martedì 29 ottobre 2013

LA LEZIONE DI CEZANNE AL NOVECENTO ITALIANO


Roma, Vittoriano, fino al 2 febbraio 2014

a cura della Storica dell'Arte Maria Teresa Benedetti

L'affermazione di Trombadori su Cézanne, vergata nel cartellone all'ascesa fra il primo ed il piano terra del complesso del Vittoriano dove sono esposte le circa cento opere visibile in questa rassegna,  racchiude il senso dell'esposizione e come l'arte pittorica del secolo scorso sia stata attraversata e corrotta dal "sacerdote dell'arte":

Il fenomeno più complesso, straordinario e suggestivo che sia apparso nel cielo dell'arte in Europa.

L'itinerario nel quale si snodano le opere esposte al Vittoriano, articolato in quattro sezioni tematiche e iconografiche: nature morte, nudi, paesaggi e ritratti, traccia l'influenza che il "padre dei moderni" Cézanne, come riconosciuto, tra gli altri, da Matisse e Picasso, ha avuto in tutti i movimenti nati nel post-impressionismo e celebra una delle più fiorenti ed intense stagioni pittoriche del nostro Paese.

Sono esposte opere, tra le altre, di Giorgio Morandi, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Gino Severini, Mario Sironi, Fausto Pirandello, Corrado Cagli, Giuseppe Colagrossi e Francesco Trombadori.

Al di là, appunto, di ammirare comunque un'icona della pittura come Cézanne, il vernissage del Vittoriano regala al visitatore la possibilità di vedere opere in maggioranza appartenenti a collezioni private di artisti italiani di enorme spessore e che raramente è possibile gustare dal vivo:

gli entusiasmanti  "IL VIALE GRANDE A VILLA STRUHL" e "PAESAGGIO CAMPESTRE",   di Trombadori,  luce e colore di straordinaria intensità, che sembra scendere direttamente dal cielo; l'ossidante "PAESAGGIO DI MONTAGNA" di Sironi, il suo "ADAMO ED EVA", nudo scultorico picassiano di intense ed audaci volumetrie (313 x 193) ed il "NUDO CON FRUTTERIA" in un convincente seppur asfissiante gioco di chiaro scuri; la tenerezza della donna nuda con il viso coperto mentre attraversa uno spogliatoio di uomini nudi del "IL VESTIBOLO", di Colagrossi; i ritratti di Boccioni "SILVIA" e "RITRATTO DELLA SIGNORA CRAGNOLINI FANNA", pittura armonica e violenta dai colori strepitosi.

Un appuntamento da non perdere assolutamente, nel quale immergersi e nuotare in apnea, per riaffiorare all'uscita beneficiati di tanta capacità espressiva esplosa nei primi del novecento in un Paese che sembrava incapace, in quel momento, di essere ancora fertile terra di inarrivabili artisti.

(vedi post novembre 2011 -  Cèzanne, Palazzo Reale, Milano)

 

 
 

 
 

sabato 12 ottobre 2013

FEMMINICIDIO - volume due

... e così, dopo tanto vociare l'italiettanonpiùdesta s'è data una legge sul FEMMINICIDIO.
Dunque d'ora in poi lo stalking (chissà poi perché si continui ad usare questa parola per identificare un qualcosa che è sempre esistito, come a volergli imprimere una sorta di modernità?) e le violenze domestiche in generale hanno un nuovo riferimento normativo per le corti giudicanti i reati penali.
EVVIVA!!!!
querela (ovvero denuncia) irrevocabile
arresto obbligatorio in flagranza di reato
parametro della "relazione affettiva" (sic! ovvero la relazione tra due persone " a prescindere...")
e, dulcis in fundo,
controlli con il braccialetto elettronico: queste sono le gagliarde misure prese dal governo fantoccio attualmente operativo in italia, sud d'europa, confine continentale, porta d'Africa.
senza giri di parole e inutile ironia tutto questo è solo uno spot su un grave problema che affligge il nostro non più così amato paese. i numeri impressionanti riguardanti questo fenomeno sono stati snocciolati nel precedente post FEMMINICIDIO ed evidenziavano un problema reale e estremamente diffuso.
le leggi ci sono sempre state (l'italia è il paese campione mondiale per numero di leggi attualmente in vigore); i reati erano già contemplati dal codice penale. uno spot per dire "ci siamo, state tranquille italiche donne, chi vi guida vi ama e vi protegge".
questa cosa riafferma l'incredibile situazione di un paese che naviga a vista e in preda a "convulsioni da massa" epilettiche.
che ogni volta si debba fare una legge speciale per le donne è assurdo (vedi le incredibili e vergognose quote rosa) in un paese civile.
il problema esiste ed è grave; ma è un problema culturale che origina da lontano e che è ben lungi dall'essere risolto con una legge e con delle sanzioni.
inutile discutere la validità o meno del prodotto legislativo se ancora si pensa alle donne come femminine e non come persone...perché è questo che avviene ancora oggi nell'anno di grazia 2013...ben lungi, quindi, da essere considerate dei PARI nell'oligarchico e autoreferenziale mondo dei maschi....

sabato 28 settembre 2013

HOTEL REBIBBIA di Maurizio Centi

 
Ciao Andrea,
eccomi di nuovo sul tuo blog con un paio di belle novità, dopo le tue “5 domande” del 20 febbraio 2012. Ricordo che in quell’occasione accennai al libro fotografico Hotel Rebibbia, che contiene tra l’altro tre miei racconti sul tema del carcere, definendolo incautamente in corso di stampa.
 
 
 
Provo a rifare in sintesi la storia di questo volume.
Oltre quattro anni fa un gruppo di lavoro eterogeneo e ben affiatato, composto dal fotografo romano Gaetano Pezzella, da una manciata di scrittori dalle origini più disparate, da un eccellente grafico e dal musicista Canio Loguercio, autore di una bella postfazione, si misero assieme per lavorare ad un progetto che sembrava loro piuttosto originale, nonostante il tema abusato. L’idea era di scrivere dei racconti basati esclusivamente su un’enorme quantità di foto scattate nel carcere di Rebibbia, con l’intento di sottolineare la vitalità dei rapporti all’interno di quella struttura anziché, come accade in genere, il diffuso scoramento (come ti dissi allora… una realtà più vicina alla nostra di quanto non ci sembri, un’esistenza in vita nonostante). E secondo me siamo riusciti.
 
 
         
È giusto precisare che del progetto fanno parte anche personaggi organici al carcere romano, ivi compresi un educatore carcerario e un mediatore culturale di lingua latino-americana.

