lunedì 20 febbraio 2012

5 DOMANDE A : MAURIZIO CENTI




Maurizio Centi è nato nel 1959 a Roma, dove tuttora vive, lavora come doganiere, e scrive.
Nel 2007 ha vinto il 2^ concorso letterario nazionale “Laboratorio Gutenberg” col racconto Orizzonte, pubblicato nell’omonima antologia del premio (Laboratorio Gutenberg, Roma, dicembre 2007).
Nel 2008 ha pubblicato il mio primo romanzo, I panni sporchi (Ibiskos Editrice Risolo, Empoli, maggio 2008).Nel 2009 è stato finalista del “Premio Logos, IV edizione” col racconto Fuori dalla tana, pubblicato nell’antologia del premio (Perronelab, Roma, giugno 2009). A partire da allora molti suoi racconti, già inseriti in diverse antologie, sono stati riuniti assieme ad altri nella raccolta antologica Fuori dalla Tana (Edizioni Creativa, giugno 2010, premessa di Claudio Lolli), che ripercorre idealmente trent’anni della vita dell’autore.E’ stato il curatore dell’antologia Racconti di frontiera (Laboratorio Gutenberg, ottobre 2010, premessa Prof. G.Ruozzi, Dip.to Italianistica Università Bologna), venticinque racconti liberamente ispirati al tema della frontiera scritti dai doganieri italiani.Recentemente ha vinto il concorso letterario nazionale “Ibiskos 2011”, sez. racconto breve, col racconto Un nuovo inquilino.Attualmente è in corso di stampa il libro fotografico Hotel Rebibbia (Herald Editore, Roma), che contiene tre suoi racconti sul tema del carcere.

Iniziamo dal tuo ultimo lavoro "Fuori dalla tana". Una raccolta antologica dei tuoi lavori pubblicati in diverse antologie. È stata una necessità che avvertivi quella di riunire in un unica raccolta la tua produzione ?

La risposta a una domanda di questo genere implica un accenno al racconto breve, che è la forma di scrittura più in armonia col mio carattere e col mio modo di vedere la realtà. Ero un ragazzino quando ho cominciato a scrivere racconti ed è ancora il genere di letteratura a cui mi dedico tuttora, e nel quale mi esercito a trovare una forma di scrittura solo mia. È quindi la mia passione e il mio laboratorio, per certi versi la mia storia. Per questo ho cercato Claudio Lolli per chiedergli due righe di premessa al libro e ho avuto la fortuna di trovarlo disponibile e di berci assieme due bei bicchieri di traminer.

Riunire in un libro i miei racconti è stata perciò un’idea che non poteva non venirmi, anche se forse – nell’impellenza di riunirli tutti – né io né l’editore ci siamo resi conto che alcuni di loro legavano con difficoltà con gli altri, finendo per dare l’impressione di un libro non del tutto coerente. Ma Fuori dalla tana è stata e rimane un’esperienza interessante, anche perché mi ha dato l’opportunità di lavorare con Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, una persona schietta e amichevole, il che non è consueto nell’ambiente editoriale.




La Garbatella. Da quello che scrivi sembra un posto fiabesco, magico...é una visione che ti é rimasta dentro dall'infanzia e non ti ha mai abbandonato?

Probabilmente sì, mi colpisce il fatto che tu l’abbia dedotto da quel poco che ho scritto al riguardo, ma effettivamente questo quartiere romano rappresenta per me e per molti altri qualcosa di speciale che non saprei definire se non usando un torrente di parole. Ci ho respirato dentro quasi tutti i giorni da ragazzo, negli anni Settanta, ci ho conosciuto gli amici che ho tuttora; l’ho setacciato assieme ad un gruppo universitario di ricerca antropologica da grande e ho scritto un’appassionata tesi sulla sua realtà; e poi…






I sette sorsi alla fontana Carlotta (Alla Garbatella ci sta la fontana Carlotta..ndr); un tuo desiderio che si è avverato...

Proprio così, non ti è sfuggito neanche questo. Però poi, oltre all’amore per una donna molto bella che da allora mi sta accanto, mi è rimasto l’impulso ad andare avanti e a lasciare un segno, la voglia di raccontare in quante forme si può vedere il mondo e di trovare un modo sempre più convincente di farlo. Scrivere, si sa, è una sfida con se stessi, è tentare e ritentare, sperare di trovare prima o poi la strada. Oppure il bello è proprio questo continuo camminare a tentoni, senza mai quelle certezze che lasciano sfuggire lo sbadiglio.

Credi che sia possibile, oggi, "sfondare" nel mondo articolato dell'editoria senza le "necessarie" conoscenze?

Non voglio crederci, non posso farlo. Da una parte viene da dire che se pure fosse non mi cambierebbe proprio niente, perché scrivere è una necessità personale. Ma a essere sinceri va a finire che uscire allo scoperto oltre che paura in fondo dà piacere, e non si può negare. Perciò l’ottavo sorso di Carlotta, quello di cui nessuno ha mai parlato, è dedicato proprio a questo genere di sogni. Come un giocatore che si prepara giorno dopo giorno per arrivare in perfetta forma all’impegno più importante, voglio continuare a lavorare per poter saltare sul mio treno di volata se un giorno dovesse mai passare. Io ci sto provando, chi lo sa.

Per concludere, so che stai concludendo un importante progetto editoriale...

Mi dai l’opportunità di parlare di qualcosa di importante, e che è costato tre anni di tempo e un bel po’ di fatica. Entro primavera uscirà con la collana ‘Quaderni dal carcere’ di Herald Editore il libro di foto e racconti Hotel Rebibbia. Si tratta di un libro centrato sulle splendide foto fatte nel carcere romano dal fotografo Gaetano Pezzella, a partire dalle quali un gruppo di scrittori ne ha tratto ispirazione per scrivere i racconti incastonati tra le immagini del libro. Il tutto, come in qualsiasi manuale di ricette, è stato infine legato assieme dal filo rosso del racconto di una notte in cella dal poetico realismo di Cristobal Munoz, mediatore culturale all’interno dello stesso carcere, e dall’abilità di grafico di Danilo Rosati.

Hotel Rebibbia non è la solita denuncia, né un libro che cavalca l’onda. Mostra una realtà più vicina alla nostra di quanto non ci sembri, un’esistenza in vita nonostante, e tanto ci è bastato.

È un libro in cui crediamo molto.

Al di là di ogni altra considerazione sia possibile fare sui lavori di Maurizio Centi, mi preme sottolineare la continuità che ha saputo dare alla sua passione di scrivere, segno inequivocabile di una ferrea determinazione. La continua ricerca della frase che fosse “solo sua” lo ha portato a sperimentare, fino reputare il racconto la sua migliore forma espressiva. Una forma artigiana, densa; mai copiosa, torrenziale, logorroica, ma schietta e diretta. A volte nostalgica (…O forse per quell’aria da Roma sparita che ti avvolge ogni volta di nostalgia…), ma vera, e vissuta.



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