'ascoltarlo si ha l'impressione di un amico che ti racconta la sua visione della vita, e tu sei lì a sentirlo rapito dalla sua arte oratoria e poetica che viene sciorinata dentro note che scivolano via in armonia con quello che ha da dire in una velata vena malinconica.
Mi piace, e l'ascolto ininterrottamente da qualche giorno. Ho il piacere di conoscere personalmente Andrea Caovini e Luca Balsamo, due ottime persone e due ottimi professionisti, che so che hanno messo tutto quello che sono capaci di fare in questo lavoro, assieme agli altri che hanno partecipato ai lavori; fanno musica da sempre e la sanno suonare.
Vale la pena comprarlo e ascoltarlo; vale la pena prestare attenzione ai testi, mai banali; vale la pena parlarne agli amici, non ne resteranno delusi.

PER ASCOLTARE ANTEPRIMA DEI BRANI:

https://andreacaovini.wordpress.com/2016/02/16/tre-brani-in-esclusiva-dal-nuovo-disco-de-la-malastrada/

domenica 14 febbraio 2016

ENTITA' BIOLOGICHE NON TERRESTRI

Compenetrata e vinta dalla nostra presunta unicità nell'universo, o per lo meno nella Via Lattea (il nostro sistema solare non è nemmeno preso in considerazione riguardo ciò), la scienza cosi detta ufficiale del pianeta terra rifiuta la possibilità dell'esistenza di forme di vita intelligenti al di fuori della Terra.
In sostanza in uno spazio definito infinito da Einstain (pur per con quale dubbio in proposito, è celebre la sua frase "due cose sono infinite: l'Universo e la stupidità degli uomini, e sull'universo non sono poi così tanto sicuro") per una qualche oscura ragione le unica entità biologiche intelligenti, per quello che vuol dire, saremmo noi terrestri.
L'assunto che più sostiene questa tesi è che avremmo dovuto averne contezza a questo punto della nostra esistenza, ovvero un contatto avrebbe dovuto esserci stato o in procinto di esserci.
L'altro assunto che sostiene questa tesi è che le distanze fra le galassie, per quello che vuol dire, sono talmente elevate che rendono, di fatto, impossibile ogni possibile contatto in quanto non è ragionevole imbarcarsi in viaggi spaziali di così lunga durata partendo dal presupposto che la massima velocità percorribile nello spazio è quella della luce e che, quindi, pianeti distanti milioni anni luce fra loro non possono ricevere visite da chicchesia. Questa tesi non postula in assoluto l'unicità dell'esistenza della razza umana nell'universo ma la sostiene di fatto: siamo così distanti da tutto che comunque siamo soli.
Tralasciando tutta la letteratura che si occupa di UFO, nonché le tesi complottistiche al riguardo (da Roswell in poi), voglio soffermarmi su di una considerazione che si basa sulla storia dell'umanità.
Scopriamo continuamente siti archeologici di cui la scienza non riesce a dare una spiegazione su come siano stati costruiti né quando; stiamo continuamente retrodatando l'apparizione dell'homo sapiens per darne contezza partendo dal presupposto che siano stati gli abitanti primordiali del pianeta a costruirli.