La Herald Editore, casa editrice romana che possiede una collana editoriale dedicata a questi temi (Quaderni dal carcere), apprezzò il nostro lavoro e dopo una serie infinita di rimaneggiamenti venne firmato ad agosto 2011 il contratto di edizione. Tuttavia, a causa di una sequenza incredibile di contrattempi di varia natura, che per la loro singolarità meriterebbero una pubblicazione a parte, il libro ha rischiato di non vedere più la luce.
Fortunatamente di recente, proprio mentre ci dibattevamo già da tempo tra una serie di alternative editoriali pur di dare la chance che meritava al nostro lavoro, la Herald ha ripreso miracolosamente a respirare e finalmente, dopo tanto penare, sta per dare alla stampa il libro.
 
Voglio inoltre approfittare dello spazio che mi concedi per preannunciare anche l’uscita, tre anni e mezzo dopo quella precedente, di una mia nuova raccolta di racconti, accompagnati questa volta dai disegni. L’antologia, a cura della casa editrice maremmana Effigi, si chiamerà Lampi al magnesio e uscirà entro quest'anno.

Per finire, a nome di tutti i partecipanti a questo progetto, voglio ribadire il concetto che espressi nella tua intervista dello scorso anno: questo è un libro in cui crediamo molto e nel quale hanno contato le emozioni. Hanno contato i visi, le espressioni, gli oggetti quotidiani, le storie personali conosciute un po’ per caso; ma soprattutto ha contato la sorpresa, quando le impressioni suggerite dalle immagini facevano presumere storie personali che si sono rivelate di frequente senza fondamento. Come a dire: l’apparenza inganna.
Ciao Andrea, ti aspetto alla presentazione.
 
La presentazione del libro Hotel Rebibbia, con annessa mostra fotografica, si terrà – col patrocinio del Municipio VIII (ex XI) - venerdì 13 dicembre, alle 17.30, presso la sala Millepiani (http://www.millepiani.eu/lo-spazio-gallery), Via Nicolò Odero, 13 (neanche a dirlo alla Garbatella… ancora lei).
 
“Nora guardava il mare d’inverno, col cielo sgombro di nuvole. Onde impercettibili, onde silenziose, mare rabbonito come se dormisse.
Io alle sue spalle la osservavo silenzioso, non era affatto facile parlare.
Nora stava immobile, assorta dentro i suoi pensieri. Guardava il mare dalla riva con le braccia lungo il corpo come una bambina. Se solo in quel momento me l’avesse domandato mi sarei tuffato dentro l’acqua gelida di quel mare calmo.
- Nora…
Lei non si voltò neppure, però sapeva della mia presenza. Forse si struggeva di fronte alla distesa immensa d’acqua levigata.
Se fosse stata sola sulla spiaggia vuota, pensava, prima o dopo sarebbe di sicuro capitata un’onda spaventosa e inaspettata. Poi, venendo fuori dal suo ventre molle, una mano dalle dita spumose l’avrebbe sollevata dalla terraferma e trascinata a tutta forza a pelo d’acqua chissà dove verso l’orizzonte. Nora si chiedeva come si può vivere con quell’angoscia.
- Nora…
Feci un passo avanti e la presi tra le braccia, Nora sobbalzò. Tremava per il freddo.
- Allora te ne andrai? - mi domandò con una strana calma, seguitando a non voltarsi.
- Devo farlo - sussurrai - e tu lo sai.
- Devi farlo – ripeté tra sé.
- Però ritornerò, te lo prometto.
Le circondai le spalle, volevo che avvertisse il dispiacere. Ma Nora seguitava noncurante a guardare il mare d’inverno, col cielo sgombro di nuvole.“
Dal racconto “Mare calmo”, Hotel Rebibbia.


 
 

venerdì 16 agosto 2013

FEMMINICIDIO

Il Ministro dell'Interno Alfano, in occasione della tradizionale conferenza stampa di Ferragosto ha comunicato i seguenti agghiaccianti dati:

"Circa il 30% degli omicidi commessi in un anno in Italia, 515, ha come VITTIMA LE DONNE. Dall'entrata in vigore della legge sullo stalking sono state presentate 38.142 denunce, di cui 9.116 dal primo agosto del 2012 al 31 luglio del 2013. A denunciare nel 77% dei casi sono donne".

Dunque, riepiloghiamo; in un anno ( agosto 2012 luglio 2013) in Italia:
150 donne sono state uccise
9.116, ovvero 24 donne al giorno, hanno denunciato casi di stalking.

Dove viviamo? Come sono possibili questi dati in un Paese Occidentale? E' successo qualcosa di cui non siamo a conoscenza?
Ogni giorno aprendo i giornali si leggono truci storie legate a donne, che in molti casi sono sfociate in tragedia.

E' inaccettabile questa cosa. Come si può pensare di vivere in un paese civile? Come è possibile presumersi  idonei alla vita in comune in un contesto del genere?

Appare come una affermazione apodittica, irrazionale.

In molti dei casi, se non in tutti, alla matrice del delitto c'è una separazione non accettata. Uno scioglimento unilaterale del rapporto che comporta generalemente minacce, ritorsioni, sfregi (oggi, incredibilemente ha preso piede una nuova moda: quella di sfregiare il prossimo con ACIDO!) e, in ultimo, l'OMICIDIO.

Non ci sono parole per deprecare questa stato di arretratezza culturale, questo antico retaggio di presunta mascolinità tendente a "pulire l'onta", l'ONORE di siciliana memoria (DIVORZIO ALL'ITALIANA, memorabile film di denucia su come il delitto d'onore fosse un rituale - in Italia, all'epoca, il divorzio non esisteva così come sembrerebbe essere ancora oggi ... -  accettato finanche dal Codice Penale che lo contemplava al fine delle attenuanti ... sic!!!).

Si cerca di legiferare in proposito, litigando come sempre; tutto ciò è assurdo. Nel Paese dei divieti che non vengono rispettati da nessuno se ne cercano di aggiungere altri così da  cercare di tenere pulita la coscienza e ridurre tutto, magari, ad un comma di una articolo normativo.

La verità è che la nostra società continua ad avere un approccio terzomondista, talebanesco, ai fatti della vita; vive prigioniera del proprio passato e di moderno vernicia solo i cancelli che proteggono proprietà vetuste e polverose, allucchettati ad idologie consunte e patetiche.

Brucierà nella propria pazzesca vanità questo stivale modaiolo, aspettando un Vate che non arriverà mai ...

Forse stasera una donna verrà minacciata, un'altra palpeggiata, ad una ancora arriverà acido negli occhi, una morirà.

l'Assemblea, nel frattempo, gode di meritate ferie ...  


