martedì 20 dicembre 2016

L'ANACORETA

E' possibile nell'invasiva attuale società occidentale praticare un anacoresi che possa definirsi tale?  Ovvero, è possibile vivere ponendosi fisicamente al di fuori della stessa?
Da un punto di vista strettamente pratico certamente no, il bisogno di produrre un minimo di reddito che possa permetterti di vivere non può consentirtelo, quindi se ci atteniamo pedissequamente al significato etimologico del termine, ovvero "ritirarsi in un luogo solitario", appare completamente fuori luogo il suo utilizzo per definire una situazione di distacco dalla realtà fattuale nella quale viviamo.
Se però riconduciamo, estendiamo, tale concetto al ridurre al "minimo indispensabile le relazioni sociali", il termine potrebbe essere usato per l'esperimento che sto cercando di attuare da qualche tempo.
Quello sto tentando di fare può apparire come la follia degenerativa di una mente malata, è forse in parte lo è, ma l'idea mi si è insinuata dentro tempo addietro e dopo vari tentativi falliti credo di aver finalmente trovato la convinzione per attuarla.
Non potendo abbandonare il lavoro, per ovvi motivi, ho deciso di rarefare la mie frequentazioni sociali fino al minimo che mi consenta di non perdere del tutto i contatti con le persone che fanno parte da tempo della mia vita, distaccandomi, nel contempo, da tutte le attrattive che la socialità può propormi per trascorre il mio tempo libero; ho, inoltre, deciso di non utilizzare più il telefono portatile come mezzo di comunicazione, ovvero l'ho chiuso in un cassetto.
Le mie uniche apparizioni pubbliche, se così è possibile definirle, le pratico tramite questo blog e facebook, piattaforme pseudo relazionali che non possono in alcun modo sostituire un contatto fisico reale.
L'esperimento è teso a verificare la mia capacità di sopportazione di una situazione di auto esclusione da quella che definiamo vita reale, al fine di ricercare un equilibrio interiore scevro dalle interferenze esterne derivanti da obblighi sociali ai quali mi sono reso conto di dover continuamente sottostare.
Non come una fuga, quindi, da una pressione costante dovuta alla manutenzione di rapporti di varia natura, ma bensì come una necessità individuale di, appunto, benessere spirituale e contemplativo di ciò che in realtà sono.
Ovviamente ciò non interessa nessuno se non me stesso, e lo scrivo solo, ed esclusivamente, al fine di auto sostenermi in questa prova che può apparire, e forse lo è, nonsense ...




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