Più la tecnologia affina la capacità di dare risposte sulla data di questi manufatti (la datazione al carbonio, elemento su cui si fonda la vita terrestre, non fornisce risposte adeguate al riguardo, primo perché ha bisogno di elementi che hanno avuto vita, in pratica scavando si cerca un residuo fossile che sia possibile datare in quanto non è possibile farlo con la pietra, secondo in quanto  fornisce oscillazioni temporali che possono riguardare anche duemila anni), più si arretra sulle date che avrebbero scolpito la nostra esistenza.
Dinanzi, poi, a manufatti che apparentemente danno indicazioni su presunte visite aliene (Piramidi, Teotihuacan, la piana di Nazca e via dicendo), la scienza ufficiale si trincea dietro un muro invalicabile di risposte senza senso (a quale scopo popoli primitivi avrebbero tracciato linee visibili solo dall'alto in un posto in cui non esiste vento, ovvero con la certezza che esseri futuri avrebbero potute trovarle e capire quello che volevano far sapere?).
In contrapposizione a ciò si è affermata a vari livelli la Teoria degli Antichi Alieni, che, in poche parole, sostiene che ciò che abbiamo ereditato dal passato remoto non sono manufatti umani o che comunque sono stati creati in base a precise direttive di esseri superiori, assunti nelle forme primordiali della vita terrestre a dei.
Se imperniamo ciò ad un discorso razionale tutto questo ha molto più senso; può spiegare cose che non hanno spiegazione per i tempi in cui le consideriamo e sopratutto fornisce una base solida a ciò che con il tempo si è affermato come religione.
La macchina di Anticitera, a tutti gli effetti un computer in grado di fornire rotte alla navigazione basandosi sul sistema planetario, ritrovato al largo dell'isola greca di Anticitera e datato 150 a.c., è a tutto oggi il più efficace sostegno alla Teoria che sta pian piano sgretolando il muro omertoso della scienza ufficiale (con la NASA avamposto di eccellenza e unica detentrice di fatto di ciò che l'uomo sa al riguardo).
Siamo soli? Ne dubito? E' impossibile viaggiare per distanze siderali? Ne dubito. Quello che non siamo capaci di fare noi non è detto che non sia possibile per altre entità biologiche magari con miliardi di anni di evoluzione.
Einstain ha postulato la teoria della relatività da casa; non ha mai guardato lo spazio con strumenti ottici né vi ha messo mai piede (ciò, condividerete con me, è abbastanza sorprendente), tuttavia non solo ha fornito una lettura che ha cambiato totalmente il concetto umano di spazio inteso come luogo-non luogo, ma ha anche fornito la chiave di come in teoria questo non luogo sia deformabile ad uso di chi sa farlo.
Se tendiamo un lenzuolo ad altezza da terra e nel mezzo lasciamo cadere un peso gli estremi del lenzuolo tendono ad avvicinarsi fino a toccarsi; per percorrere il tragitto fra i due estremi del lenzuolo teso occorre un certo tempo, quando questi si toccano il tempo è zero.
Facendo lo stesso nel non luogo dello spazio per passare da un punto A ad un punto B non occorrerebbero più milioni di anni luce,ma un tempo quantificabile, appunto, a zero.
Come abbia fatto a dimostrarlo non lo so, ma conta che l'ha fatto. Come sia possibile passare dalla teoria alla pratica non lo so e forse un giorno ci arriveranno. Come abbia potuto teorizzare tutto ciò resta un mistero.
Che venisse anche lui da un altro pianeta ....