 


martedì 25 giugno 2013

IL BENE SOMMO

... e poi con il tempo tutto diviene più chiaro ... s'allinea alla nutrice cosmica dell'ordine ed entra, in punta di piedi, nella scia che ti conduce nell'universo, dispensando virtù.
E il tuo divenire assume contorni più chiari, lucenti, nel nero profondo delle vie che attraversano lo spazio infinito che ci circonda. L'etereo diviene palpabile, e si modella, nell'autoaccrescimento spirituale che è (dovrebbe essere) proprio dell'uomo, e che conduce (dovrebbe condurre) alla ragione. Che, ora pronta, si divide dall'anima e acquista una vita propria, razionalizzando il nostro essere.
Usciamo dallo stato di minorità iniziale e iniziamo a guardare al tutto, e non più al particolare, assumendo decisioni che riguardano l'intera vita e non più il solo giorno, il solo fatto, accadimento; i dubbi che si manifestano, i consigli che vorremmo avere, hanno sempre più lo sguardo al futuro più lontano; il prossimo ne sarà solo una conseguenza. E tutte le nostre decisioni iniziano ad essere prese sempre tenendo a mente il bene sommo: l'onestà.
La virtù ci fortifica e ci rende più consapevoli; ci conforta e da sostegno nei momenti di dolore, ci fa compiacere e rallegrare dei momenti di serenità. Quello che abbiamo, o non abbiamo, è la diretta conseguenza del nostro agire: la forza interiore, la capacità di sorridere, di amare, la fermezza, la certezza delle nostre facoltà, il possesso non ossessionato dei beni materiali, la calma, pur apparente, nella tempesta, l'elegia stessa del giorno che nasce, l’amicizia, derivano tutte dall'onestà che propugniamo nella nostre azioni quotidiane.

Essere onesti, con se stessi e con gli altri, è quello che ci rende veramente liberi. Che ci conduce nella quiete del nostro vivere, dandoci la capacità di prendere quello che viene per quello che è. Senza le affettazioni necessarie al mascheramento della propria identità, che ci condannano all’isolamento, alla ricerca compulsiva della sublimazione materiale di quello che non possediamo; la virtuosità.
E’ un percorso tortuoso, denso di ostacoli, tentazioni, primitive necessità di soddisfazione, di godimento, di avere. E’ faticoso, impervio, e apparentemente senza fine. È umano, però, ed è raggiungibile. Forse non è possibile condurre tutta una vita improntandola sull’onestà, ma se solo cerchiamo di starci dentro il più possibile, tra le inevitabili precipitazioni dell’anima che si corrompe negli umani sentimenti, la nostra vita sarebbe sicuramente migliore. E potrebbe contagiare positivamente quella degli altri, che contagerebbero altri ancora, e altri ancora …
… e poi con il tempo tutto diverrebbe più chiaro


(pubblicato il 16 marzo 2011)










sabato 8 giugno 2013

GENDER PARITY

Ora, nella mia profonda ingenuità credevo che alcuni equilibrismi "politically corrret" pirotecnici fossero stati possibili solo nel nostro vituperato bel paese, ma stavolta, e non senza soddisfazione, ho dovuto ricrermi.
Mi sono imbattuto in questi giorni in un articolo di Repubblica che prendeva spunto da una iniziativa intrapresa da una delle più quotate università tedesche, quella di Lispia (ex Germania Est), ovvero quella che "i titoli accademici verranno espressi solo al femminile, anche per i docenti maschi. Per tutti si dovrà dire (e scrivere su carte intestate, biglietti da visita, siti web) Professorin, Assistentin, Wissenschaftlerin o Rektorin, cioè professoressa, assistente (ma in tedesco il maschile e il femminile sono diversi), ricercatrice e rettrice.
L'iniziativa, a mio modo di vedere, è ridicola, checché ne dica l'estensore dell'articolo (il quale sostienene, in pratica, meglio questo che nulla...); ridicola e non sense.
Statuire la Gender parity (parità di genere o come comunque la si voglia chiamare) con un editto del genere non fa che acuire la discriminazione fra uomo e donna, come qualsiasi altra iniziativa ricollegabile, ad esempio, alle incredibili "quote rosa" legiferate nel nostro paese.
E' vero, occorre riconoscere che purtroppo nell'anno del signore 2013 questa discriminazione di genere resiste anche nella civiltà occidentale, che dovrebbe stare vivendo il suo periodo aureo.
Eppure  apparteniamo, uomo e donna/maschi e femmine/ trasgender, alla massa biologica di questo pianeta; ci insegnano a parlare, leggere e scrivere allo stesso modo. Gettate le basi per un approccio razionale all'esistenza iniziamo il nostro cammino con il medesimo approccio di curiosità, sul quale costruiamo la  personale legenda della nostra vita, basata su quello che siamo capaci di produrre, inteso come parto dello sviluppo delle capacità intelletive.
Angela Merkel, di fatto, non è la donna più importante del pianeta, ma è una delle persone più potenti in senso assoluto, e questa forza non scaturisce dal fatto che è donna, ma che è, probabilmente, visto che non ho il piacere di conoscerla, una persona molto dotata e di spiccata personalità che è stata capace di divenire ciò che è adesso.
Margaret Thacher, la "Lady di ferro" non è stata la donna più importante della storia inglese, se mai questo titolo il popolo sovrano inglese abbia voglia di riconoscerglielo, ma una delle persone più determinati del '900.
Probabilmente in un contesto di gender parity statutito da una qualche parlamento non sarebbero esistite, perché magari deliberando, ad esempio, una "quota rosa" di una qualche percentuale sarebbero restate fuori.
Medesima considerazione potremmo farla per Mr. Obama, il quale non è quello che è ora perché non bianco, ma perché è sicuramente una persona in grado di convogliare consenso, essendo dotato di un forte carisma.
E così, via.
Credo che tutti i tentativi di stabilire la parità di genere per editto siano non solo patetici, ma ancora più discriminanti. La GENDER PARITY è statuita in natura. La diversità biologica è legata alla riproduzione. Di fatto non saremmo qua a  parlarne se non fosse così. quello che siamo e che siamo in grado di fare è legato alle nostre capacità e a come siamo stati in grado di veicolarle accrescendole, espandodole, ed impiengadole, infine, nel nostro quotidiano.
Esistono persone. Distinguere uomo e donna nel contesto sociale è una assurdità, oltre che controproducente.  Dopo secoli di battaglie (si pensi solo, per ricordarne una, a quella per il diritto di voto per le assemblee parlamentari) ancora siamo invischiati un questa fantozziana distinzione. Siamo ancora a discutere di percentuali, pari opportunità e quanto altro.
Credo che sarebbe ora si smetterla e considerarci tutti delle persone con capacità più o meno spiccate, ed è di questo che dovremmo discutere. Di cosa uno/una è capace di produrre dall'alto della sua istruzione, razionalità, capacità emotiva, determinazione. Il resto è fuffa.
Credo che quando i ragazzi, all'entrata del loro professore in aula all'università di Lipsia dovranno dire: "Guten Tag, Herr Professorin!", cioè "Buongiorno, signor professoressa", a stento tratterranno un sorriso ironico...
 
