lunedì 29 giugno 2015

ROMA - MONACO DI BAVIERA - PRAGA - BERLINO - ROMA . Capitolo 3

(cronaca di un viaggio in treno avvenuto nell'anno di grazia 2006 - vedi post  precedente del 15 giugno 2015)

9 agosto Monaco di Baviera - Praga

La sveglia che puoi regolare sul telefonino è puntata alle 5 e 45. Quando suona io non la sento. G. invece ha già fatto la doccia quando mi chiama. I sacchi sono pronti. Noi pressappoco. Li carichiamo sulle spalle e chiamiamo l’ascensore. Nella hall deserta il tedesco di servizio dai lineamenti orientali ritira la chiave e poi sbiascica qualcosa in un terrificante slang anglo tedesco. Io non lo degno di uno sguardo. G. abbozza una risposta. Quello sparisce sotto il bancone e riemerge in un nanosecondo con in mano un telecomando.

- Forse vuole dietro quello che ci hanno dato quando siamo arrivati,  blatera G. leggermente indispettito.
  
È cosi.
"Ma brutto stronzo figlio di troia nano bastardo, vattelo a prendere. Sei qui, in un deserto, non devi fare un cazzo, perché ci rompi i coglioni?", verrebbe da dire, ma l’educazione che ci hanno impartito i nostri genitori ci impone di tornare in camera e, una volta giù di nuovo, tirarglielo dietro.
E così sia.
L’aria è frizzante. Il giorno ha aderito quasi completamente sulla notte. Restano solo poche sacche buie. La stazione ha pochi frequentatori. Ma tutti belli svegli. Come automi compriamo la colazionepranzo da portarci sul treno. Ed acqua.
I vagoni rossi del treno per Praga sembrano deserti. Entriamo, sistemiamo gli zaini, poi scendiamo a fumarci una canna. Mancano cinque minuti alla partenza. A G. viene un dubbio. Esce nuovamente e mi dice che sulla carrozza non c’è scritto Praga ma un’altra località.

- Nooo, non ti preoccupare sarà una stazione di mezzo, dico mentre cerco una posizione per dormire.

G. scende di nuovo. Venti secondo dopo mi urla nell’orecchio che i vagoni per Praga sono quelli azzurri in testa al convoglio. In uno spasmo violento raccogliamo tutto quello che abbiamo e iniziamo a correre in avanti. Alla prima scritta Praga saliamo, e si chiudono le porte.  I nostri cuori sfiatano per l’accelerazione cardiaca. Avevamo mezz’ora di anticipo e stavamo per perderlo.
Compiaciuti delle nostre teste di cazzo cerchiamo e troviamo un posto. Ripetiamo l’operazione di ancoraggio dei bagagli. G. calza l’auricolare dell’emmepitre.
Io mi addormento. E così, tra buone letture, dormite e qualche sms con le amicheamici a Roma scorriamo sui binari sicuri delle ferrovie tedesche.
Finché Praga non segnala il suo "benvenuti".
La stazione è piena di tossici.
Il cammino fino all’albergo faticoso.
La stanza accogliente.
La doccia calda.
Ed il letto finalmente comodo.
Al pomeriggio, al risveglio, planiamo sulla città come aquile affamate. In cerca di prede. In cerca di qualcosa che ancora non conosciamo. Ma che di lì a poco tornerà alla luce da dove era stato sepolto. First stop for drink beer.
In un saliscendi da luna park l’antico vigore e splendore praghese ci si dipana davanti in tutta la sua maestosità, finché lo splendido imbrunire non crea nuove alterazioni visive, facendo esplodere, nel profondo dell’animo, sensazioni eteree di pace eterna.
Ponte Carlo s’illumina.
I turisti sciamano.
Noi prendiamo coscienza.
Un volo simbiotico perpetuo che forse ha trovato il suo nido.


10 agosto  Praga

Accarezzare un sogno. Lasciare che seta scivoli sul tuo viso lasciando dietro se una miriade di celeri brividi, interminabili. In un oasi di piacere e pace. Ecco. Le strade  appaiono d’incanto dietro ogni vicolo e s’aprono e le percorriamo senza un contatto, leggeri e vuoti, ma calamitando ogni sospiro e sussurro che una leggera brezza ci consegna ad ogni incontro casuale, sotto un portico, sul colle del castello, sotto Ponte Carlo, a fissare lo scorrer del Moldova e delle nostre ore. Nel peregrinar divertito e senza meta. 
Nell’apprendere, comunicare, fotografare e commentare. E poi un violino. Un sax. Una fisarmonica. Arte di strada venduta in strada. E una coppia di cinesi che si abbracciano nello scoppio di un flash che sarà un prezioso ricordo. E lei che è bella. L’altra di più.
 E W.A.Mozart. Il dongiovanni. Marionette che ballano guidate da mani sapienti. E flash ininterrotti. E turisti. E noi. Casinò “24H open”, e sesso offerto agli angoli:" fick fick, pompino (a seguire hascisc e marjuana)", continua a ripetere un nero che sbuca dall’ombra come un assassino sulla sua preda, in mostra sui volantini in strada.
E questuanti proni, immobili come mimi, mentre l’Europa che conta cena sotto orribili ombrelloni ma necessari dagli scoppi improvvisi di piogge cantilenanti che cadono sulla città di tanto in tanto.
Alle 11 di sera, poi, cala il sipario. E ciò che prima era solo sussurrato timidamente diventa un’eco che si rincorre in ogni angolo e vicolo. Quelli soddisfatti del giorno tornano nelle silenziose e spoglie camere d’albergo. Mentre sulla scena irrompono i cavalieri iscritti al “sex machine museum”.
Con le loro spade affilate pronte a penetrare giovani carni, salutandole all’incontro con “ hey, guys”, e facendole scivolare sul viso la più falsa delle carezze. Cavalieri che hanno da spendere il loro bottino di guerra sudato nelle 360 battaglie dell’anno, sostenute nei loro paesi d’origine.
I pubs e ristoranti iniziano le operazioni di chiusura. Non ti servono più. Gli unici posti nella città per gli ospiti dove è possibile bere sono quelli in mano alla mafia locale, discoteche e sale da gioco, peep show e kabaret, tutti ritrovi dove il mercimonio del sesso ha una sua giustificazione.
E i cavalieri barbari si ammassano alle entrate, file di uomini con l’uccello che smania, che ha voglie, che può pagare. Per uno scalpo di cui potranno raccontare agli amici, trofeo di una guerra che non si combatte con armi, e da cui è facile uscire vincitori.
E noi lì, a guardare increduli la caduta di quello che resta della belle epoque, della Praga bohemien, dell’aristocratico motore culturale della mittle europa di un tempo non troppo lontano.
Voltiamo le spalle.
Ce ne torniamo alla room 307 dell’Abri hotel.
Strada facendo compriamo una birra da un ambulante.
Domani Praga tornerà ai sui fasti.
Fino alle 11 di sera.
E forse, anche un po’ meno.
Non piove.
E questo è molto.
Buonanotte.