giovedì 11 febbraio 2016

di FRANCESCO TOTTI

Si fa un gran parlare oggi, ma mi sento di scrivere da sempre, di Francesco Totti, sopratutto in relazione al fatto che quest'anno, in pratica non ha mai giocato (credo 5 presenze in totale), anche per un infortunio muscolare.
Di lui si sa tutto credo, i record stabiliti parlano per lui: presenze con la stessa maglia da sempre, i goals realizzati, le vittorie (dicono poche ma nel suo palmares c'è un campionato del mondo, titolo che grandissimi calciatori non hanno ottenuto), i 4 secondi posto in campionato, la scarpa d'oro, e le migliaia di giocate che hanno illuminato i nostri occhi e fatto sospirare il nostro cuore, e altro ancora.
Di lui si sa tutto anche di come sia stato, ed è, impegnato nel sociale; ricordate, a titolo esemplificativo, quando comprò due macchinari per un ospedale in una ospitata a domenica in con Fabio Capello?
Ma non voglio scrivere di questo; ci sono  migliaia di pagine che lo fanno meglio sicuramente di me. Voglio invece dire di oggi, di come sta vivendo il suo lungo addio al calcio giocato.
Francesco Totti per primo sa che non è più quello di ieri; sa anche, però che ancora può dare, in un contesto più ridotto, molto; e lo vive come solo un campione lo sa vivere: accettandolo.
Sta tutta qua la sua immensa grandezza: ha sempre e comunque accettato ciò che le regole del calcio impongono, perché è sempre vissuto in questo mondo e lo conosce meglio di qualunque altro.
Ha dato tutto e tutto ha ricevuto: è un uomo ricco e questo lo deve alla Roma; è un simbolo della Città Eterna e questo lo deve a se stesso; è la Roma stessa e questo va condiviso con chi, nel tempo, ha avuto in mano le redini della società.
Parla poco, Francesco Totti, o meglio, i suoi silenzi parlano per lui; questo, per chi lo frequenta da tempo come noi tifosi viscerali della Roma, è il suo più grande pregio. Non servono le parole fra innamorati, basta uno sguardo; quando lo vedi in panca sereno e compenetrato del suo essere giocatore e tifoso della Roma non puoi non volergli bene a prescindere, come direbbe il grande ed insuperabile Totò.
Non serve un elogio per raccontare la sua grandezza, né titoli sui giornali; è sufficiente il sorriso che accende l'Olimpico quando si alza dalla panca forse per giocare, oppure no; al tifoso questo non interessa.
Lui è sempre là, in mezzo a quelle maglie giallo e rosse che cercano la vittoria; non importa dove sia fisicamente, quello che conta e che ci sia sempre e comunque.
Arriverà il giorno che dovrà dire basta; arriverà e tutti ne saremo consapevoli. Saremo tutti più tristi, ma più triste sarà che non avrà mai avuto la fortuna di vederlo giocare.
Siamo in attesa, sperando che sia sempre un giorno lontano, ma verrà: è nel destino dell'uomo e del calciatore.
Non sarà un addio, né un arrivederci; sarà solo il compimento del fato che ci ha voluto regalare qualcosa di cui avevamo solo sentito parlare e che invece abbiamo avuto la fortuna di vivere direttamente: una lunga ed incredibile storia d'amore.
Grazie Francesco Totti per quello che sei. E come direi alla persona cui ho voluto più bene nella mia vita: non cambiare mai.
Le parole dette e scritte evaporeranno nel vento del tempo; tu sei e resterai nel tempo, cosa che solo ai grandi è riuscita.
Gioca e vivi come sempre hai fatto: è per questo, Francesco, che la gente di Roma, e forse non solo, ti ama.