 


giovedì 2 maggio 2013

SIPARIO

Lentamente cala il sipario
Mentre il pubblico assorto defluisce...
È stata l'ultima replica di uno spettacolo infinito
E come tutte le cose che muoiono
Lascia nel fondo dell'anima una profonda tristezza...
Ma così deve essere e così sarà.
Si accendono le luci
Mentre una lacrima sgorga
E il guitto si sente sopraffatto
Ma nulla può...
Nella vita reale un profondo e rutilante silenzio ti assale
Mentre nella finzione del palcoscenico
L'eco profondo dell'ultimo applauso
Per sempre serrerà i ricordi
Nel profondo di un cuore infranto...




giovedì 25 aprile 2013

EUTANASIA DELLA REPUBBLICA

 
La storia, generalmente ignorata dal paradosso sociale italiano, scrive sempre verità. Non quella che viene impressa sui libri di chi pretende di raccontarla a modo proprio, come generalmente è avvenuto in questo paese, ma la corretta e distaccata (nel senso che non di parte e/o ideologica) analisi di quello che è accaduto nel passato prossimo e remoto può condurre ad ipotesi future più probabilistiche di quanto sia possibile pensare. Non tanto nei corsi e ricorsi tanto cari a Vico quanto nello sviluppo di una strategia basata, per l'appunto, sulla fredda disamina dei fatti accaduti in un determinato contesto sociopolitico.
Il periodo di confusione collegato alla perdita di una identità univoca che il popolo italico sta vivendo nasce da un lungo periodo, che muove dalla cosìdetta fine delle prima repubblica, passando per l'entrata nell'euro zona, per la perdita di sovranità nazionale ceduta parte, di fatto, a gruppi di potere economico operanti nel pianeta che speculano sui popoli al fine di un tornaconto personale, parte alla germania, che non fidandosi dei paesi europei dell'area mediterranea ha cercato, cerca e cercherà di essere la voce del padrone che risuona nella vecchia europa (come ha sempre cercato di fare sviluppando la maggior parte delle guerre che si sono combattute nel vecchio continente e, di certo, le due più sanguinose...), per la mediocrità di una classe dirigente nata delle ceneri di ideologie contrastanti e antitetiche che hanno regnato (regnano...) nel nostro paese, per la ferrea e assurda convinzione che comunque il "mio pensiero è migliore del tuo" al di là di ogni ragionevole dubbio, per il crescente disinteresse del cittadino agli affari politici, per l'assoluta demagogia dei centri di informazione, che nel caso italiano non vedono alcun editore puro, per la negligenza nell'affrontare enormi problemi nazionali che si trascinano da tanto, troppo tempo.
E potremmo continuare, facendo sì che la lista diventi insopportabile da leggere.
Ma questi fatti nella nostra storia recente sono impressi a fuoco ed ogni persona sana di mente e scevra da conclusioni di parte può e deve riconoscerli. Il declino del modello di vita italiano è iniziato con quella che è ricordata come tangentopoli, ovvero la disastrosa e rovinosa caduta di quella che oggi viene commemorata, appunto, come prima repubblica.
Da quel preciso momento ne inizia un altro, che sta adesso muovendo i primi passi da persona adulta, dopo il necessario rodaggio dell'età infantile e dell'adolescenza. I cambiamenti non avvengono con un giorno; sono lenti, devono necessariamente essere percepiti come tali dal popolo, essere poi assorbiti, metabolizzati, digeriti e finalmente compresi.
Tra questi fasi prolificano momenti di estrema confusione, dovuta, appunto ad una perdita di identità nazionale e personale; ci sono cose in cui le persone credono fermamente e vedere sbriciolate le proprie convinzioni giorno dopo giorno conduce, dovrebbe condurre, ad uno smarrimento, che porta al disordine in quanto genera ansia, paura.
Ora, che sul suolo italico stesse avvenendo una mutazione pochissimi sono stati in grado di interpretarlo, meno che mai la classe politica e, agganciata a essa, quello che le ruota attorno, dai sindacati alla pubblica amministrazione in senso lato, ovvero come amministrazione del bene pubblico (troppo lungo considerato privato da quelle pubbliche associazioni appellate come partiti).
Questo non sense ha paralizzato l'italia, restia ad uscire dal proprio passato settario e conservatore nel suo contesto dell'élite  burocratica, e ancora imberbe nel coraggio di voltare pagina nel suo contesto di volgo.
E la paralisi ha prodotto frammentarietà, disordine, angoscia, riluttanza, incertezza, demagogia e guru. Del resto la storia racconta di aggregazioni spontanee attorno a personaggi seducenti e calamitanti nei momenti di buio, alla ricerca di una guida per uscire dallo stato di caos apparente seppur palpabile. Che hanno prodotto risultati contrastanti ed, in genere effimeri, se non disastrosi.
Ma tutto questo rientra nel naturale evolversi verso l'età adulta, ovvero quella della comprensione di un fatto, del giudizio da formare, della soluzione da trovare. Accantonare cioè gli ardori giovanili e rivoluzionari che ci hanno condotto fino a qua (anche, se, a mio avviso, abbastanza inconsapevolmente) e affrontare la realtà odierna col senso del "buon padre di famiglia", ovvero obiettivamente e pensando a cosa sia giusto nel momento e nel futuro prossimo per assicurarne uno degno ai propri figli.
Occorre, quindi, razionalità fredda, non molestata da antichi ed obsoleti pensieri ideologici, ma che guarda all'obiettivo di mantenere e migliorare lo status quo acquisito, nel senso di benessere e pace sociale.
E' l'ora. Il dado è tratto. la coscienza lentamente acquisita. L'impossibilità di far sopravvivere un modello oramai consunto acclarata. Occorre essere cinici e pervasi dall'istinto dell'autoconservazione, imporre un new deal fatto di pensieri e occorrenze diverse, semplicemente diverse e chiare, molto chiare.
Occorre parlare, proporre, discutere, e fare. Nell'ottica di ragionamenti diversi che devono però proporsi il medesimo fine. Se la democrazia è il minore dei mali per governare un popolo, cerchiamo di renderla vera e fruibile questa forma di governo che è costata tanto in tutto il pianeta per essere faticosamente raggiunta. E' ora di evolverla e riconsiderarla, cercando tutti insieme una strada per renderla più consona alle esigenze del terzo millennio, così profondamente diverse già solo dal secolo appena trascorso.
Tutto può essere cambiato, nulla è immutabile. Proprio perché cambia l'uomo stesso, che diviene altro pur restando nella forma da noi conosciuta. Se      mai nulla fosse cambiato oggi forse saremmo, che ne so, al cinquecentesimo imperatore del sacro romano impero; ma così non é perché ad un certo momento il modello che l'uomo viveva non era più soddisfacente e lo ha cambiato. Lentamente, con il tempo che occorreva. Nulla è subito: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si riproduce. Nel tempo e nello spazio.
Occorre, però comprendere il momento nel quale la trasmigrazione sta avvenendo.
E l'ora è scoccata. Nell'eutanasia della repubblica italiana, destinata a divenire altro pur restando se stessa.
Muovere uniti renderà le cose più semplici pur nella loro enorme difficoltà, ed essere coscienti che i risultati che si produrranno avranno effetti in un prossimo futuro (certo non domani) renderà tutto più granitico ed efficace.
Succederà...la storia è lì a ricordarcelo...