“Bordel pour bordel
 Moi, je préfère le métro
 D’abord c’est moins cher
 Et puis c’est plus chaud

                                   (Aragon) 

lunedì 15 giugno 2015

ROMA - MONACO DI BAVIERA - PRAGA - BERLINO - ROMA . Capitolo 2

(Cronaca di un viaggio in treno avvenuto nell'anno di grazia 2006 - vedi post precedente del 10 giugno 2015)

6 agosto Monaco di Baviera

È possibile restare calmi e indifferenti mentre il modo intorno a te precipita? È questa la sensazione che proviamo mentre io e G., dopo doccia e canna mattutina, cerchiamo disperatamente le chiavi della stanza. E cerchiamo. E cerchiamo. E cerchiamo. Alla fine, dopo circa mezz’ora di inutili ricerche, G. è finito addirittura a  togliere i pannelli in cartone del contro soffitto della camera mentre io sostenevo che se trovava la chiave la sopra avrei preso il primo treno per Lourdes, apriamo rassegnati la porta e, come in tutte le storie a lieto fine, la chiave è sulla porta.
Bella e fredda è lì che aspetta. Che due coglioni la recuperino. Che due coglioni la riportino nel posto giusto.
E così il nostro primo giorno in Monaco ha inizio. Sperando che abbia anche una fine.
Piove a dirotto. C’è gente ferma all’uscita dell’albergo dove siamo alloggiati. Senza ombrello. Come noi. Chi di noi due ha mai posseduto un ombrello? Se pur piccolo e non ingombrante? Ma compenetrati nella nostra parte di turisti noalpitur decidiamo di avventurarci per le strade della città.
E cosi premiamo start e la nostra playstationnonvirtuale emette i primi vagiti accogliendoci nel gioco che abbiamo fortemente voluto e programmato. Molto sommariamente. Molto nonsense. 
Comunque.
Alla stazione G. prende un cappuccino, o qualcosa che avrebbe dovuto esserlo nelle intenzioni di chi lo ha preparato. Io sandwich con salame, e coca cola. Con risultati  migliori dei suoi. Poi comperiamo due “blue umbrella”.
Alla fine ne resterà uno solo. L’altro risulterà smarrito e piangente su qualche panchina che ha accolto i nostri sederi affaticati dal troppo camminare. E guardare. E commentare. Dalle troppe tappe a cercare strade sulla cartina. E posti. Mentre nordiche bellezze attraversano i nostri desideri lasciandosi dietro una morbida scia di eccitazione. E strani tipi.
Durante il peregrinare ne abbiamo incontrato e fotografato addirittura uno in pigiama. Turisti per lo più. Che avranno avuto le nostre medesime impressioni guardando noi. Anche se non siamo in pigiama.
E ci ritroviamo con il naso all’insù ad aspettare che l’orologio in Marienplatz inizi lo show delle dodici, che rappresenta interrottamente dal 1700 circa. Così, almeno, riporta la guida per “un weekend” che abbiamo tolto da un ripiano in una delle rigogliose librerie in stazione termini.
Vestiti come loro. Con macchina fotografica e videocamera digitale, come loro. Mp3 e telefoni cellulari, come loro. E carte di credito, solo meno disponibili delle loro. E collegamento alla rete possibile in ogni momento grazie al portatile al seguito. Come per ognuno che lo vuole in  uno dei tanti internetcafé della città. Turisti tecnologici, se non altro.

- Saremo in grado di saper utilizzare tutto ciò? domando a G. mentre una deliziosa birra bagna labbra assetate. 
- Certo che si! 
- Certo che no ! provoco io. 
- Vedrai, vedrai come l’interconnessione globale ci sposterà da un punto all’altro dell’Europa unita. 
- Per fortuna, concludo.

Ridendo ordiniamo un’altra birra. Io vedo un cane verde. La pioggia adesso non cade più. Marienplatz rigurgita di gente. Le nostre teste di vuoto.

Al ritorno ripercorriamo le tappe di oggi. Rapiti soprattutto dagli splendidi paradisi disegnati da un artista di cui non ricordo il nome, ma cosa importa, dai quali ci siamo lasciati catturare e trasportare in un volo libero,  in una calda ed accogliente oasi di brasiliani sapori. E dalla favelas in mattoncini e legoblock  riprodotta in una sala del museo individuato nel nostro giro mattutino da Morrigno, un giovane artista brasiliano. Un florilegio di colori accesi e vibranti, un enorme deposito d’armi, macchine di lusso e fango, e strade barricate sulle quali domina il cristo re. Con le braccia aperte che guarda sotto. Forse pensa che sia sufficiente. A che la vita che ti è stata donata in quel posto misero non ti sia tolta prima di essere maggiorenne, non ti sia privata da sbarre, non ti costringa a prostituirti, a vendere droga, a cercare avanzi nella spazzatura.
Un filo sottile lega l’avvocato conosciuto in treno all’opera di Morrigno. Un sottile, ma resistente filo. Un messaggio, forse, che ancora non abbiamo compreso, ma che sicuramente porteremo alla luce seguendo le altre indicazioni che, inevitabilmente, si porranno davanti a noi fervidi credenti del sopranaturale, di fatti apparentemente distanti fra loro, ma con lo stesso minimo comune denominatore.
A noi trovarlo.
Giunti in camera G. sviene non appena riesce a stabilire un contatto con il cuscino. Lo rianimo dopo due ore quando esco dalla doccia. Che aiuta anche lui allo sbrinamento del cervello obnubilato dalle troppe canne. E dalle troppe birre.
La notte ci accoglie piovendo. Ma tenera e fresca. Invogliante. Raggiungiamo in fretta un ristorante argentino. Ricarichiamo le nostre cellule. Gustiamo un pessimo vino rosso spagnolo. Due rum a testa. E fumando, finalmente, una sigaretta, ci disperdiamo fra le rade persone che popolano l’umida serata bavarese.
Soddisfatti e satolli di questa giornata così lontana dalle nostre abitudini; semplice e densa di quei piccoli avvenimenti che nel nostro caos quotidiano nella città eterna passano inosservati o derisi.
Buona notte.

  
7 agosto Monaco di Baviera.

La chiave è al suo posto questa mattina. La testa apparentemente. Dopo lo stato di catalessi passato stanotte, una riga vuota la percorre da destra verso sinistra. Usciamo dopo aver controllato di aver preso tutto. Tutto quello che riteniamo ci possa servire. O solo aver dietro per sicurezza. E lentamente ci avviamo alla colazione. G. ritenta la sorte con un cappuccino. Anche io replico quello di ieri, con identici risultati per entrambi.
E poi via, nell’ecumenica atmosfera che ristagna su Monaco di Baviera. Una città buddista. In cui il tempo non ti aggredisce. Ma partecipa con te all’evolversi dei minuti. Delle ore. Della mattina pomeriggio e sera. E ti culla in un silenzio irreale per chi vive alle nostre latitudini. Un silenzio che da energia. Che ti carica. In una ninnananna dei miei primi giorni di vita.
Nello girovagare spensierato per la città ci ritroviamo schiavi senza saperlo della tecnologia che, pesantemente, trasciniamo chi attaccata al collo chi chiusa in borsa. Le cose si rincorrono rapidamente, ma slacciate dalla frenesia usuale che abita le nostre menti. Colori e forme geometriche, culi e tette, oli su tela e leoni in strada, mcdonald e two beer please, canne rollate in un parco innaffiato perennemente da qualcuno lassù, e biciclette da noleggiare che non troviamo chi le noleggia ma metà dei turisti sono in giro con quelle.
Una buona birra, anzi due, chiude la mattina mentre acqua senza soluzione di continuità cade sulle vie della capitale delle Baviera.
Ci alziamo.
Facciamo due metri.
G. vede due fantasmi. Io li fotografo.
Facciamo altri due metri.
Ci fermiamo sotto un portico che costeggia la strada.
Premiamo rewiu e guardiamo la foto. E poi di nuovo.
G. prima sgrana gli occhi. Poi ride.
Io rido solo.
E riprendiamo la marcia.
Pensiero di G.: “averli visti, beh succede, ma fotografarli ...”
Pensiero mio: “averli visti, beh succede, ma fotografarli ...”
Ma nessuna parola vibra dalle nostre corde vocali intrise di luppolo.
Nella pausa pomeridiana G. si sente un leone, mi dice mentre lavo la lunga camminata sotto la doccia. Esco dal bagno e dorme. Io m’incarto con Flaiano. E due ore serfano leggiadre fra le nostre stanche membra. Intorpidite. Esauste.
Il risveglio di G. è da leone. Doccia di sbrinatura ed giù, all’internetcaffé, visto che abbiamo dietro il portatile per collegarsi alla rete e prenotare alberghi. Ventisette minuti per capire (visto che noi, detto ieri, con la tecnologia saremmo arrivati ovunque) come funziona.
Poi l’arcano viene svelato. Chiediamo al tipo addetto a questa cosa. Spariamo verso Praga 89 email in un crescendo di eccitazione e tensione, sicuri del fatto nostro e con la testa a vagliare ogni possibile alternativa. Un’ora sudaticcia e incredibilmente lunga. Nell’attesa di una risposta. Di una speranza. Quando la navigazione si esaurisce per mancanza di credito recitiamo la parte delle persone di buon senso dicendoci che, sicuramente, ci risponderanno all’indomani. Bravi !
"Se non ci scollegavano ci facevano soci", è l’ultima frase che percepisco nell’esaurirsi delle mie pile biologiche.
Anche se vorrei ridere per quanto è vero.
Su Monaco piove.
Su di noi no.
Buonanotte.