lunedì 8 febbraio 2016

IL PROBLEMA CULTURALE

Questo post conclude il discorso iniziato con ESSERE O NON ESSERE e proseguito con DEL PENSIERO DOMINANTE e INTERNET; doveva essere un unico blocco ma in effetti sarebbe stato troppo lungo e dispersivo e per questo ho preferito frazionarlo in quattro parti distinte.
In proposito occorrerebbe anche rileggere il post ILLUMINARSI, dove è stato affrontato il problema emerso in Italia sulla capacità del nostro popolo di comprendere ciò che legge (quando lo fa).
Non postulo critiche in proposito, in quanto io stesso mi ritengo un ignorante che cerca disperatamente di erudirsi per quanto mi è possibile, ma sono semplici ed elementari riflessioni su ciò che sembra mi circondi.
Ho frequentato studi sociologici sia all'università che come autodidatta e mi viene spontaneo metterli in relazione con la quotidianità che vivo, sia nel mio lavoro, dove mi capita di incontrare eccellenze, sia nel mio privato, dove ho la fortuna di conoscerne altrettante.
In Italia esiste un problema culturale, come del resto altrove in occidente (non parlo del resto del pianeta in quanto non ho approfondito per ragioni di tempo, e anche di spazio nel mio intelletto, la questione in argomento); esiste e occorrerebbe affrontarlo in maniera radicale.
Il primo problema da affrontare in maniera risolutiva dovrebbe essere quello dell'istituzione scolastica; dalla riforma Gentile del 1923 se ne sono succedute diverse (inutile ora ripercorrerne la storia) e questo la dice lunga su come non si sia mai guardato ad un obiettivo strategico a lunga gittata ma solo ed esclusivamente o ponendo attenzione ai livelli occupazionali o agli obiettivi ristretti di partito o onda ideologica.
Non è una critica al mondo dell'insegnamento, nel quale ho anche diverse conoscenze a vario livello, ma una critica alla struttura in se, incapace di produrre uno zoccolo duro su cui basare il futuro della nazionale producendo una classe dirigente all'altezza delle aspettative con continuità, ovvero non solo sperando nell'eccellenza individuale ma sfornarla, invece, in modo seriale.
La guida di un paese deve essere per forza di cose basata su un sistema elitario che emerga non per mancanza di concorrenza ma su di una sana e leale concorrenza basata sulle idee che ognuno è capace di produrre, slegandola, sopratutto, dal sistema delle conoscenze e delle opportunità.
Il ricambio generazionale dei vertici deve essere più frequente, assecondando sia la velocità alla quale viaggia oggi il mondo sia i cambiamenti dei punti di vista legati, inevitabilmente, all'età di chi è deputato a proporre idee.
Le esigenze cambiano velocemente, come cambia e si aggiorna la tecnologia (di cui abbiamo ampiamente discusso); questo non vuol dire che l'esperienza non sia più un valore aggiunto, lo è eccome, ma occorre che questa sia mixata con lo sguardo rivolto al futuro che reca con se l'età giovanile.
Io ho quarantanove anni, e quando hanno discusso per affidarmi la guida di un ufficio pubblico uno dei dubbi che hanno a lungo prolungato la mia nomina era legato alla mia età: in sostanza mi consideravano troppo giovane.
Questa cosa mi ha fatto a lungo sorridere, ma poi ho dovuto necessariamente farci i conti quando ho iniziato a confrontarmi con il mondo industriale; sono rimasto sorpreso dalla loro sorpresa sia di vedermi lì dove mi avevano messo sia per le mie idee riguardo ad alcuni processi legati ai rapporti istituzione/mondo produttivo che, a mio parere, erano insoddisfacenti ed andavano rivisti.
Oggi qualcosa è stato migliorato, ma restano ancora tante cose da fare; cambiare modo di relazionarsi è stato solo un primo passo, ne restano altri, molto significativi, da affrontare.
Durante un convegno con il mondo industriale mi sono trovato a dire che si viene sempre a chiedere all'amministrazione di cambiare passo, ma quando questo si manifesta iniziano le resistenze di una comoda, seppur, a loro dire, intralciante continuità di ciò che è.
Nel question time successivo nessuno ha posto o fatto considerazioni al riguardo di questa provocazione; ciò mi ha fatto molto pensare nonché procurarmi una certa delusione.
Per migliorare come nazione occorre che tutte le sue componenti viaggino alla medesima velocità di pensiero e tutte siano disposte ad assumersi i rischi di un cambiamento, che deve avvenire in tempi rapidi; non parlo di una mano di poker, ma di progetti a media scadenza da portare a termine.
Non è più tollerabile oggi attendere domani; se una cosa occorre oggi oggi deve essere realizzata. Già i risultati di quello che viene fatto in un dato momento si vedranno in un futuro più o meno prossimo, se dilazioniamo questo tempo già nel momento decisionale gli effetti quando, e se, si manifesteranno saranno già inadeguati.
Il più grande problema occidentale è legato alla lentezza dei processi di cambiamento, che è, a tutti gli effetti, un problema culturale e non politico.
La storia del pianeta terra è stata cambiata nel corso dei secoli da menti elette e lungimiranti, ma in numero alquanto ridotto e molto,molto lentamente. Ciò che è avvenuto dopo la rivoluzione industriale inglese dell'800 sta a dimostrarlo: da quando più persone hanno avuto accesso ad alti livelli di istruzione la società occidentale ha prodotto più tecnologia di quanta ne ha prodotta per oltre duemila anni, nel corso dei quali poco effettivamente è stato fatto.
Allargando in maniera esponenziale questa base e guardando alle giovani menti non come una minaccia per il potere precostituito ma come una risorsa fondamentale per l'umanità tutta è possibile produrre effetti ad oggi sconosciuti che, per forza di cose, non potranno che essere positivi.