giovedì 18 aprile 2013

ANATOMIA DI UN DISASTRO

Il treno è lanciato in una corsa contro il tempo ma, oramai, fuori controllo.
La gente è accorsa fuori, lungo i binari a vedere come finirà.
Ognuno ha la propria teoria, il proprio "problem solving", la propria incorruttibile convinzione,
il proprio ego da soddisfare.
Intanto il treno corre lungo i binari dell'inevitabile.
Persone si accalcano, sudano, sbuffano, sbraitano, filosofeggiano, brindano, piangono...
In un clima surreale, anzi, surrealista. In una iperbole di confusione, caducità, omertà, pensieri incoffessabili, ideologie archeologiche, tornaconti personali, faide, affari di famiglia, ignoranza,
cultura contraffatta, smerigliatrici da usare contro il prossimo.
Intanto il treno corre lungo i binari.
Nella primavera che nella storia è simboleggiata da quella di Praga, anche qui si fa la nostra di storia.
In una schizofrenia collettiva che ci sprofonda in sabbie mobili sarcasticamente immobili.
In un tutti contro tutti che sembre scritto e sceneggiato da mr. woody allen, che proprio qui ha forse ambientato il suo film più brutto e non-sense che abbia mai pensato di realizzare.
Intanto il treno corre.
E la ricerca di un "metodo" copre il nulla di una classe dirigente e di chi l'ha prodotta, sovvenzionata, sorretta e alimentata. Coercizioni, imposizioni, editti, deliri di innopotenza derivati dalla mistificazione di internet, afferamando sicurezze basate sul nulla, appunto, di chi le ha teorizzate.
Nel paese del sospetto, dell'inerzia, dell'invidia, della divisione sociale, dell'avidità, di chi si arroga di essere sempre comunque  migliore del suo vicino, assuefazioni che si contrappongono violentemente e misticamente  alla bellezza naturale del posto nel quale vivono prolificando parassitariamente a spese della collettività.
Ma la collettività non esiste se non metaforicamente. E' un concetto astratto come il bene comune, la condivisione dei valori, il rispetto delle idee, la libertà.
E intanto il treno continua a correre lungo i binari dell'inevitabile.
La domanda non'è come ci siamo saliti sul treno.
La domanda da porsi  è perché lo abbiamo fatto.
E la risposta è nella nostra storia che ignoriamo profondamente. E' in quello che siamo, che abbiamo voluto essere. Ci siamo lasciati trascinare nel fiume dell'agiatezza, della comodità, del benessere materiale, del possedimento. Abbiamo smesso di guardare dentro di noi come persone, preferendo guardare all'esterno come numeri di riferimento. La crescita esponenziale, l'accumulo, la necessità del ricambio, il dover stare ai tempi.
Tutti dogmi della società occidentale, tesa verso un punto di non ritorno, invisibile fino a ieri. La sua struttura inevitabilemente doveva arrivare ad un punto di collasso, e le parti che cedono per prima sono quelle più deboli. La storia, appunto, lo insegna.
E intanto il treno continua a correre.
Il modello che viviamo è destinato ad eclissarsi, defluendo in un nuovo medio evo occidentale. Dovremmo prenderne coscienza ed autoregolarci di conseguenza.
La dialettica, inesistente nella moderna comunicazione basata sugli slogan, sulla presunzione e sul sentito dire, dovrebbe tornare ad avere lo spazio di cui necessita per riallineare l'uomo alle sue esigenze, alla sua natura, a quello per cui ha ragione di esistere.
Una profonda presa di coscienza non più di massa, ma dell'IO, dell'individuo, che deve crescere per liberarsi dai demoni che lo circondano offuscandone la vista verso l'orizzonte. Non più parassitario, come oggi, teso allo sfruttamento continuo ma di reinvestimento verso il prossimo. Il bene comune non è il bene di pochi. Né il bene di molti. Dovrebbe essere il bene di tutti. Ma non ci può essere bene se la società è regolata dal denaro. Questo, oramai, dovrebbe essere chiaro. 
Intanto il treno continua a correre, nell'attesa che l'eterogenesi dei fini assuma quello più corretto per la natura umana.


martedì 15 gennaio 2013

5 DOMANDE A: PAOLO CATAPANO



Paolo Catapano è nato a Roma nel 1960, dove vive tutt'ora. Lavora per L'Agenzia delle Dogane ed è impegnato nel sociale. E' alla sua prima pubblicazione.



Come nasce la pubblicazione di "DIARIO DI UN VIAJE"?

 Il grosso del “Diario”, ovvero le mail che mandavamo ai parenti ed agli amici quando eravamo in Colombia per adottare Alejandra e le loro contestuali risposte, non nasce espressamente per essere pubblicato. L’idea della pubblicazione è nata, però, già da qualcuno di questi parenti/amici che, assolutamente coinvolti anche loro nella straordinaria esperienza che stavamo vivendo così lontano, ce l’hanno già iniziato a suggerire negli ultimi giorni “sudamericani”. C’è da dire, però, che senza il tuo determinante stimolo e incoraggiamento, cui si è aggiunto anche dopo quello di qualche altro amico, Maurizio Centi in particolare, il “Diario” sarebbe potuto rimanere anche per sempre nel mio personale cassetto dei sogni, insieme a quello infantile e molto banale, ovviamente ormai irrealizzabile, di diventare un calciatore di serie A.

 

"Mancanza, deprivazione"; sono, per chi è nato in una famiglia "normale", concetti con i quali non è abituato a fare i conti e che percepisce, forse, in un contesto di "sfortuna" comunque lontano da lui/lei...la tua esperienza conferma questa impressione dal di fuori?

Le mancanze e le deprivazioni cui ti riferisci, di un genitore, di un’attenzione, di amore, di essere genitore, di amore filiale, generano in chi le ha provate sicuramente tantissima sofferenza, che determina conseguenti danni in proporzioni diverse tra il bambino, non ancora strutturato ed a cui l’amore e l’educazione genitoriale sono assolutamente indispensabili, ed i “mancati” genitori biologici, i quali, a seconda del loro vissuto e della loro forza interiore, riescono comunque in qualche modo, chi più, chi meno, a superare questa sofferenza. Che poi questo possa essere percepito, all’esterno, come una “sfortuna” è assolutamente vero. Il problema, a mio parere, è che la “diversità” di nascita, così come la “diversità”  di pelle, così come la disabilità, così come tutte le “diversità” sono scarsissimamente accettate da questa società così fortemente competitiva che pretende sempre di stare al “top”. E così tutto ciò che questa società ci indica come diverso, non conforme, ci fa paura, va allontanato… è soprattutto un problema di ignoranza e di solitudine individuale.