8 agosto monaco di baviera

Rewiu è di nuovo in azione. I due fantasmi, alla luce del giorno e con gli occhi di una mente sveglia se non proprio reattiva e scattante, sono due giapponesi incartate in un qualche tipo di impermeabile.
Giro off sulla macchinetta fotografica. G. sul tasto della luce. E tutto riappare come per magia nel velo di un’esile pioggia. Strade assonnate ma vibranti di vita pur se povere di calore.
Gli uomini sembrano distanti fra loro mentre si sfiorano nella meravigliosa isola pedonale che racchiude il centro città. Condomini di un’enorme palazzo. Ma schivi e ben attenti a non contaminarsi. Lindi e sorridenti. Nel giusto peso. Con il giusto conto corrente. Macchina. E fica al fianco. Bionda. Algida. Costante. Quasi sempre seriosa. Valchirie che cavalcano l’onda del benessere e del fitness. Estatiche manipolazioni genetiche. Prive d’abbronzatura. Pallide lune in un cielo scostante, perennemente imbronciato, ma pronto ad illuminarle la scena, quando ne ha voglia, calando sul palco un tenero sole. E a noi non resta che beatificarle nel nostro personale organigramma del paradiso che continuamente aggiorniamo.
Pinakoteken der modern assorbe completamente la mattina, facendo germogliare nel nostro spirito fiori di benessere di rara bellezza. E Purezza. Nelle inarrivabili espressioni di visionari fuori tempo, luogo, dimensione.
Un ottimo caffè ci riporta sulla terra. Sono le due del pomeriggio. La città è nostra, seppur in condivisione. Ce ne fottiamo, e trascinando i piedi su marciapiedi senza una fine battiamo strade che ancora non conosciamo.
Alle tre break per una birra.
Così alle quattro.
Alle cinque.
E alle sei.
Finché l’internetcaffé non ci appare davanti a ricordarci che abbiamo ancora una prenotazione da fare. E biglietti da comprare.
Ci sono solo due risposte alle 89 email inviate.

- Beh, un po’ poche,  faccio io. 
- Beh un po’ troppe poche, ribadisce G..

Curiosi ed in attesa, come frequentatori di tavoli verdi al casinò, aspettiamo che la pallina finisca il suo giro per vedere se il colore che esce è quello puntato. Nero. Noi rosso. Altro giro. Altra attesa. Nervosa adesso, incalzante, dubbiosa e quasi rassegnata.
Nero. Bingo!
E come due cretini che hanno appena vinto la riffa sotto casa ci abbracciamo. Come dopo un gol. Nella nostra personale rivincita contro chi poi. Ma siamo felici e vogliamo farlo vedere. E ci stiamo riuscendo, visto che, finite le feste, ci restano attaccati addosso sguardi ebeti di eternauti avvizziti.

- Stampa il booking. 
- Come? 
- Print! No? 
- Imbecille, print che? Dov’è la stampante? 
- Bravo! print che!

Mi volto e mi dirigo verso la tipa del bancone del caffè+internet in cerca di spiegazioni, chiedendogli, letteralmente, come posso to stamp (francobollo) the booking ...
Quella mi guarda inorridita e mi chiede "what?"
Io ripeto la frase ben tre volte. Quella capisce con chi a da fare e mi chiede dove è posizionata la mia stazione.  Poi mi dice che da lì non posso stampare. Devo cambiare postazione. È bello, e mi diverto perché ci sono giorni che non capisco alcunché di quello che mi dicono ma mi esprimo in un ottimo inglese, altri invece capisco chiaramente quello che mi riversano addosso ma non riesco a mettere in piedi alcuna frase di senso compiuto o almeno ben strutturata.
G. è li che ci guarda.
Cambiamo posto. Infilo una moneta da un euro nell’apposita fessura che ci dovrebbe garantire almeno venti minuti di navigazione quando le urla di una tedescona precocemente invecchiata mi spostano di lato. Inveisce mugolando nella sua, per noi, incomprensibile lingua. Dopo circa cinque minuti, più o meno, intuiamo che quella postazione è inservibile.
Chiedo dietro l’euro.
Penso mi mandi a quel paese. Ma non ho la forza di reagire. Tanto meno G.
Domani dobbiamo andare. E non abbiamo di che dormire. 
In nostro soccorso arriva la ragazza del bar/caffè/internet/etuttoquellochec’èlidentro, e ci porge un foglio che fornisce informazioni.
E ci voleva tanto …
Riemersi stralunati da quella orgia di incomprensioni seguiamo alla lettera le istruzioni.

- Su stampiamo!, fa G.

No, nel frattempo una nuova email di ritorno dall’albergo con il quale avevamo gridato bingo ci avverte che devono spostarci in un altro posto.
Decidiamo di telefonare.
Volturano la chiamata nell’albergo che ci dovrebbe ospitare. Per uno strano scherzo del destino la conversazione fra me e chi mi risponde dall’altra parte del telefono fila via liscia e senza intoppi. Chiara.
Sarà di necessità virtù?
Non me ne frega un cazzo.
Abbiamo il booking.
G. fornisce i dati richiesti ed il numero della carta di credito. In due minuti abbiamo il nostro accredito. Inviamo la stampa. La ritiriamo dove indicato. Paghiamo 70 centesimi. E veloci come puma sprofondiamo sui morbidi sgabelli di quello che abbiamo eletto posto migliore di Monaco per bere birra.
Pizza per cena in compagnia di quattro jap. Brutte. Una meno. Io me la vorrei fare. G. pure.
“Mi dispiace ma io so io e voi non siete un cazzo”,  riecheggia dal cellulare di G. avvertendolo di un messaggio in arrivo. Io continuo a guardare le jap.
Loro vanno.
Anche noi.
Su Monaco piove.
Domani alziamo i tacchi e ce ne andiamo a Praga.
Prima di dormire fantastichiamo un’ammucchiata con le quattro jap. Orientali occidentalizzate. Fiche trasversali. Bocche sapienti. Gheishe.
Adesso viene giù un temporale.
Buonanotte.