domenica 7 febbraio 2016

INTERNET

Da quando nel lontano 1972 (gli esperimenti sulle reti iniziarono in realtà alla fine degli anni 60 su progetto ARPA per conto, manco a dirlo del Ministero della difesa degli Stati Uniti) il primo byte contenente un file fu trasferito da un computer all'altro nell'Università dello Utah realizzando così un controllo a distanza (protocollo FTP - file transfer protocol), al 1992 quando il CERN mostrò al mondo l'architettura di sistema  che oggi regna incontrastata nel pianeta, ovvero il World Wide Web (WWW) gettando le basi per un fenomeno di massa, tanta acqua è passato sotto i ponti.
Le stime, non so quanto attendibili, parlano oggi di circa 5 miliardi di utenti della rete, una cifra enorme pur se fosse vera solo per metà.
Internet è da considerare ad oggi la più incredibile rivoluzione culturale che abbia investito l'umanità, rendendo fruibili in tempo reale per gli utenti una quantità enorme di informazioni che risiedono in archivi informatici dove vengono immagazzinate e custodite.
Ci troviamo di fronte ad un qualcosa che forse era stato solo immaginato, forse sognato, o ad un qualcosa basato su di una profonda e accurata programmazione tesa ad ottenere quello che oggi è?
Alla fine degli anni 90 Bill Gates, fondatore di Microsoft,  profetizzò che di lì a breve ci sarebbe stato un computer in ogni casa; la profezia è stata poi portata a compimento da Steve Jobs (fondatore di Apple), che ha reso fruibile a tutti, anche e sopratutto a chi non in grado di usare un computer, tramite un telefono (e poi ancora con il tablet) l'accesso al linguaggio informatico.
Gates, con il suo sistema "a finestre" aveva già semplificato in maniera significativa l'uso di un computer, legato prima di lui alla conoscenza sia dei comandi del sistema operativo DOS sia di un linguaggio di programmazione; Jobs ha permesso ha tutto il mondo di navigare tramite le APP ("c'è un app per tutto", ricordate il messaggio pubblicitario di lancio?), ovvero con la semplice pressione del dito sul vetro, eliminando tastiera e mouse e, sopratutto, eliminando di doversi portare dietro un pc per essere connessi ovvero recarsi in un centro utilizzato a tale scopo.
In qualunque momento abbiamo bisogno di un informazione, di acquistare qualcosa, di inviare un messaggio, di commentare un fatto, di "fare cronaca", postando in rete magari la foto di un incidente o quanto altro, ci basta tirare fuori il telefono (o il tablet), fare pressione sul vetro e aprire la app che ci interessa, ed il gioco è fatto: la rete ci da quello che chiediamo.
Più ci inoltriamo nel futuro più dipendiamo dalla tecnologia, questo senza soluzione di continuità.
Ora i byte che attraversano il pianeta in un secondo sono in un numero difficile da quantificare, per noi ovviamente; da uno a miliardi con prospettive ulteriori di crescita.
E' cambiata la nostra vita? Certo che si. Possiamo fare molte cose da un controllo remoto (il telefono): verificare il conto corrente, prenotare un posto a teatro o ad un concerto, sapere se la strada che dobbiamo percorrere è libera, cercare un posto per acquistare un prodotto a prezzo conveniente, curare le nostre relazioni sociali pur non potendo essere presenti fisicamente, commentare fatti di quotidianità senza dover andare in piazza o al bar, sapere se tuo figlio è andato a scuola o a fatto sega, auto diagnosticarsi una malattia per i più audaci, ecc.ecc.
E' migliorata la nostra vita? Certo che sì. Usando il controllo remoto possiamo dedicare più tempo a noi stessi, avere più tempo libero, lavorare con più semplicità, essere aggiornati culturalmente, creare reti per vari scopi che possiamo prefiggerci, ecc. ecc.
Tutto questo avrà un prezzo (a parte quello che paghiamo per l'utilizzo)?
Non sappiamo nulla di questa tecnologia, e comunque anche se cercassimo di saperne di più non ne capiremmo nulla. Reca con sé un messaggio iniziatico, massonico, che si trasmette uno a uno e non uno a molti; la sua conoscenza fa la differenza. Quello che viene rilevato è solo quello che si vuole far sapere.
L'idea del protocollo è militare, come tutte le innovazioni che vengono proposte al pubblico: vengono pensate, testate, realizzate, usate e, quando controllate, riversate alla massa dagli apparati militari (a scopo di lucro per chi le produce e per altri scopi da chi ne detiene i diritti di veto).
Oggi internet è parte integrante della nostra quotidianità: ci serve, ci aiuta, ci agevola; ma non dobbiamo diventarne dipendenti, anche se in parte lo siamo già. Quello che riversiamo nella rete diventa dominio di pochi; contestualmente proliferano gli allarmi sociali cui è possibile dare profondo eco tramite lo stesso mezzo, in nome della difesa della struttura sociale che abbiamo contributo a creare.
Ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni ed è dotato di razionalità. Far vivere meglio la vita è certamente un nobile scopo; voler controllare la vita di ognuno no.
A noi la scelta.