 
"Il processo di riparazione", l'incontro. Le tue parole sono molto toccanti in proposito. Ti, vi sono mai venuti dubbi dopo aver completato l'iter per l'adozione di aver forse imboccato una strada sbagliata?

La risposta è categorica : NO, mai. Mi reputo un genitore adottivo convinto. Le sofferenze cui accennavamo prima, quando non ti fanno soccombere, ti danno una forza ed una determinazione incredibili, ma soprattutto l’unione di queste sofferenze, e maggiormente l’unione di questi bisogni, produce, una volta superate le legittime diffidenze del bambino che ha già subito una deprivazione ed ha generalmente delle pessime esperienze con gli “adulti”, un AMORE SENZA PARI. E poi, come dice sempre il nostro bravo Don Giampaolo, conosci qualcosa di veramente bello, intenso, puro cui tu possa arrivare senza lottare, senza soffrire… le cose belle sono sempre difficili da ottenere.

 
La pubblicazione del "Diario" cosa rappresenta per te e la tua famiglia? e per tutte quelle persone, istituzioni che ruotano a questo incredibile impegno sociale?

Schiettamente e banalmente per me una soddisfazione enorme a cui tempo fa difficilmente avrei creduto, e di questo devo ancora ringraziarti per averci creduto quasi più di me. Per la mia famiglia la risposta è un po’ difficile, sicuramente Mara è molto soddisfatta, ma Maurizio e Alejandra hanno goduto di una certa popolarità senza ancora avere, credo, l’esatta percezione dell’essere protagonisti di un libro, chi per le sue oggettive difficoltà, chi per la sua tenera età.  Chissà in futuro se saranno orgogliosi o meno di questa esperienza. Per il resto, l’intento del “Diario” è proprio quello di portare un piccolo contributo che serva non solo alle potenziali coppie in attesa di adozione, ma anche a sfatare i tanti luoghi comuni che ruotano attorno all’argomento dell’adozione  per far comprendere che non è importante come si diventa genitori, ma come lo si è. Infine, essendo il “Diario” vita vissuta, c’è anche tanto della vita di Maurizio, il nostro figlio “speciale”: uno dei “messaggi” cui teniamo di più è che dalla lettura del libro si comprenda come l’adozione, o la nascita, di un figlio “diverso” non deve significare necessariamente e solamente sofferenza, ma anche e soprattutto gioia, recupero dei veri valori della vita, allontanamento dall’ipocrisia, crescita e maturazione personale nel confronto con la loro purezza e col valore aggiunto del loro essere “diversi”.

Vorrei chiudere con una citazione di una parte di una mail (capitolo MAIL DI RISPOSTA 18): "E' la forza dell'amore, quell'amore che è in grado di mettere al centro della propria vita le cose vere e uniche e di darne il giusto valore". Leggere le mail mentre eravate in Colombia cosa ha aggiunto alla vostra esperienza?

Chi ha letto il “Diario” e si è emozionato a leggere le mail, le nostre e quelle dei nostri amici, può facilmente comprendere come questa emotività abbia raggiunto livelli debordanti vissuta in tempo reale, sia da noi che da loro. Si è creata, sin dalle prime mail, una sorta di condivisione emozionale “intercontinentale” che ci ha continuamente sostenuto, incoraggiato, accompagnato nelle nostre avventure nel “Nuovo Mondo”. Il risultato è stato una carica esplosiva che ci ha fortemente aiutato a superare le mille difficoltà affrontate in quella speciale situazione, la base della pubblicazione del “Diario” e, soprattutto, un’esperienza come mai ci era capitato di vivere. Un enorme GRAZIE a tutti i protagonisti delle mail!



 
A volte, nella vita, si fanno incontri fuori dall'ordinario; il mio incontro con Paolo è uno di questi.  A volte corriamo così frenetici incontro a qualcosa che non conosciamo, che ci attrae come un magnete, che ci  sfuggono gli elementi essenziali della vita stessa. A volte, corrosi dall'io, dimentichiamo gli altri. A volte, corrosi dal nulla, dimentichiamo anche noi stessi.
Le pagine del Diario sono come un unguento per le ferite che portiamo nella nostra anima e spingono verso un emozione, che qualunque essa sia, è il sale della vita. Emozionano, fanno riflettere ed invogliano. Leggetelo.
A volte dentro pagine riempite di lettere si può comprendere il significato della parola amore.




sabato 12 gennaio 2013

COITI CREATIVI

ed ora ci sarà solo silenzio...
e pagine lette
e pagine scritte

svegliandomi, bevendo, mangiando, defecando e tornando a dormire

questa è la vita
il resto è solo l'illusione di viverla

nell'evanescente vanità del fare e dell'esistere
nell'assurda calamità dell'accumulo
nella lurida follia del possesso

arrancando nel girone infernale del lunedì venerdì
nell'attesa dell'eden domenicale
spurgando i tossici peccati nel sabato del villaggio

occorre tutto ciò per sentirsi vivi!
occorre di più per sentirsi migliori!

mangio, bevo, defeco...

ascoltando il pernicioso rumore del dovere
nelle scintillanti mattine corrose di quotidianità
nei brumosi pomeriggi dell'attesa del fine giornata
nel tenebroso candore della notte

e aspetto...

che tutto questo venga sepolto
dallo sbocciare di un fiore
e che qualcuno non venga condannato ad esistere

dalle ceneri di una notte d'amore
nei gemiti soffusi
di carezze e baci
di corpi immersi nel liquido pagano
di coiti creativi...