venerdì 12 giugno 2015

DIECIMILA SUICIDI IN GRECIA


E si, il numero è proprio quello, forse per difetto. Dal 2011, anno in cui ufficialmente è iniziata la crisi economica che attanaglia la maggior parte degli stati facenti parte dell'Unione Europea in Grecia, fonte Corriere della Sera (link della video intervista alla fine del post), 10.000 persone si sono tolte la vita.
Mi riesce particolarmente difficile commentare una simile notizia, sopra tutto per come è venuta fuori ed è stata accolta, ovvero nell'indifferenza generale.
Un padre il cui figlio è incluso in questo numero tragico snocciola questa cifra quasi in assenza di emozione, come se fosse in una sorta di trance ipnotica; io guardo e riguardo il video e resto senza parole. 
Non una articolo di giornale, un servizio sui tg nazionali, né, tanto meno, una qualunque forma di comunicazione ufficiale seppur, magari, in una fredda nota statistica.
A questo siamo, l'Unione nasconde le sue cifre impietose come un qualunque regime dittatoriale sparso sul pianeta, con la differenza che l'Europa non è un Paese africano o asiatico cui ai grandi stati fa comodo il dittatore di turno.
O forse è proprio così?
Gli stati vassalli della Germania oramai tacciono impauriti su quello che sta succedendo nella vecchia, cara e gloriosa Europa, come un qualsiasi affiliato ad una qualunque mafia mondiale che gode di riflesso del potere del boss ma tace di tutto quello che vede?
"Mi vergogno di essere europeo": con questa frase si chiude l'intervista al padre greco che stiamo cercando, non senza sforzo, di commentare.
Mi vergogno anche io di essere europeo, se esserlo significa guardare solo ed esclusivamente al proprio interesse, alla salvaguardia del possesso, al mantenimento dello status quo conquistato ed esibito, a discutere solo ed esclusivamente di freddi numeri su fredde slides in freddi convegni che s'interrogano sul futuro economico dell'Unione.
Nella vecchia,cara e gloriosa Europa ci sono voluti secoli per conquistare diritti per l'uomo comune, dagli albori dello Stato sociale per cui è stata combattuta la Rivoluzione Francese, passando per la Rivoluzione industriale inglese ed il Capitale di Marx, alle grandi battaglie sociali per i diritti nei primi anni del 900 e così via.
Ora assistiamo inermi ad un lento ma inesorabile depauperamento di queste conquiste, soggiogati dalla logica della multinazionali, delle banche e del "pareggio di bilancio"; inermi ed impauriti.
Diecimila suicidi  è un numero che dobbiamo tenere impresso a fuoco nel nostro immaginario, è un numero che occorrerà ampliare con i dati occulti degli altri stati dell'Unione, cercandolo sul campo, lontano dalle veline di regime imposte ai mezzi di comunicazione ufficiali.
Il depauperamento dello Stato Sociale a cui stiamo assistendo ha colpito anche noi, oltre la Grecia, la Spagna, la Francia ed il Portogallo.
L'Unione conta ad oggi 28.000.000 disoccupati, e prospettive non proprio allettanti per i nostri ragazzi.
Non lasciamo che secoli di lotte vengano spazzate via condizionate dalla "crescita zero" che ogni giorno viene sventolata sotto i nostri occhi sempre più tristi e, oramai, ciecamente circospetti ...
DIECIMILA SUICIDI ...




http://video.corriere.it/grecia-il-conto-disperazione-diecimila-suicidi-5-anni-l-ultimo-quello-mio-figlio/604464a8-0f8f-11e5-aa3a-b3683df52e95?fb_ref=Default

mercoledì 10 giugno 2015

ROMA - MONACO DI BAVIERA - PRAGA - BERLINO - ROMA . Capitolo 1

(cronaca di una viaggio in treno avvenuto nell'anno di grazia 2006 )

4 agosto - Roma

L’augurio telefonico delle sei e mezza circa di un pomeriggio intriso di sole ed aspettative è di buon riposo. Buona dormita. E così sia. G. chiude la conversazione e davanti mi passa veloce il suo viso in un ghigno beffardo e per nulla disposto ad assecondarsi … né tanto meno a farlo per me …


5 agosto Roma - Monaco di Baviera

L’havana sette imperversa lungo i corridoi del mio stomaco mentre cerco di scrivere un sms a G.: “sto a rientrà!!!! Boh”.
Sono circa le quattro e mezza del mattina e dall’augurio sono trascorse dieci ore circa ... Quando apro la porta di casa il mio mondo si capovolge riversando liquido in eccesso nel mio stomaco nella tazza del cesso. E poi coma profondo, morte apparente.
Due ore dopo il cuckoo che ho memorizzato come suoneria sul cellulare inizia la sua cantilena tirandomi fuori dal girone dei non morti.
Sotto casa G. e D. Sono confuso. Loro più di me. D. era con me. G- riceveva il mio messaggio di rientro mentre tentava di aprire la porta di casa. Con scarsi successi. Fa caldo. Lo zaino pesa. Nella macchina dal condizionatore non sembra uscire aria ma rum. Tento di non respirare ma mi sembra una follia. Scendiamo davanti ad un bancomat per prendere soldi credo, ma non posso giurare che sia andata effettivamente così. Piombo in un nuovo coma finché un fastidio nell’orecchio non mi avverte che “bisogna scendere” ; "e perché ?" mi verrebbe da rispondere … ma lo sguardo dei due davanti a me mi comunica che dobbiamo anche farlo, e pure in fretta ...

- Si potrebbe una volta, una cazzo di volta, per la precisione dico, affrontare un impegno così complesso ed articolato come una partenza per la vacanza, in  modo più consono e  meno trafelato?

- Certo che si potrebbe ... alza la voce G., piuttosto, diciamo così, contrariato dal precipitare degli eventi ...

- Se una volta in vita tua comprassi una sveglia che funziona ... mezz’ora di ritardo … e devo dire che stai migliorando … 
- A che ora è il ... 
- Ora! 
- Che cazzo! …
 - Che cazzo lo dico io ... 
- E già, è un’esclusiva … 
- No ... no ... proprio che cazzo, su sbrigati ...

Alla fine della corsa ci aspetta uno scompartimento che già accoglie quattro persone. Ci hanno lasciato i posti nel mezzo. Gli zaini sono ingombranti. Anche l’alito, che permea subito la ridotta aria a disposizione di un sottile velo di putrefazione.
E finalmente le scomode poltrone (?) accolgono i bermuda a righe di G. e la mia tuta adidas nera con righe bianche ai lati.  
Io cado in un nuova coma. Però più scomodo. E meno pesante.
G. non so che faccia.
Mi sveglio dopo circa tre ore.
G. mi saluta. E cade in coma.
Adesso è lui che non sa che cosa faccio io.
Dopo circa un ora riemerge.
Io intanto ho intavolato una conversazione seria e costruttiva con una donna, che non capisco che accento abbia, seduta alla sinistra di G. Il treno sembra non avere suoni. Sembra che viaggi in una sorta di playback silenzioso. Camuffato dalle nostre parole passatempo in un luogo di ritrovo. La fame bussa alle porte dello stomaco. Il percorso ad ostacoli verso la carrozza ristorante per fortuna è breve. I panini di gomma. La pepsi calda. Venti euro transitano dalle nostre tasche nei bilanci dell’azienda trenitalia rossi di vergogna. L’unico contento sembra il cameriere. Anche senza un motivo apparente a noi sembra; però continua a fare battute alle quali nessuno ride. Uno perché, oltre a noi, il resto dei conviviali è straniero, e secondo perché a me G. proprio non fanno ridere.
Nel percorso ad ostacoli del ritorno un’anziana ed antipatica signora ci chiede di aiutarla a trasportare le sue valigie. Controvoglia accettiamo. Non per maleducazione, pigrizia, forse. Comunque. G. prende in consegna un pacco di cartone tutto incerottato. Io una valigia che poteva contenere l’anziana signora stessa.  I muscoli mi si tendono fino quasi a strapparsi. La smorfia di dolore di G. penso che appaia sul suo viso  per la stessa cosa. Percorriamo due vagoni fra gente accampata su trenitalia.com trainando, fra bestemmie, quei pesi fuori portata per gente normale che onestamente spende i suoi soldi in ricche bevute e in tutte le altre cose che comprandole commetti un reato, e che dorme poco.
Ma tant’é.
Quando la vecchia finalmente trova un posto io sono stremato. G. sta per dargli una capocciata. Non per maleducazione, pigrizia, forse. Lei si volta e dice qualcosa. Il pacco e la borsa finiscono nell’apposito spazio bagagli sopra le poltrone (?) dello scompartimento in un baleno anche se con un probabile stiramento dei bicipiti.
Grazie.
Ma vaffanculo!
E poi, come cazzo ha fatto a portare valigia e pacco fin lì? Misteri della fede ...
Ad ogni buona azione corrisponde una reazione.
E comunque. Riprendiamo posizione nei posti riservati che le effe esse ci hanno garantito con l’acquisto del biglietto per Monaco di Baviera e ci rimettiamo a parlare con la signora alla sinistra di G.
Alla sua destra una coppia in età piuttosto avanzata che brontolano da quando siamo partiti. Rompicoglioni essenziali in un viaggio. Se non altro per avere qualcuno di cui sparlare.
Riesco finalmente a comprendere che la signora con la quale interloquiamo è brasiliana, di Belo Horizonte, o almeno così mi sembra. È in viaggio con il figlio sedicenne per raggiungere la sorella che vive a Monaco. Lei a Roma. È avvocato. E ci racconta un sacco di fatti, perlopiù legati al sottobosco romano dell’immigrazione, storie di droga e prostituzione. Insomma quello con cui abbiamo più affinità. Non crediamo alle nostre orecchie mentre la conversazione si srotola piacevole fra un arresto e storie di trans, che lavorano per far mangiare fratelli, sorelle e mamme nelle lontane favelas in cui erano derisi e violentati fin da bambini.
La coppia statica e borbottante nel frattempo, per loro fortuna, è scesa a Bolzano. Dimenticando gli occhiali da vista di lui. O di lei. Boh. Si scambiavano posto di continuo. Ci dispiace. Anzi no. Non ce ne frega un cazzo. Anzi.
E dopo quel piccolo momento di soddisfazione riprendiamo i nostri discorsi profondi traslocando sul tema degli ultrà.
G., che era stato subito riconosciuto da vecchie foto segnaletiche divulgate dalla digos di Roma,  come ammetterà l’Avvocato successivamente  in un delirio di onestà, snocciola la lunga sequenza di comportamenti estemporanei venutisi a creare sin dalla pubertà per quei cazzo di colori giallo e rosso per i quali ha attraversato l'Italia in lungo e largo, isole comprese.
 Io ogni tanto mi addormento, G. ogni tanto calza le cuffie dell’emmepitre che abbiamo acquistato prima di partire, entrambi in segno di resa, mentre l’avvocato tenta di entrare prepotentemente nel guinnes dei primati parlando per dieci ore consecutive.
E finalmente, dopo un’incomprensibile partita a carte con il figlio di lei a piripicchio, si mi sembra di ricordare sia questo il nome di quel gioco improbabile, Monaco segnala la sua presenza con un cartello bianco e blu al lato destro del treno.
La brasiliana residente a Roma da sedici anni ha al seguito quattro valigie di cui  una alla vista sembra molto pesante.
Indovinate chi la scenderà?         
Saluti.
Ed un numero di telefono.