sabato 6 febbraio 2016

DEL PENSIERO DOMINANTE

Ogni periodo storico reca in se un pensiero dominante, ovvero che trova larga diffusione fra quella che viene definita massa, definizione ambigua e, diciamo così, datata che oggi è stata parzialmente sostituita con la locuzione "società civile".
Il pensiero dominante è un qualcosa che aggredisce il pensiero individuale, cercando di portarlo al suo scopo, quello per il quale è stato coniato.
E' sempre molto difficile risalire alla sua genesi, pur se qualcuno, o più di uno, di fatto l'ha partorito. Nel nostro Paese parte attiva nella costruzione del dettato da seguire sono sempre stati i partiti politici, che usando lo schema caro alla religione hanno cercato di produrre proseliti alle imposizioni culturali da essi ideate a prescindere che queste fossero state valide o meno.
Per fare ciò sono state usate le istituzioni di socializzazione famiglia e scuola, per una maggiore e sicura radicalizzazione di quello che doveva essere.
Con l'introduzione nel nostro sistema culturale della rete e più recentemente dei social network lo schema non è cambiato ma si è, ovviamente, evoluto sulla base delle nuove esigenze che la massa reclamava.
E' stata così cambiata la comunicazione, adeguandola ai nuovi sistemi globali; non più, o non più solo, nelle ristrette stanze dei circoli di partito, nelle grandi piazze cittadine o nei giornali e telegiornali di regime, ma estendendola, appunto, a tutti i frequentatori della cosi detta "rete", dunque da un contatto visivo o comunque personale ad un contato impersonale.
In questo passaggio epocale la differenza che balza subito agli occhi è l'aspetto fiduciario; nella comunicazione qualsiasi cosa venga detta viene creduta o meno in base alla fonte che l'ha emanata.
Oggi, di fatto, pur se apparentemente sembra ci sia stata solo la sostituzione della parola parlata con quella scritta, non vi è alcuna sicurezza su ciò che appare sui video in dotazione alla massa, né, tanto meno, su chi ci sia effettivamente dietro a quel messaggio proposto.
Considerando poi quante persone usano sistematicamente la rete e quanto sono in grado di valutare ciò, molte poche in relazione alla popolazione attiva occidentale, ci troviamo di fronte a un virus che si è lentamente incuneato nel pensiero dei ricettori e che ha iniziato a fare il lavoro per il quale è stato creato.
Usiamo tecnologia di cui non sappiamo nulla, se non accenderla e poco altro. Ci vengono fornite istruzioni per l'uso e ci rassicurano dotandoci di una password di accesso affinché il nostro materiale o a quello cui accediamo sia riservato. La password è scritta da noi, ma viene, di fatto, ricevuta dal sistema al quale la chiediamo; qualcuno, o qualcosa, comunque la conosce.
Conoscendola può accedere al materiale che usiamo nella rete e, in conseguenza di ciò, conosce, di fatto, una nostra linea di pensiero in relazione agli accadimenti sociali, alla situazione politica ed economica e così via.
L'accesso a questa informazione, molto più significativa di quelle a cui accediamo noi, ha un valore che non si può pagare per quanto è elevato nei termini di ritorno a chi ne usufruisce.
L'analisi strutturata di questa enorme massa di informazione porta a risultati di indirizzo, indica, cioè, la strada da seguire per veicolare quello che si vuole.
L'assuefazione al sistema delle rete da parte dei ricettori produce un abbassamento dell'attenzione su cosa viene proposto loro, e, per traslazione, questi si affidano all'aspetto fiduciario della frequentazione della fonte di informazione per accettarla come tale.
La dicotomia partito rete conduce, a conti fatti, al medesimo risultato: imporre un pensiero dominante; acclarato nella forma tradizionale e subdolo in quella di nuova genesi.
Siamo passati da  "l'ha detto tizio alla riunione" o "l'ha detto la televisione", mezzo tradizionale di comunicazione partitica di regime per raggiungere un vasto numero di persone, a "è scritto sulla rete", qualunque sia il sito che propone ciò di cui stiamo argomentando al momento.
Siamo di fronte a un punto di non ritorno; se perdiamo il controllo di ciò che andiamo a condividere e, successivamente, ad affermare come nostro, il dettato di quello che poi si affermerà come "dominante" sarà, di fatto, il pensiero indotto per condurre alla meta prefissata da chi l'ha costruito ed inoculato come un veleno.
Forse la prossima rivoluzione, se ci sarà ancora la forza di produrne una, non sarà condotta contro persone fisiche, ma macchine che analizzano dati producendo come risultato indirizzi di dominio delle masse.
Alla faccia della libertà di pensiero della rete così sbandierata dagli stessi che l'hanno costruita e la usano per scopi contrari a questo nobile principio.