mercoledì 2 gennaio 2013

ILLUMINARSI

Nel 1784, negli Atti dell'Accademia delle Scienze di Berlino (consideratela come una specie di New York Review of Books dell'epoca...), uscì un piccolo saggio a firma Immanuel Kant "Che cos'è l'Illuminismo".
Egli sosteneva che era l'uscita dell'umanità dall'infanzia in cui essa stessa si era ridotta per: pigriza, stupidità, abitudine a fare sempre quello che viene insegnato di fare.
"L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto  senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da un difetto di  intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio di servizi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro" ...
"La pigrizia e la viltà sono cause per cui tanta parte degli uomini rimangono volentieri minorenni per tutta la vita  e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' tanto comodo essere minorenni: se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha la coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare."
L'altro giorno mi è ricapitato fra le mani un libricino di Maurizio Ferraris (professore ordinario di Filosofia Teoretica all'Università di Torino), KANT E L'ILLUNIMISMO pubblicato da La Biblioteca di Repubblica, nel quale fa ha questa straordinaria intuizione: "Bisogna riflettere su questo punto (secondo capoverso in grassetto n.d.r.) straordinariamente attuale, perché oggi siamo tornati a delegare gli altri a pensare per noi...".
Mi ero ripromesso di rifletterci sopra ed eccomi qua...ora, in questo momento, la considerazione di Ferraris non solo mi trova in completo accordo ma direi ancor di più....non solo siamo tornati a delegare...oserei dire che in moltissimi casi non siamo più in grado di pensare...
E' un pensiero che mi fa orrore, ma che continua a girarmi per la testa da molto tempo e che quando mi è capitato di trovarne appoggio in questo scritto mi si è sempre più insinuato come una certezza.
Pur deprimendomi, ho cercato di isolare questo pensiero additandolo ad una certa forma di "depressione intellettuale", nel senso che forse, a volta, ingigantisco troppo quello che credo sia la realtà che mi circonda e tendo a divenire cupo ... ma poi, sul Messaggero del 1° dicembre sono incappato in una intervista a Tullio De Mauro (linguista italiano) fatta per Il trimestrale Il Mulino e la depressione ha lasciato il campo allo sconforto...dal 1995 l'OCSE ha iniziato a raccogliere dati sui livelli di alfabetizzazione usando indagini comparative internazionali ed osservative sui livelli degli adulti; dal prossimo anno i dati a disposizione dovrebbero essere triennali. Lo studioso definisce i dati "drammatici".
"...è interessante notare che in tutti i Paesi ci sono fenomeni di regressionei n età adulta rispetto ai livelli formali, e questo del resto è il motivo per cui l'OCSE ha sposato questa indagine. Questo, oramai bisogna rassegnarsi, è un dato fisiologico...ma noi siamo alla patologia...i nostri dati sono impressionati. Un 5% della popolazione in età adulta e di lavoro, quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 15 ed i 65 anni non è in grado di accedere neppure alla lettura di questi questionari (l'osservazione riguarda il comportamento delle persone dinanzi a sei questionari graduati e vedendo come gli interpellati rispondono se rispondono, a richiesta di esibire capacità di lettura e comprensione, scrittura e calcolo) perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere cha ha sotto il naso. Poi c'é un 38% che identifica il valore delle lettere ma non le legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello, dove le frasi si complicano un po', si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente "a rischio analfabetismo". Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso pubblico, anche se è scritto bene, cosa tutta da vedere e verificare. E così siamo a tre quarti della popolazione...resta un quarto della popolazione su cui la seconda indagine infierisce, introducendo domande più complesse, di problem solving, cioè di capacità di utilizzazione delle capacità alfanumeriche dinanzi a problemi inediti. Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso...siamo al di sotto di qualsiasi standard...tra i Paesi considerati bisogna arrivare allo Stato del Nuevo Leon in Messico, per trovarne uno più malmesso di noi...penultimo posto della graduatoria..."
Dati catastrofici...pur apparentemente  distanti le due cose dal mio punto di vista sono invece strettanmente correlate, perché chi non sa orientarsi, infine, è costretto a chiedere a chi è in grado di farlo, o almeno si pensa.
Credo che la deriva italiana nasca da una molteciplità di problemi, ma la regerssione dell'alfabetismo in età adulta racchiude tutti gli altri.
La scuola e la famiglia recitano il ruolo di primo piano in questo ritorno al passato (i dati sono ancora più incredibili, anzi paradossali, se si pensa che questo Paese conta fra il 75% e l'80% di diplomati....).
L'uscità da questo stato di minorità diviene, a questo, punto un imperativo categorico al quale nessuno può più sottrarsi, perché varrebbe a dire rinunciare a tutte le conquiste che sono state raggiunte dal dopo guerra ad oggi.
Certo mi rendo conto che la domanda sul come diviene imbrazzante allo stato delle cose. Occorre, di certo,  una nuova coscienza sociale, abbandonando retoriche trite e consunte che ci stanno divorando e ci stanno lasciando alla mercè di tutti quegli individui parassiti e senza scrupoli che gravitano attorno all'osso fregandosene di chi resta a bocca asciutta.
Tutti possiamo fare qualcosa. Mettiamoci in moto.
E qualcosa deve pur accadere...

 

lunedì 12 marzo 2012

5 DOMANDE A: PAOLO CIANFANELLI


Per molti anni il veicolo principale di Paolo Cianfanelli nell’Arte è stata la Musica; è un musicista che ha condiviso e tutt’ora condivide belle esperienze. Il disegno, poi, lo ha accompagnato lungo questi anni, anche se in modo marginale e solo nel 1999 dopo un’esperienza personale molto dura….e dopo che la musica iniziava a stargli un po’ stretta ha iniziato a mettere le mani sulle tele. 
In precedenza ha frequentato un istituto d’arte che credeva lo aiutasse ad incanalare le energie (pittoriche), ma non fu così. 
Paolo tende a catapultarsi nell’ istinto espressionistico (in particolare nudi), ma poi, come nella Musica, ritiene che la contaminazione è la cosa fondamentale, essenziale, per sperimentare e tentare di arrivare ad un proprio stile.
La sua pittura ha nell'istinto la sua caratteristica principale, il bisogno personale quasi fisico di portare sulla tela energie altrimenti compresse ed implosive in lui.
Usa colori acrilici di base, colori ad olio per strutturazioni corpose e anche materiali grossolani come le paste sabbiate.
Su una delle sue prime tele, durante varie sperimentazioni ha scritto:
 “Mi libero dal pregiudizio secondo il quale un opera d’arte è tale solamente se è riconosciuta”.



"Luce negli occhi" 35x45 acrilico/olio/malta sabbiata su tela - Paolo "Pao" Cianfanelli - Aprile 2011



·         Partiamo dal colore, soprattutto in rapporto all’uso del contrasto delle tonalità calde/fredde che emerge dai tuoi lavori: è una dualità che è propria del tuo io? Oppure la tua riproposizione dell’eterno dubbio amletico delle vita: bene/male, amore /odio, vivere/morire, essere/non essere

·         - Credo che ognuno di noi abbia una sorta di dualismo…quello che vogliamo che gli altri vedono e quello che noi siamo in realtà, la pittura è un veicolo che utilizzo…ed in parte è la trasposizione di alcuni miei anfratti mentali, che comprendono sicuramente anche dubbi amletici.


·         I volti dei tuoi disegni, in molte opere inespressivi, oserei dire “di alieni, mutanti”, sembrano un manifesto generazionale…

·         Questa è una caratteristica delle linee dei volti che disegnavo in passato…osmosi mentale di un periodo poco definito ma “mutante”, con il tempo…i miei volti hanno ritrovato i lineamenti naturali.




"Riposare" 40x45 olio/acrilico/malta sabbiata su tela - Paolo "Pao" Cianfanelli - aprile 2011


·         L’uomo accovacciato con la testa fra le gambe, avvolto nella spirale che gli ruota di fianco (riposare), un opera meravigliosa per me, ad alta densità spirituale, mi torna dietro l’idea della forza che ci vuole per affrontare ogni giorno la vita, rendendoti alla fine esausto…

·         “Riposare” è uno stato d’animo…stanco dalle ripetute forzature della vita… vita che dovrebbe essere vissuta al secondo, concetto semplice ma così ostico per l’uomo.
Tutte le tele raccontano di me, questa in particolare racchiude un preciso periodo, che tra l’altro sto ancora vivendo, un periodo fatto di dolore fisico e mentale che porta ad una naturale stanchezza, comprendente vortici di mille sfumature che sublimano respiri di rinnovo naturale.