Mentre su Monaco scende una leggera pioggia che ci accompagnerà in questa prima notte bavarese.

lunedì 1 giugno 2015

CACCIA ALL'UOMO

Il Belpaese è oramai sempre più insofferente ed intollerante al problema razziale che ci sta per scoppiare in mano. L'episodio che ha visto protagonisti i Rom nella Capitale è sintomatico del fatto che occorre prendere decisioni forti in tempi stretti, oppure la gente inizierà a provare a farsi giustizia da sola.
Ho letto di tutto sulla scia di questo ultimo tragico episodio nel quale ha perso la vita una signora filippina al lavoro da noi che lascia un marito e due figli. Era ad aspettare un mezzo pubblico, assieme a tante altre persone che popolano periferie sempre più lasciate in balia di eventi incontrollabili.
Se ancora non è successo, ed io non giurerei su questo, succederà.
L'esasperazione può condurre a moti di ribellione incontrollabili, soprattutto in quei luoghi in cui il senso di protezione è latente, per non dire assente.
Giocare con le parole è un esercizio stucchevole fatto da personaggi senza qualità che detengono poteri concessi loro non democraticamente, come è oggi la realtà di un paese che non elegge più il suo leader ma gli viene imposto.
Occorrono decisioni, non i soliti caroselli televisivi fatti di appelli irricevibili da chi vive in periferie sature già di per se di problemi che si trascinano da anni.
Se non possiamo gestire certe problematiche occorre eliminarle, questo è ineludibile. Non piacerà a tutti, ma nemmeno questa situazione piacerà a tutti. E' la democrazia, o presunta tale.
Facciamo un referendum e lasciamo decidere al popolo sovrano. La saggezza risiede nella normalità, nelle difficoltà 
 che vengono affrontate quotidianamente, nelle privazioni, nelle delusioni, negli insulti che dobbiamo ascoltare ogni giorno dai personaggi che affollano radiotvgiornali, che si permettono di dire che forse non riusciamo a capire.
No, noi comprendiamo benissimo e ne abbiamo le palle piene di voi, ottusi ogni oltre ragionevole aspettativa.
Ci saranno ancora vittime che si intersecheranno con il problema razziale, e prima opio scatterà una caccia all'uomo e lì, in quel momento, la storia cambierà.
Un leader che possa essere considerato tale la storia la cambia senza che necessariamente debba morire qualcuno, pur se in una rivoluzione sociale questo accade normalmente.
Un leader, appunto.
A ciascuno il suo.
Ma noi, questo che oggi ci rappresenta, male, non lo abbiamo eletto.
Ne Renzi in idem.
E se cominciasse da lui la caccia all'uomo?


sabato 11 aprile 2015

Cosa mi resta se non l'amore

Mi affanno a percorrere la mia strada avendo sempre un obietto davanti da cercare di raggiungere. Mi sveglio, al mattino, e mentre cerco di rendermi presentabile per affrontare quello che resta della mia vita sociale il mio dovere già mi attanaglia, perfido e voluttuoso, imperativo, cogente, ineludibile.
Mi immergo nel traffico e vorrei essere altrove mentre la radio gracchia qualcosa che non ascolto più da tempo oramai; sbraito contro qualcuno che non conosco pur se mio prossimo e parente di dna, poi timbro un cartellino che mi assicura un pasto, un vestito, una vacanza e tutto quello che posso acquistare perso nella spirale del consumo ad oltranza, del bisogno di possedere, del nuovo ora, cercando di sublimare un vuoto silente.
Infine torno, sempre affranto, compenetrato e vinto dall'insostenibile convinzione che ci debba per forza essere qualcosa di migliore di questa frenesia che mi corrode, seppur patologica in questo secolo, confuso e abbattuto fra bollette, assicurazione, pay per view, scadenze improrogabili,  necessità varie, pranzi di lavoro e cene con amici, aperitivi solitari, mostre impedibili e spettacoli da prenotare, macchina da cambiare, moto da aggiustare ... 
Ieri sera, dopo aver cenato nel mio posto preferito sono rientrato a casa e immerso in un silenzio irreale mi sono messo alla finestra fissando il buio della notte ... ed ho iniziato a cercare il suo volto in quell'indefinito spazio etereo dove brillano stelle ... ed ho preso ad  immaginare un suo sguardo compiacente, una sua carezza detergente ... nell'istante esoterico ed incantato nel quale i suoi occhi hanno incrociato i miei nel ristorante tutto è sembrato meno oscuro ... divenendo infine chiaro nella trasfigurazione dell'alba dietro i vetri ...  cosa mi resta se non l'amore ...