venerdì 5 febbraio 2016

ESSERE O NON ESSERE

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l'ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine dalle nostre relazioni con gli altri.

La civiltà è costruita su una restrizione delle pulsioni; impone grandi sacrifici alla sessualità e all'aggressività dell'uomo. Il desiderio di libertà , perciò si volge o contro forme e pretese particolari della civiltà, o contro la civiltà tutta. La vita civile propone in una unica soluzione, piaceri e sofferenze, soddisfazione e disagio, obbedienza e ribellione. La civiltà, l'ordine imposto sul disordine naturale dell'umanità, è un compromesso, un contratto continuamente messo in discussione e da rinegoziare.

(SIGMUND FREUD - Il disagio della società)

Siamo perituri, questa, in effetti, è la nostra unica certezza. Dal momento del primo vagito all'oblio del corpo viviamo. Oggi, questo, riteniamo di farlo liberi, ovvero di poter esercitare il nostro diritto di scelta. Lo riteniamo, giustamente, sacrosanto, per quello che vuol dire. Ma in effetti, andando a fondo a questo diritto sancito come inalienabile nella Carta dei Diritti dell'Umanità, quanto quello che  noi riteniamo "essere liberi"  lo è veramente nella realtà?
Ci educano sin dalla nascita a muoverci in una struttura sociale delineata da regole, la totalità delle quali, a ben vedere, noi non abbiamo mai discusso; alcune le accettiamo come immanenti, ovvero che esistono da sempre (pur se il sempre è necessariamente limitato al lasso di vita che viviamo) e, in definitiva, ci battiamo perché restino tali per i nostri figli o chi per loro.
E' vero che accettando il modello societario che viviamo riteniamo che sia per lo meno adeguato ad una vita soddisfacente, ma questo comporta continue deprivazioni di quello che siamo come essere biologici.
Ciò che vorremmo il più delle volte non è possibile in quanto contrario o non conforme alle regole prestabilite; per la violazione di alcune di esse il nostro modello societario prevede addirittura la privazione della libertà, ovvero la detenzione in luoghi vigilati fino allo scontare della pena che è stata ritenuta giusta da chi ha stabilito le regole.
La creazione stessa dell'uomo, così come raccontata nelle Sacre Scritture, prevedeva che lo stesso vivesse confinato nel Giardino dell'Eden, pur se in una sorta di estati spirituale.
E lo faceva nudo, come del resto ancora oggi gli altri essere biologici che abitano con noi il pianeta e che comunemente definiamo animali.
Nel momento in cui ha assaggiato il frutto della conoscenza ed preso coscienza di se come essere ha si provveduto a coprirsi ma oltre a questo nulla più.
Per cercare di dargli un indirizzo su come strutturarsi in un contesto, diciamo così per comodità, più civile Dio ha dovuto imporre la sua legge con i 10 comandamenti.
Le 10 regole sono divenute immanenti e su di loro sono state costruite le regole successive che ci hanno condotto, bene o male, ai nostri giorni.
Senza non siamo nulla, ovvero esisteremmo individualmente ma saremmo annientati collettivamente in quanto non potrebbe esistere e prosperare alcuna struttura sociale; da questo noi "non siamo".
Chi rifiuta le regole è costretto a lasciare la comunità nella quale vive ed isolarsi ai suoi margini; ma, in effetti, con ciò "torna ad essere".
Perché allora scegliamo di non essere? Perché è più comodo? Perché è una vita migliore? Perché ci assicura, quanto meno, la sopravvivenza?
La società nella quale viviamo è fonte di insoddisfazione e reca nevrosi senza fine; ci attanaglia, ci costringe, ci priva, ci monitora e ci giudica. Ci rende, in sostanza, schiavi. Di dover fare, pena l'esclusione. E' basata sulla paura, ma dice di renderci liberi.
Essere o non essere, già. 
Questo, in effetti, è un bel problema.