·         Il selfportrait (o almeno a me sembra il tuo autoritratto…) così caricaturale, fumettistico, con lo sguardo a metà fra la sorpresa e la paura, così originale e così minimalista…E’ il tuo approccio nel mondo?

·         Lo chiamerei istinct-selfportrait, questo perché è un disegno di getto…fatto in 30 secondi…ricordo il momento particolare pregno di sorpresa e paura, ma anche di attesa…quell’attesa che logora.
Direi che è anche un mio approccio nel mondo…ma non solo, è facile cadere nella trappola del qualunquismo, e fare una critica ed autocritica di ciò che ci circonda, che non è fatto di colori rilassanti, ma per fortuna la mia tavolozza ha svariate sfumature.

·         Per chiudere, parafrasando Herman Hesse “artista (poeta) è qualcosa che si può soltanto essere, ma non diventare”: si raccoglie in te una cifra artistica di notevole spessore che si muove fra note e pennelli … pensi mai alla solitudine che porta l’”essere artista”, ne avverti il peso nella ricerca intima necessaria a creare? E dopotutto, ne sapresti fare a meno…?

·          Vorrei citare una frase di Van Gogh che ho letto la prima volta durante la mostra avvenuta a Roma nel 2011 e che in solitaria mi sono visto palmo a palmo, cercando di respirare dentro quelle tele…e un'altra mia…che ormai da anni porto con me.

“ …E’ veramente un fenomeno strano che tutti gli artisti, poeti, musicisti, pittori, siano materialmente degli infelici, anche quelli felici…”       --    Van Gogh   

             

Paolo "Pao" Cianfanelli - Maggio 2011-


 “Mi libero dal pregiudizio secondo il quale un’opera d’arte è tale solamente se è riconosciuta"...

Accomunarmi ad uno dei Pittori più importanti non è megalomania…bisogna leggere tra le righe per ben capire il sentore dello stato d’animo di un Artista, e queste due frasi in fondo soffrono in egual modo di un malcontento che racchiude il mondo dell’Arte…e dato che le mie esperienze sono nate con il mondo musicale sono convinto ancora di più di quello che sto per scrivere.
Gli artisti, tranne i pochi dei quali si rispetta più il successo che l'espressione dell'anima, vengono emarginati e bollati con le stesse prevenzioni con cui altri bloccati giustificano il loro rifiuto a coinvolgersi artisticamente: si pensa che per voler essere artisti bisogna essere infantili, irresponsabili, illusi, egocentrici, perversi, inaffidabili, pazzi, sessualmente agitati, psicologicamente instabili, eccessivi, dipendenti da alcol e droghe, sregolati in ogni cosa, ammalati di solitudine, incapaci di combinare qualcosa di buono nella vita e di creare ricchezza. Anche se affascinanti a ben guardare queste idee sono quelle che serrano pesantemente la soglia che si apre sull'anima; infatti il benpensante rinnega la propria anima poiché teme di incorrere nella follia e nell'ostracismo sociale. L'essere artista non dipende affatto dal successo che si riscuote, è piuttosto il coraggio e l'esultanza di seguire il proprio cuore, incontrando se stessi e muovendosi assecondando la necessità interiore. Solo per alcuni questa spinta è talmente forte da divenire un'essenziale scelta di vita, ma per ogni individuo il “recupero creativo” può essere una vera benedizione, un'integrazione che va a sostenere e ad illuminare ogni esistenza che si è scelto di vivere.
 L’Arte ha alleviato le mie vicissitudini di salute…la matita è mia amica, i colori la vita.


Non voglio aggiungere altro a quello che ha già detto Paolo  in questo breve ma penetrante colloquio. E' un esponente di spicco di quel movimento culturale che muove e vive nei Castelli Romani, collaborando fattivamente con la sua opera: densa, spirituale, energica, sorprendente sotto certi aspetti. Ma questo non è importante, ciò che lo è veramente è che la sua opera comunica a chi è capace di ascoltarla; emana vibrazioni. Fatevi un giro sulla sua gallery...


Paolo Cianfanelli
Per info e vedere la sua gallery  http://www.myspace.com/paolocianfanelli






lunedì 27 febbraio 2012

TI HO VISTO ANDARE VIA...

Ti ho visto andare via  nel giorno incipiente...raccogliere ii tuoi vestiti sul pavimento, dove erano finiti nell'esultanza di due corpi avidi di scoprirsi, toccarsi, entrare l'uno nell'altro.
Ti ho visto andare via  in un silenzio irreale, nella penombra di una flebile luce di un lampione filtrante dalle fessure della persiana che affaccia sulla strada.
Ti ho vista andare via, e avrei voluto dire tante cose. Ma tante cose non sono, forse, nessuna cosa? 
Il tuo occhi rivolti verso il basso, cercando di sfuggire il mio sguardo...i tuoi gesti furtivi...veloci...come i tuoi pensieri...
Poi la porta, il portone, suoni sordi e violenti come pugni...e poi più nulla.
Ero nel letto, riverso su di un lato, e lì sono rimasto a guardarti...poi mi sono girato ed ho acceso una sigaretta...
E mi sono tornate in mente tutte le volte che hanno visto andare via me...furtivo, a volte con le scarpe slacciate, o senza cintura, o la camicia d'estate...quante volte in quei silenzi imbarazzanti solo per non dormire in un letto con qualcuno...per non dargli l'abitudine mi dicevo...chissà poi perché....una scusa come un'altra.
Ho rivisto le strade deserte nella notte più profonda, in mattine appena annunciate, ancora fredde e vitree...
Ho sentito di nuovo la voce di Skin degli Skunk Anansie.... "I don't want  you to forgive me...You follow me down..." ...nei finestrini abbassati per fumare nel gelo pungente.
Ho sentito ancora le voce di chi mi chiedeva di restare...che pensava altro...che mi insultava...
Ho pianto, mentre la mia macchina del tempo ripercorreva tutte le strade percorse in tutte le notti nelle quali hanno visto me andare via...
Infine ho capito...che quella maledizione non può avere fine...mentre il sole era già di nuovo alto e striava il muro fendendo la barriera posta a limitarlo.
Ti ho visto andare...ed è stato come se il tempo riavvolgesse sempre lo stesso film, in un paradosso temporale che scambiando i ruoli ha scambiato anche le forti emozioni percepite dagli attori in scena...
Ti ho visto andare via nel silenzio di un giorno che mutuava una notte che avevo vissuto tante, troppe volte...