martedì 7 aprile 2015

Libertà di espressione

Sono rimasto molto colpito dalla polemica che si è innestata dopo lo striscione esposto allo stadio Olimpico il giorno della partita Roma-Napoli, nonchè, oggi, dalla chiusura della curva sud per una giornata per quello stesso striscione.
Che questo fosse un paese dove si manifesta ogni forma di idiozia è cosa oramai consolidata; che questa degenerazione delle capacità razionali avesse oramai raggiunto tutti i gagli della presunta società italiana mi giunge comunque come una sorpresa.
Quello striscione, fatto entrare per la per essere precisi nonostante lo stuolo di forze armate che presidia gli stadi italiani dove si dovrebbe manifestare uno spettacolo, non arrecava nessuna offesa, semmai una considerazione.
Discutibile, questo senza dubbio, ma pur sempre un pensiero su un comportamento, nulla di più e nulla di meno. Non una parolaccia, non un ingiuria, nè, tantomeno, la tanto discussa e vituperata, nonchè subito dimenticata, discriminazione territoriale.
È, senza ombra di dubbio, inelegante esprimere un giudizio su come una madre affronta il dolore della scomparsa del proprio figlio, su come cerca di sublimarla, di renderla, per quanto possibile, meno dolorosa.
Ė, senza ombra di dubbio, inopportuno giuducare il prossimo tuo in un contesto così intimo, così intenso, così fragile.
Ma resta pur sempre un giudizio.
Esporlo in un contesto di stadio nè fa questo un reato?
Tutte le penne di questo paese in confusione totale si sono prese la briga di commentare e giudicare; persino il presidente della FGCI, certo sig. Tavecchio, ha espresso il suo dolore per i quanto accaduto.
Oggi, puntuale, "pe nun sapè nè legge e nè scrive" come si dice da questa parti hanno chiuso la curva, così il pensiero dei pochi che hanno scritto lo striscione è divenuto il pensiero di tutta Roma.
Quindi, se ne deduce, che la libertà di espressione non è più accettata in questo strambo paese. I soloni della chimera del "giusto" hanno sentenziato: Vilipendio!
Mi viene da ridere.
La Signora che ha perduto il proprio figlio merita rispetto, ma tutto questo baccano non l'ha rispettata affatto, nè, tantomeno, chiudere metaforicamente la bocca a qualcuno gielo farà recuperare.
Scendiamo ogni giorno un gradino nel rispetto di noi stessi accettando che pochi determinino cosa possono dire o non dire molti.
I signori giornalisti, le presunte autorità intervenute, questi "capitani" della morale pretendono di imporre il proprio pensiero, nella presunta libertà di espressione sancita dalla nostra costituzione.
L'equilibrio che dovrebbe regnare in queste occasioni non appartiene più alla nostra società, oramai incapace di difendere diritti acquisiti e sacrosanti.
Ognuno di noi ha avuto un pensiero su questo fatto; bè, questo pensiero non è gradito se non conforme ai giudici di cui sopra.
Domani, quando vorreste esprimere un giudizio su di un fatto, guradatevi attorno prima ... Ci poterbbe essere nelle vicinanze un capitano della morale che potrebbe sanzionarvi ...
Buona giornata ...

sabato 14 marzo 2015

QUELLO CHE SENTO DENTRO

Non conoscevo DAVIDE RAGGI, il ragazzo di 27 anni ucciso barbaramente a Terni da un immigrato irregolare espulso eppure ancora incredibilmente in territorio italiano.
Non lo conoscevo, ma il suo omicidio mi ha profondamente scosso, creandomi dentro una frattura profonda, un senso di vuoto, come se mi fosse venuta a mancare una persona cara.
Penso alla sua famiglia, all'atroce dolore che questa follia ha generato.
Non si può morire così. L'uomo è perituro, è nella sua natura, questo è innegabile ma quando la natura non segue il suo corso è evidente che qualcosa non è andato per il verso giusto.
Il fato è sempre in agguato: un incidente, un malore, una malattia; fa comunque male ma è accettabile, con il tempo, una scomparsa legata ad eventi non controllabili seppur prevedibili.
Ma essere sgozzato per un futile motivo no, non può essere catalogato ed archiviato come "destino". Non è accettabile. Non in una società strutturata che si è data delle regole che limitano la libertà individuale da tutti accettate per poter vivere con un senso di appartenenza e di sicurezza.
Davide è morto perché una persona che non doveva essere lì c'era invece.
Questo non è accettabile. E' un rischio collaterale che la società italiana non deve più permettersi di rischiare di pagare.
Il problema immigrati è un problema che va affrontato e risolto una volta per tutte. Davide non deve restare una pagina di cronaca da dimenticare in fretta.
Le responsabilità sono evidenti e non più giustificabili.  Chi vive nell'eden dorato ci deve delle risposte non più ineludibili. Io mi ritengo una persona tollerante; la mia educazione e cultura non mi permette di essere altro. E come me la stragrande maggioranza degli italiani che tutti i giorni affronta le realtà che gli  presenta davanti la vita: siamo noi che poi dobbiamo convivere con i nostri ospiti tutti i giorni in tutte le situazioni che il quotidiano ci prospetta.
Ora, la mia insofferenza è cresciuta.
Davide stava lì, a dare corso alla sua vita, ai suoi sogni, alle sue speranze, ai sui amori, alle sue passioni, ai suoi dolori e quanto altro.
E' in uno squallido momento tutto questo è terminato, per mano di un individuo che viveva nell'illegalità e che, ripeto, non doveva essere lì.
Non lasciamo che questo sacrificio umano resti un freddo numero nelle statistiche ufficiali di uno Stato che non è più tale.
Non ho ascoltato nulla dalle istituzioni, semmai ancora oggi le possiamo considerare tali.
Una famiglia è stata deturpata nei suoi affetti più cari, le parole di circostanza non sono più accettabili.
Dobbiamo reagire a questo stato comatoso di inappetenza; dobbiamo pretendere una risposta definitiva.
Usciamo dallo stato di minorità nel quale ci siamo cacciati. Diamo corso ad una nuova era dei lumi. Riprendiamoci quello che ci spetta. Il bene comune è inalienabile: non lasciamo alla mercé di gente che non lo rispetta.
Spero che Davide sia in un posto migliore di questo. Alla sua famiglia faccio le mie più sentite condoglianze. Ma a tutti gli italiani, questo omicidio, ha tolto un fratello.
 
 

martedì 17 febbraio 2015

Stand up for life Onlus Partners

Sono stato inserito fra i partners dell'ONLUS Stand up for life, di cui ho pubblicato la breve intervista fatta con i soci fondatori, come è possibile vedere in fondo alla lista che è presente sul sito dell'organizzazione.
 
Parte del ricavato delle vendite del mio libro "SETTE VOLTE L'AMORE" verrà devoluto a loro per incrementare i progetti nei quali sono coinvolti.
 
La copia è acquistabile in formato EBOOK sulle principali piattaforme digitali internet a Euro 3,99; per leggerlo su PC o qualunque altro supporto digitale basta scaricare un lettore tipo KINDLE; su questo blog è presente un link che reindirizza ad AMAZON.
 
E' possibile saperne di più leggendo i post ABOUT ME e CONSIDERAZIONI ALEATORIE SULL'AMORE, che contiene un estratto del prologo.
 

Partners

Stand up for life Onlus ha ricevuto il patrocinio del Comune di Fiesole:


logo città di Fiesole


Inoltre la Onlus collabora con numerosi partners:


giovedì 12 febbraio 2015

CINQUE DOMANDE A: STAND UP FOR LIFE

STANDUPFORLIFEONLUS@GMAIL.COM

SITO WEB:HTPP//STANDUPFORLIFE.WORDPRESS.COM

SED.E LEGALE: VIA S.ANDREA A SVEGLIA NR. 23, 50010 FIESOLE (FI)
TEL: +393281921505
CODICE FISCALE: 94220760485

SOCI FONDATORI:
VALENTINA BARGELLI, Biochimico clinico
FRANCESCA PONTECORVI, Optometrista
MARCEL RAMAROLAHY, logista