mercoledì 3 febbraio 2016

SULLA NECESSITA' DI CAMBIARE

Nel corso della nostra vita può capitare, una volta o più volte, di avvertire il desiderio di un cambiamento, pur indefinito nell'obiettivo, vero o presunto.
I motivi possono essere molteplici: insoddisfazione, carenze, voglia di novità, curiosità, spinte motivazionali, carriera, aspettative familiari, costrizioni sociali, ecc. ecc...
Avvertito il bisogno, questo va poi metabolizzato e, se convinti della scelta fatta, accettato. Inizia così un periodo di transizione, che può essere più o meno lungo. In questo lasso di tempo il più delle volte veniamo assaliti da dubbi molteplici, legati per lo più allo status quo al quale siamo abituati, che magari, nonostante tutto, ci rassicura e ci rende meno fragili dinanzi agli accadimenti che il destino ci propone.
Questi dubbi possono dilatare il percorso che ci attende, sino a renderlo snervante, conducendoci, a volte,  a nevrosi catartiche, ossidanti e oserei anche dire pericolose.
Ci si può impantanare in questo limbo che si crea fra ciò che è (è stato) e ciò che si spera sarà, soprattutto in ragione di fallire l'obietto che ci siamo preposti. I rapporti relazionali si complicano, venendo meno alcune aspettative che le persone che fanno parte della nostra vita ripongono in noi. Alcune sono disposte a sostenerci, altre restano indifferenti, alcune possono restarne infastidite, altre scettiche, talune, per qualche motivo di cui mi sfugge il nesso, addirittura contrarie. 
Scegliere di cambiare non è mai facile. Molto più semplice è lasciare le cose intatte come sono, ammesso che la scelta non sia per forza di cose ineludibile, che per questo, seppur traumatica, non comporta un percorso interiore macerante.
La scelta è egoista, è proiettata esclusivamente su di noi. Mettere in discussione ciò che si è, che si è costruito sino al momento in cui decidiamo che non è più soddisfacente, non può essere altro che una scelta egoistica che ci proietta in una certa solitudine; perché nel momento di scegliere si è inevitabilmente soli. Possiamo consigliarci, certo, con chi riteniamo all'altezza ma comunque quando occorre attraversare il nostra Sinai siamo soli, questo dobbiamo accettarlo.
E in ragione di ciò dobbiamo anche accettarne le inevitabili conseguenze.
Occorre forza e determinazione. Occorre coraggio e a volte incoscienza, nel senso che occorre lasciare per strada una certa razionalità che ci permette in controllo delle nostre azioni.
Può arrivare un momento nella nostra vita in cui cambia il nostro punto focale e cambiano le nostre priorità. Può essere devastante, è vero. Ma potrebbe rivelarsi la scelta più giusta che abbiamo mai preso dalla nostra nascita.
Non si scommette perché si è sicuri di vincere. Si scommette con la speranza di farlo. Non esistono regole matematiche per questo, il salto è comunque nel buio, ma se lo si ritiene necessario occorre saltare.
Quello che so, a questo punto della mia vita, è che non possiamo essere altro di quello che siamo, e che individuata la strada, bisogna iniziare a percorrerla.