 
Come nasce STANDUPFORLIFE ONLUS e quale obiettivo si prefigge?
STAND UP FOR LIFE è una ONLUS nata nel settembre 2012 per proteggere la vita in quei continenti, vedi l'Africa, nei quali sopravvivere è una sfida quotidiana.
Attraverso progetti umanitari, condotti da specialisti sul campo, cerchiamo di combattere la malnutrizione, le malattie tropicali e di sensibilizzare le popolazioni a corretti comportamenti igienico-sanitari.
Il nostro obiettivo è quello d’intervenire con le nostre competenze, con umiltà e rispetto, per insegnare quello che sappiamo a chi ha più bisogno ed imparare quello che non sappiamo da chi soffre.
L’elemosina non serve se non nel momento in cui la situazione non ti consente di fare altro. Ciò che serve è permettere ai popoli del così detto Terzo Mondo di svilupparsi per diventare indipendenti in modo tale da poter sfamare la famiglia, mandare a scuola i figli, avere le risorse economiche per curarsi e non morire per l’impossibilità di comprare un farmaco o di andare in ospedale.
Dal desiderio di fare qualcosa per se stessi a quello di fare qualcosa per gli altri  ... come è cambiata la vostra vita?
Quando fai qualcosa per gli altri stai meglio con te stesso … Noi occidentali abbiamo molto e in questi paesi dove non hanno quasi niente anche quel “poco” che riesci a fare, per loro è “molto”… Quindi dedicare il proprio tempo a chi ha più bisogno ti rende una persona migliore.
Chi sono "gli altri" che avete incontrato e aiutato fino ad ora in questo vostro percorso? Quanto può essere differente la vita sul pianeta terra in relazione al posto in cui nasci?
Quando non hai cibo e acqua, quando non puoi andare a scuola, la tua vita è sicuramente peggiore di coloro che invece tutte queste cose ce le hanno a portata di mano. Quando si muore per una semplice infezione che poteva essere curata con un antibiotico, allora capisci di quanto sei fortunato ad essere nato in un luogo del pianeta dove l’accesso alle cure ti permette di guarire e di non morire … Gli altri sono tutti coloro che ti chiedono aiuto, oppure che non te lo chiedono ma capisci però che con il tuo aiuto migliori la sua vita e allora gli offri “la tua mano”.
Compagni di un viaggio ... le vostre aspettative ... le vostre paure ... cosa vedete nel vostro futuro?
Continuare il percorso già intrapreso al “servizio” di chi ha più bisogno.
Paure non ne abbiamo, in quanto il percorso intrapreso è stato pianificato a lungo e ci prefiggiamo di restare con i “piedi per terra”, cioè non perdiamo di vista l’obiettività e quindi realizziamo progetti che per noi sono gestibili anche a distanza dal luogo dove vengono realizzati (Africa) avvalendosi anche di persone locali di fiducia e qualificate.
Quanto costa sacrificare parte della propria vita, della propria famiglia, degli affetti per quello che fai, che fate? E quanto torna indietro?
Premesso che non è un sacrificio perché si tratta di una “scelta di vita”, sicuramente dedicarsi al sociale richiede tempo in quanto  ognuno di noi ha il proprio lavoro e i propri impegni, ma la gioia nel fare tutto questa ci ricompensa di tutto.
 
 
 
Ho conosciuto l'Onlus STAND UP FOR LIFE per Francesca, mia cara amica, nonché cofondatrice dell'associazione insieme a Valentina e Marcel.
Di solito scrivo qualcosa al termine delle mie brevi interviste. Stavolta voglio semplicemente lasciarmi andare ad un sentito ringraziamento condito da un applauso ...

Ricordatevi di loro quando volete fare una donazione ...

 

 

giovedì 15 gennaio 2015

G.N. E L'APOSTASIA DELLA DEMOCRAZIA


E' finita. o, perlomeno, è momentaneamente finita. Il Presidente uscente della ex Repubblica Italiana si è dimesso, come Aloisius Ratzinger, ovvero Papa Benedetto XVI.
L'ex comunista, trapiantato nel sistema democratico occidentale in tarda età, ha deciso di abdicare, lasciando dietro di se un Paese in frantumi.
In nove anni e spicci di regno incondizionato sull'italico popolo abbiamo visto e sentito di tutto, in un assolo crescente e distonico, mai popolare, avverso al buon senso, plateale, teatrale, simbolico e autoreferenziale.
Da sempre allergico ai voleri del popolo, come non ricordare la sua ferrea posizione di compiacimento per le invasioni russe in Ungheria e Cecoslovacchia nella sua giovane età di apprendistato nel partito comunista, e insofferente ai richiami libertari, la sua assunzione a Capo di Stato, ancora oggi veramente incredibile, ha sintetizzato mirabilmente il concetto di "colui che si trasse dietro", come Giuda il Galileo negli Atti degli Apostoli dei classici greci.
Non avendo mai creduto nella democrazia (fedele in eterno all'ortodossia comunista) durante il suo regno di fatto l'ha ripudiata, venendo meno al suo impegno con il popolo italiano di custode della stessa, tracciando la via per l'apostasia della democrazia, per l'appunto.
Ha permesso che nulla più fosse scelto tramite espressione di voto, imponendo tre automi alla guida del governo italiano (Monti, Letta, Renzi), da guidare nelle scelte, imposte, degli uomini e nelle direttive per legiferare.
Ha condotto l'Italia dove è oggi, ovvero in un pantano, anzi, meglio, nelle sabbie mobili tedesche, fedele al suo credo della profonda ignoranza del popolo, bisognoso di un despota (Angela Merkel) che ne cauterizzasse gli ardori democratici di libero arbitrio.
Ha imposto la sue rielezione, contraria alla Costituzione, facendo affossare ogni possibile alternativa credibile, affinché potesse portare a termine il suo mandato da subordinato della Cancelliera tedesca, dovendo tenere fede ad un patto.
Ha sistemato, per il futuro, suoi uomini nei posti chiave dell'ex sistema democratico italiano, senza che di questo ne fosse dato abbastanza risalto, affinché lo status quo attuale resista per un tempo prefissato aprioristicamente.
Potremmo continuare, ma questo è già sufficiente a consegnarlo alla Storia, che ne giudicherà gli atti e stilerà il suo rendiconto.
A noi restano le macerie e il terribile pensiero che chi prenderà il suo posto possa addirittura fare peggio, visto lo stato di trance collettiva che ha invaso l'italica gente; i nomi in circolo sono desolanti, il panorama politico italiano deprimente.
Infine, come soluzione propongo una riffa: estraiamo a sorte un qualunque cittadino ... magari, a volte, colui il quale si crede ignorante è portatore, invece, di profonda conoscenza ...

 

 

 

lunedì 17 novembre 2014

CINQUE DOMANDE A: ANTONIO ADORNATO

 





Antonio Adornato
nato a Roma il 22/11/1961
Componente esecutivo nazionale Agenzie Fiscali RdB/CUB
(Rappresentanze sindacali di base USB Unione Sindacati di Base) - Esecutivo Nazionale Pubblico Impiego
Attività Sindacale dal 1994 al 2010


 
Cosa è oggi il sindacato?
Il Sindacato nasce quale organismo di tutela dei diritti dei lavoratori e tale scopo non deve e non può conoscere limiti temporali.
Il raggiungimento di tale scopo si ottiene attraverso il conflitto, unica modalità possibile e praticabile che il Sindacato deve, a mio parere, intraprendere. Attualmente, però,  la maggior parte delle OO.SS. ha preferito intraprendere  altri percorsi tant’è che la Concertazione è ad oggi l’istituto principe   che regola i rapporti sindacali.
La concertazione, che spesso degenera in una vera e propria cogestione con la controparte, ha determinato la distorsione del conflitto stesso, perché si base sull’idea comune delle due parti di arrivare ad un accordo che le favorisca entrambi. Ciò è la prova provata che il sindacato per l’esercizio della sua funzione non può prescindere dal conflitto.
Una sigla unitaria, che raggruppasse tutte quelle esistenti, non sarebbe auspicabile? In sostanza un pensiero univoco…
In Europa il sindacato unitario non esiste ad ogni “sigla” corrisponde una propria politica del lavoro. Anche qui assistiamo alla esasperazione di questo concetto per il quale “alcune sigle” immemori della vera mission portano avanti una politica sindacale annacquata, finalizzata al mantenimento della propria struttura organizzativa che guarda più agli interessi specifici dei propri iscritti dimenticando il ruolo di tutela dei diritti di TUTTI i lavoratori, iscritti e non. Tale modus operandi è consentito dalla mancanza di una legge seria sulla rappresentanza, edulcorata da accordi quadro specifici per il Pubblico e per il Privato, la cui degenerazione consiste in elezioni per la rappresentanza all’interno di alcune categorie, dove è garantito uno zoccolo duro alle sigle storiche le quali si sentono legittimate alla cogestione dell’azienda piuttosto che della fabbrica. La democrazia necessita di più voci affinché la tutela sia a 360°. In Italia, oggi, abbiamo bisogno di una nuova legge sulla rappresentanza che dia la possibilità ad ogni lavoratore di scegliere liberamente da chi essere tutelato e rappresentato, anche perché siamo arrivati al paradosso per il quale, così come nel mondo politico, i vertici sindacali sono completamente scollati dalla base.
Marini e Bertinotti presidenti delle Camere nel medesimo Governo, esempi massimi della commistione, oramai acclarata, del sindacato con la politica; trovo profondamente scorretto che sindacalisti (anche con l’ex davanti) ricoprano cariche sociali di vario tipo …
L’alterazione delle politiche sindacali alla quale abbiamo assistito ha generato una commistione anche dei ruoli ricoperti. D’altra parte chi ha avuto un ruolo all’interno del tipo di Sindacato di cui sopra, è in grado tranquillamente di ricoprire un ruolo all’interno dei Partiti e quindi anche una carica istituzionale. Il problema è a monte: il sindacato è diventato un carrozzone autoreferenziale svuotato del nobile contenuto per il quale è nato, così come la politica ha dimenticato il suo vero ruolo. 
Cosa  è possibile leggere nel domani della rappresentanza dei lavoratori? La tutela del lavoro, nelle varie forme nelle quali si esprime oggi e che, probabilmente, saranno ancora più varie nel futuro, sarà ancora possibile sulla base dell’ideologia in corso?
La debolezza dei partiti e la carenza di dialettica politica relativamente soprattutto alle politiche sociali, ha “costretto” il Sindacato a farsi carico di problematiche che dovrebbero, viceversa, essere affrontate dalla politica in senso stretto. Se pensiamo a quanto la politica sia latitante nei confronti delle problematiche veramente sociali quali l’immigrazione, la disoccupazione, i problemi abitativi, carovita capiamo perché oggi il sindacato, soprattutto quello lontano dalle logiche di cui sopra, è stato chiamato dalla società stessa a coprire questi spazi. E dunque il sindacato non rappresenta più soltanto i lavoratori in senso stretto,  ma tutte le classi sociali a vario titolo sofferenti.
Dall’altra parte il mondo del lavoro non si è evoluto nel senso di conquista di maggiori diritti ma si è modificato, anzi è stato modificato in modo tale che non ci fossero gli spazi preposti all’esercizio del ruolo sindacale. La precarizzazione attraverso la miriade di contratti cosiddetti flessibili trancia di netto la possibilità di “avere diritti” da parte di lavoratori che sono riconosciuti tali dalla legge solo nella parte che riguarda i doveri. La politica qui sì ha giocato un ruolo determinante perché non solo ha stravolto le regole del gioco ma ha scientemente scelto di schierarsi da una parte sola, quella del datore di lavoro: facendo leva sul senso di responsabilità dei cittadini e sulla crisi, ha istituito contratti di lavoro a senso unico, guardandosene bene di legiferare relativamente alle tutele. Questo tipo di  lavoratore è stato isolato, lasciato completamente solo, in balìa di pseudo-contratti che definire “punitivi” è comunque poco. Parallelamente, poi, nel mondo del lavoro cosiddetto tradizionale, assistiamo ad un arretramento sostanziale dei diritti acquisiti è per questo che tutto il mondo del lavoro oggi chiede a gran voce una nuova legge (forse il job act?) che finalmente ridetermini le regole del gioco, riconoscendo al Sindacato il ruolo che gli compete. Le lotte dei lavoratori degli anni 60 portarono alla legge 370/69, una legge quale tutela di TUTTI i lavoratori dipendenti, una legge che codificava anche la funzione del Sindacato. Oggi abbiamo bisogno di una nuova legge che abbracci tutto il mondo del lavoro. 
La tua esperienza … gioie e dolori … lo rifaresti?
Lo rifarei, l’esperienza è positiva …
I dolori più grandi: il vedere spesso che l’interesse personale vincesse su quello generale cosi come il sentirmi “inadeguato” visto che sovente sui tavoli di trattativa non erano presenti rappresentanti dalla “mente libera”.
Gioie tante, risultati importanti e la consapevolezza che alcune iniziative furono importanti e portarono giovamento ai lavoratori TUTTI (salario accessorio in busta paga).
Anche il rispetto dimostratomi dalla controparte fa parte, in un certo senso, delle soddisfazioni ...
Lo rifarei sempre però con la consapevolezza che il mio tempo era finito lì anche se dopo quattro anni i nomi dei sindacalisti sono rimasti gli stessi, eccetto il sottoscritto.
Ho conosciuto Antonio poco tempo fa ... ed un giorno gli ho proposto questa intervista. E' passato ancora qualche tempo prima che mi desse le risposte alle domande che gli avevo posto. E il motivo del tempo trascorso è tutto nelle risposte che mi ha dato.
Antonio è una mente lucida, che vive nel reale problematico di tutti noi. La mia idiosincrasia ai sindacati è nota, come è nota la mia ferrea volontà nel difendere quello che resta dei diritti di chi lavora; ho voluto ascoltare, quindi, cosa aveva da dirmi il Sindacato in proposito e ho avuto dietro le risposte che cercavo.
Ho ascoltato un Sindacalista vero, al di là degli stereotipi ideologici nei quali siamo caduti, ed un uomo vero, il cui credo può concentrarsi nella risposta all'ultima domanda ... ho pensato e ripensato a quello che mi ha detto e, sinceramente, devo dire che non ho trovato nulla che non sia condivisibile ...

mercoledì 12 novembre 2014

l'onore, la gloria, la solitudine


ho inseguito per tutta la mia vita qualcosa che non ho mai conosciuto, cavalcando un desiderio di cui non ho mai goduto.
ho appreso, consumando pagine di libri, gomiti, occhi, tempo, cellule celebrali ... fagocitando me stesso nel mio delirio di onniscienza, spegnendomi lentamente, distaccandomi dal reale.
ho creduto di poter un giorno sapere, espandendo la mia ram per ospitare più giga, in una trance ipnotica di mascherata trascendenza.
ho parlato con me stesso, percorrendo strade sterrate nei boschi che ho usato come rifugio per nascondermi, mimetizzarmi, evaporare inghiottito da un rutilante silenzio.
ho pensato, disteso sul letto nel buio di una stanza, angusta come una prigione, immensa come lo spazio siderale, vuota come una città bombardata, rigogliosa come il giardino dell'eden.
ho pianto, come un bambino privato dei giochi, dell'affetto, dell'amore.
ho inseguito il mio fantasma, rincorrendolo in  vicoli stretti, piazze immense, autostrade senza uscita, non riuscendolo a prendere mai.
ho sorriso della mia pazzia, corrosiva come una malattia, fantastica come una bugia, desolante come l'apatia.
ho guardato dentro uno specchio, vedendo il mio viso invecchiare, il mio sguardo cadere, la mia anima cedere.
ho tentato di cercare sollievo nel proibito, cancellando quello che ero con un bicchiere pieno di nulla, rovesciando quello che non ero nella tazza del cesso.
ho continuato, in una catarsi autodistruttiva, a cercare di demolire quello che pazientemente ho provato ad erigere.
ho pregato, che il mio cuore cessasse di battere mettendo fine alla mia follia.
ho amato, senza comprenderne il vero significato, ammaliato dal possibile, vinto dall'impossibile, cullato dal vento che non ha origine ma solo una destinazione.
infine ho aperto gli occhi, scoprendomi nudo nell'alba dell'uomo, incapace di esprimere un senso compiuto nella solitudine dell'ignoranza.
cammino ora in un qualcosa che non m'appartiene, distante e distaccato da me stesso, come un corpo alleggerito dello spirito, naufrago nell'isola più lontana del mondo conosciuto.
senza più parole, privato dei sensi, obnubilato nella ragione, avanzo in compagnia di una bambola voodoo nella quale  conficco spilli per provocarmi dolore.
un dolore che non può più essere lenito, perché resto incapace di donare una carezza, perché resto incapace, più di ogni altra cosa, di riceverla ...